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Attualità | 09 maggio 2022, 09:28

Benvenuto a monsignor Roberto Repole, neo arcivescovo di Torino e Susa [FOTO]

Nel pomeriggio di sabato l'ordinazione, l'insediamento e l'abbraccio con monsignor Nosiglia

Foto di Renzo Bussio

Foto di Renzo Bussio

“Christus tradidit seipsum pro me”, sarà il motto episcopale di monsignor Roberto Repole, tratto dalla Lettera di San Paolo ai Galati, là dove l’Apostolo scrive che “Cristo ha dato se stesso per me” (Gal 2,20). 

Si presenta così il neo arcivescovo di Torino e Susa, che nel pomeriggio di sabato 7 maggio ha ricevuto l’ordinazione sul sagrato della Cattedrale, in piazza San Giovanni Battista, gremita dai fedeli. 

La solenne concelebrazione eucaristica è stata preceduta dall’intervento del sindaco di Torino, Stefano Lo Russo, che ha portato i saluti di tutta la comunità cittadina e gli auguri “ad multos annos”, cioè che per molti anni possa godere abbondanza di grazia e fecondità di ministero, sotto la custodia materna della Consolata. 

Ha presieduto i riti monsignor Cesare Nosiglia, che ha consacrato il nuovo pastore della Chiesa universale insieme ai vescovi ordinanti monsignor Marco Arnolfo, arcivescovo metropolita di Vercelli (la più antica sede episcopale del Piemonte) e monsignor Alfonso Badini Confalonieri, vescovo emerito di Susa. 

I numeri forniti dalla Diocesi testimoniano la straordinaria portata dell’evento. Hanno partecipato al sacro rito, nella festa di Gesù Buon Pastore, 33 Vescovi consacranti, provenienti dalla Regione Conciliare Piemontese e della Valle d’Aosta e da altre Regioni di Italia; hanno concelebrato oltre 200 Presbiteri e 60 Diaconi; 35 erano gli addetti al servizio liturgico. Presenti 60 autorità civili, militari e religiose, oltre a 320 ospiti e 60 rappresentanti di Curia, Facoltà Teologica, ISSR e Consiglio Pastorale Diocesano. I fedeli presenti nella piazza antistante erano circa 700, assistiti da 55 volontari. L’intera celebrazione è stata accompagnata dal coro diocesano, composto da 45 elementi e diretto dal maestro Alessandro Ruo Rui. I tecnici impegnati nei vari servizi erano 29. 

Preghiera e riflessione hanno caratterizzato la giornata conclusa con l’insediamento a capo della diocesi sabauda di monsignor Repole e grande è stato il lavoro svolto dall’Ufficio liturgico, che ha curato nei dettagli ogni fase della funzione, caratterizzata da solennità ed emozione. Di seguito una descrizione dei momenti salienti. 

I Riti di introduzione prevedevano il canto Veni Creator Spiritus, eseguito dal coro diocesano insieme a tutta l’assemblea, ad accompagnare la processione di ingresso dei ministri. 

Il Rito dell’Ordinazione Episcopale è iniziato dopo la Liturgia della Parola. L’eletto, accompagnato dai presbiteri che l’assistevano, è stato presentato al Vescovo presidente. Dopo le formule di rito e la lettura del mandato del Papa, tutti hanno cantato in segno di assenso. L’intensa omelia di monsignor Nosiglia è stata impreziosita dal dono all’eletto di una croce pettorale, perché «Possa testimoniare a tutti la fede in Cristo morto e risorto», ha detto Nosiglia, aggiungendo: «Questo dono è anche per me un impegno ad accompagnare la tua opera in due diocesi che conosci bene e per questo potrai guidarle secondo il volere del Signore che, con il suo Spirito, ti indicherà le vie che, con sapienza e amore, dovrai promuovere verso i sacerdoti e fedeli, per testimoniare Cristo Signore ed irrobustire la fede e l’unità tra le due Chiese locali che ti sono state affidate». 

Terminata l’omelia, monsignor Repole si è alzato in piedi e si è posto davanti al Vescovo ordinante principale, per manifestare i suoi impegni di fedeltà alla Chiesa e ai compiti propri del Vescovo, rispondendo «Sì, lo voglio» alle domande poste dal Vescovo ordinante. 

Sono seguite le Litanie dei Santi. Tutti si sono alzati in piedi e i Vescovi si sono tolti la mitra. Il Vescovo ordinante principale, con le mani giunte, ha invitato il popolo alla preghiera di supplica per l’intercessione della Vergine Maria, Madre di Dio, degli angeli e di tutti i santi, mentre il Vescovo eletto si prostrava a terra in segno di umiltà. 

