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Attualità | 25 maggio 2022, 09:30

Al Centro Studi Monregalesi la personale di Gabriella Malfatti

Resterà allestita fino al 29 maggio, nei locali di vicolo Monte di Pietà 1

La casa di Asterione - Malfatti

La casa di Asterione - Malfatti

Al Centro Studi Monregalesi (vicolo Monte di Pietà 1) resta allestita, fino al 29 maggio, una importantissima personale di Gabriella Malfatti, artista che ha ottenuto approvazioni dalla critica di numerose nazioni. Pensiamo sia opportuno proporre il commento del poeta Remigio Bertolino, perché legato alla sua città natale.

"Il poemetto La fin dël mond è scaturito dal ricordo di una mitica nevicata degli anni Cinquanta: vorrebbe raffigurare non solo la fine del tempo sospeso dell’infanzia, ma anche la scomparsa di quel mondo contadino definito da Nuto Revelli “il mondo dei vinti”. Così sinteticamente descrivevo la genesi del poemetto che dava il titolo alla raccolta edita per i tipi di puntoacapo nel 2013. Ma qual è stata la madeleine proustiana, la scintilla che ha innescato quel processo di memoria involontaria che ha fatto riemergere dalle nebbie dell’oblio quella magica esperienza della mia infanzia? Nell’estate del 2012, facendo visita alla mia vecchia casa di Montaldo, a metà del lungo budello del portico, mi fermai un attimo a guardare in fondo la luce che ruscellava dall’arcata... Fui catapultato in un inverno lontano quando la neve ci aveva sepolto sotto metri di abbagliante bellezza. Mio padre aveva scavato una galleria dall’uscio di casa al portico. In quel tunnel, dai riflessi cangianti dell’arcobaleno, mi pareva di nuotare in un mare di luce, sotto bianche onde di gelo. Avevo messo pinne al posto delle mani, pinne iridescenti di luce.

Tutte le altre immagini scaturirono da questo nucleo primordiale, come legate da una matassa intricata che a mano a mano dipanavo in fili di trepidi ricordi, in bagliori di folgoranti epifanie.

La prima poesia rievoca il presentimento di neve nella gelida parrocchiale del paese durante la funzione del vespro. Ricordo il pino centenario, nel controluce delle Alpi azzurre, che ci accompagnava nella discesa lungo la scalinata, dopo il sagrato, con la sua chioma di smeraldo invasa dalla cenere del crepuscolo. Poi, riemerse il ricordo di mio padre in cucina, la sera, mentre fuori imperversava la tormenta: mi leggeva una quartina di Nostradamus al tremolante sprazzo di luce di un lume a petrolio. I capelli brizzolati, il naso aquilino, l’ampia fronte arata dalle rughe del tempo; era come un profeta nel deserto di neve e silenzio della sera.

Ma ora veniamo alle splendide tavole che Gabriella ha dedicato al poemetto. Un dono inatteso e così vicino al mio sentire che mi lasciò esterrefatto quando ebbi sotto gli occhi le originali illustrazioni. Ma illustrazioni non è il termine esatto per opere che reiventano in chiave fantastica l’universo infantile cui ho dato vita. Un’operazione artistica quanto mai lontana da qualsiasi forma di banale restituzione mimetica del testo. La pittrice, avvalendosi di una fantasia sorgiva e poetica, quella forma creativa che il poeta inglese Coleridge definiva “facoltà che ha il potere di aggregare gli elementi più disparati”, inventa microcosmi all’insegna della leggerezza, del sogno, della visione. Già nella tavola I si vede lo sprofondamento per cerchi concentrici dell’artista nei miei versi. Sulla carta, uno speciale supporto tra il ruggine e l’ocra, l’immagine si accampa con tutta la potenza visionaria del sogno. La chiesa sullo sfondo, in alto sul colle, e il pino gigantesco, a lato, nel puro cristallo delle prime falde che tramano di splendore la luce moribonda del crepuscolo. La tavola VIII, quella della poesia della quartina di Nostradamus, è tutta giocata su una delicata e struggente bellezza fatta di luci ed ombre, di splendidi ghirigori di gelo, di danze evidenziate in figure stilizzate che ricordano le pitture rupestri...

Tutte le immagini di Gabriella scaturiscono da una immersione totale nel poemetto. Non si è soffermata alla superficie, ma ne ha esplorato le pieghe più nascoste e segrete, quei baluginii di intime sensazioni, quei tremolanti ricordi tramati di freddo e di neve, quelle paure tipiche dell’infanzia (lupi, mostri, fantasmi, buio). Apparizioni fantasmatiche, gorghi di colore, lucori di paradisi perduti... In un vorticare di forme che paiono smaterializzarsi in metamorfosi proprie del sogno, Gabriella coglie l’essenza del poemetto. Nel brulicare di visioni, in una sorta di oltretempo, opera una alchemica trasmutazione della grezza materia in alito spirituale...".

comunicato stampa

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