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Al Direttore | 25 luglio 2022, 11:26

Esternalizzazione servizi Asl: "Un percorso che viene da lontano"

"E ora la sanità collassa: quello che era un ricorso sporadico al “gettone” (già presente da anni e anni) diventa la prassi, con i soldi che noi versiamo per avere assistenza sanitaria pubblica"

Immagine d'archivio

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Riceviamo e pubblichiamo.

Ho letto la notizia dell’esternalizzazione dei servizi da parte dell’Asl Cn1.
Questo non mi ha colto di sorpresa, sono decenni che la sanità subisce un depauperamento delle risorse, con un piano a largo raggio, volto a portare alla privatizzazione della stessa.

La legge 833 del 23 dicembre 1978 si basa su tre principi cardine: l’universalità, l’uguaglianza e l’equità e affonda le proprie radici nell’articolo 32 della nostra Costituzione.

Tutto quello che è successo dopo il varo della legge quadro 833/78, una legge che poneva l’Italia ai primi posti al mondo per la gestione della sanità pubblica e dell’assistenza ai cittadini, è stato studiato per minarla alla base: già negli anni ’90, con le leggi del 1992-93 e la riforma Bindi del 1999 si abdica ai principi basilari della legge, demandando la gestione della sanità alle Regioni e introducendo il concetto mostruoso dell’aziendalizzazione, che comporta una svolta di 180 gradi sulla ratio della legge: la sanità deve produrre profitto (è questo che fanno le aziende), esattamente come la sanità privata a cui quella pubblica viene sempre più omologata, ma senza disporre delle stesse risorse e soprattutto con il carico dell’art. 32, che non consente di rifiutare cure a chi ne ha bisogno. In aggiunta a ciò, i finanziamenti statali sono diminuiti costantemente.

Invece il concetto che sta alla base dell’assistenza sanitaria universale finanziata con i soldi dello Stato, cioè con i soldi di tutti è completamente diverso: la sanità deve assicurarsi che la comunità resti il più possibile in salute, i cittadini in salute provvederanno a procurare il famoso reddito, in seconda istanza.

Un altro tassello importante del piano di privatizzazione in corso è stato il depauperamento del personale sanitario pubblico, in primis pagandoli poco, di modo che le professioni sanitarie rimangano scarsamente appetibili; in secondo luogo frapponendo ostacoli come il numero chiuso alle facoltà universitarie. Mi chiedo il senso di mettere il numero chiuso alla facoltà di Medicina o a quella di Infermieristica, quando da sempre mancano medici e infermieri.

Inoltre il suddetto personale sanitario è trattato in maniera indegna dai dirigenti e dai quadri, credo che negli ospedali si battano tutti i record di mobbing verticale (anche esperienza personale), così anche chi lavora nella sanità pubblica è indotto a uscirne appena possibile, per andare a lavorare nel privato dove le responsabilità burocratiche sono molte meno oppure rassegnando dimissioni anticipate (quota cento, opzione donna etc., tutte penalizzanti sul piano della pensione).

E ora la sanità collassa: quello che era un ricorso sporadico al “gettone” (già presente da anni e anni) diventa la prassi, con i soldi che noi versiamo per avere assistenza sanitaria pubblica.

A me spiace molto di aver avuto ragione, ho lavorato in sanità pubblica tutta la vita e credo di aver svolto il mio lavoro con passione e competenza, ma quando ne avrò bisogno io, questa non esisterà praticamente più. Le cassandre di sinistra avevano ragione.

A questo punto, se anche si ribaltasse completamente l'attuale assetto che favorisce la privatizzazione della sanità, i tempi per tornare alla lettera della legge 833/78 sarebbero biblici, ma dovremo applicarci e lottare, perché i soldi che diamo allo Stato per fornirci servizi, vengano usati per questo e non per arricchire i soliti noti.

Orietta Basso, 
co-segretaria del circolo Dante Di Nanni PRC-SE Mondovì

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