È seguita l’imposizione delle mani, il gesto con il quale gli apostoli imploravano il dono dello Spirito che guida e governa la Chiesa su coloro che erano stati eletti come loro collaboratori e successori. Questo gesto, unito alla preghiera di ordinazione, ha costituito l’elemento essenziale dell’ordinazione episcopale. L’eletto si è inginocchiato davanti al Vescovo ordinante principale, che ha imposto le mani sul suo capo. Lo stesso hanno fatto dopo di lui gli altri Vescovi. 

Successivamente, il Vescovo ordinante principale ha imposto sul capo dell’eletto il Libro dei Vangeli aperto, alla cui Parola dovrà sempre obbedire e dalla cui sapienza è chiamato a lasciarsi permeare. 

Il Vescovo ordinante principale ha iniziato a pronunciare la preghiera di ordinazione e poi a lui si sono uniti tutti gli altri Vescovi, con le mani giunte e a voce sommessa. Sono seguiti i Riti esplicativi. Con questi riti si mostrano i compiti ai quali il nuovo Vescovo viene abilitato dalla grazia dello Spirito Santo: l’unzione del capo, che significa la particolare partecipazione del Vescovo al sacerdozio di Cristo; la consegna dei Vangeli, che mette in luce la fedele predicazione della parola di Dio come compito principale del Vescovo; la consegna dell’anello, che esprime la fedeltà alla Chiesa, sposa di Dio; l’imposizione della mitra, che porta con sé l’impegno alla santità; la consegna del pastorale, segno del ministero di guida e pastore della Chiesa che gli è affidata; l’insediamento sulla cattedra, segno del suo ministero di capo e maestro della Chiesa locale; l’abbraccio e il bacio di pace, segno dell’accoglienza nel collegio episcopale, che porta, in comunione con il Vescovo di Roma, la sollecitudine per tutte le Chiese. 

La celebrazione è proseguita con la Liturgia eucaristica e, da questo momento, il nuovo Vescovo ha presieduto la celebrazione eucaristica. Dopo i Riti di Comunione si è arrivati ai Riti di conclusione. Il nuovo Vescovo è sceso tra i fedeli impartendo loro la benedizione. Prima della benedizione solenne, ha rivolto il suo ringraziamento a tutta l’assemblea. 

«Iniziando il mio ministero in mezzo a voi, desidero soltanto che siamo e cresciamo sempre di più come comunità cristiane che attendono la venuta ultima del Signore Risorto, insieme a tutti i Santi. Abitiamo un mondo in cui sembra possibile soddisfare ogni bisogno. E può crescere, anche tra i cristiani, la tentazione nefasta di chiedere ormai tutto a questo mondo, che rimane tuttavia finito, fragile, e in alcuni aspetti persino malato. Non c’è proprio bisogno oggi di una Chiesa che sia il semplice prolungamento di questo nostro mondo. C’è invece ancora un bisogno immenso, dentro questo mondo, del servizio che possono rendere dei cristiani che continuano a rimanere in attesa della venuta ultima del Risorto: è il servizio della speranza. Se ci rimetteremo tutti, indistintamente, in un cammino di conversione autentica e se ci vorremo bene nel Signore - non importa che siamo amici o no, e neppure che ci conosciamo o meno - potremo essere ciò che il Signore desidera che siamo, per questa terra di Torino e di Susa e per questo nostro tempo. E questo è anche ciò che ha diritto di essere ancora chiamato, con serietà, lavoro e impegno pastorale». 

L’invocazione a Maria nel Tempo di Pasqua con il canto del Regina Caeli ha concluso questo importante momento, che segna l’inizio di un nuovo cammino per monsignor Repole e per la nostra Diocesi. Ad multos annos! 

Chi è il nuovo arcivescovo di Torino e Susa

Monsignor Roberto Repole è nato a Torino il 29 gennaio 1967, è cresciuto a Druento e Givoletto, Comuni nell’arcidiocesi di Torino. Entrato in Seminario all’età di undici anni, ha compiuto gli studi superiori presso il Seminario minore, conseguendo la maturità classica presso il Liceo salesiano Valsalice di Torino nel 1986. 

Ha studiato filosofia e teologia nel Seminario arcivescovile di Torino e ha ricevuto l’ordinazione presbiterale dal cardinale Giovanni Saldarini il 13 giugno 1992. Dal 1992 al 1996 è stato Vicario parrocchiale presso la parrocchia di Gesù Redentore e collaboratore della parrocchia Ss. Nome di Maria in Torino. 

Ha proseguito gli studi di Teologia sistematica presso la Pontificia Università Gregoriana a Roma, conseguendo la licenza nel 1998 e il dottorato nel 2001 con una tesi sul pensiero di Henri de Lubac in dialogo con Gabriel Marcel. 

Dal 2001 ha insegnato Teologia sistematica presso la sede parallela di Torino della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale e l’Istituto Superiore di Scienze Religiose della stessa città. Canonico della Real chiesa di San Lorenzo a Torino dal 2010, è stato presidente dell’Associazione Teologica Italiana dal 2011 al 2019; preside della sezione di Torino della Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale e collaboratore della parrocchia Santa Maria della Stella a Druento. È stato anche membro del consiglio di amministrazione dell’Agenzia della Santa Sede per la valutazione e la promozione della qualità delle Università e Facoltà ecclesiastiche (AVEPRO) dal 2016. 

Tra gli altri incarichi svolti in questi anni, quello di coordinatore della pastorale universitaria, di membro della commissione ecumenica, di assistente ecclesiastico diocesano del Movimento ecclesiale di impegno culturale (MEIC) e di membro del consiglio presbiterale diocesano. 

Tra le sue pubblicazioni, si segnalano: Il pensiero umile. In ascolto della Rivelazione (Città Nuova 2007), Come stelle in terra. La Chiesa nell’epoca della secolarizzazione (Cittadella 2012), La Chiesa e il suo dono. La missione fra teologia ed ecclesiologia (Queriniana 2019). 

Il 19 febbraio 2022 papa Francesco lo ha nominato 95° Arcivescovo metropolita di Torino e Vescovo di Susa, unendo così in persona episcopi le due sedi. 

Stemma dell’arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, monsignor Roberto Repole

Secondo la tradizione araldica della Chiesa cattolica, lo stemma di un Arcivescovo Metropolita è tradizionalmente composto da: uno scudo, che può avere varie forme (sempre riconducibile a fattezze di scudo araldico) e contiene dei simbolismi tratti da idealità personali, da particolari devozioni o da tradizioni familiari, oppure da riferimenti al proprio nome, all’ambiente di vita, o ad altre particolarità; una croce doppia, arcivescovile (detta anche “patriarcale”) con due bracci traversi all’asta, in oro, posta in palo, ovvero verticalmente dietro lo scudo; un cappello prelatizio (galero), con cordoni a venti fiocchi, pendenti, dieci per ciascun lato (ordinati, dall’alto in basso, in 1.2.3.4), il tutto di colore verde; un pallio bianco con crocette nere, posto sotto lo scudo; un cartiglio inferiore recante il motto, scritto abitualmente in nero. 

Per lo stemma dell’Arcivescovo Roberto Repole è stato adottato uno scudo di foggia “gotica”, frequentemente usato nell’araldica ecclesiastica, mentre la croce patriarcale d’oro è “lanceolata”, con cinque gemme rosse a simboleggiare le Cinque Piaghe di Cristo. 

Descrizione araldica dello scudo: “Rosso, dalla banda d’oro, caricata di tre chiodi neri posti nel senso della stessa”. 

Il motto: “Christus tradidit seipsum pro me” (Gal 2,20). Le parole scelte da monsignor Roberto per il proprio motto episcopale sono tratte dalla Lettera di Paolo ai Galati laddove l’Apostolo sottolinea che Cristo “ha dato se stesso per me” (Christus tradidit seipsum pro me). 

Interpretazione. Gli ornamenti esterni caratterizzanti lo stemma di un Arcivescovo Metropolita, oltre ai venti fiocchi verdi pendenti ai due lati dello scudo, sono la croce astile arcivescovile e il pallio. 

Tale croce, detta anche “patriarcale”, a due bracci traversi, identifica appunto la dignità arcivescovile: infatti, nel XV secolo, essa fu adottata dai Patriarchi e, poco dopo, dagli Arcivescovi. Alcuni studiosi ritengono che il primo braccio traverso, quello più corto, volesse richiamare il cartello con l’iscrizione “INRI”, posto sulla croce al momento della Crocifissione di Gesù. 

Il pallio è un paramento liturgico, tipico degli Arcivescovi con giurisdizione metropolitana, cioè di Arcivescovi che presiedono una provincia ecclesiastica con una o più diocesi, chiamate suffraganee. Secondo alcune interpretazioni, esso rappresenta l’agnello portato sulle spalle, dal Buon Pastore e le due strisce terminali di seta nera simboleggiano gli zoccoli. È l’Agnello crocifisso per la salvezza dell’umanità intera; questo spiegherebbe l’uso della lana, delle sei croci decorative e delle tre spille, le acicula, raffiguranti i tre chiodi della croce di Cristo, che vengono infilate nel pallio durante le celebrazioni. 

Il “campo” dello scudo è in rosso, il colore dell’amore e del sangue: l’amore intenso e assoluto del Padre che invia il Figlio a versare il proprio sangue per noi, per la nostra redenzione. 

I tre chiodi posti sulla banda sono un chiaro riferimento alla Sindone custodita nella Cattedrale di Torino; essi infatti, come la corona di spine, sono i segni esteriori della Passione di N.S. Gesù Cristo che trova il culmine nella crocifissione, ultimo atto d’amore universale per l’umanità. 

La banda, recante i chiodi è in oro, il primo tra i metalli nobili, simbolo quindi della prima Virtù, la Fede: infatti è grazie alla Fede che possiamo comprendere il messaggio d’amore salvifico del Padre.

Silvia Gullino

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