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Schegge di Luce | 09 ottobre 2022, 09:03

Schegge di Luce: pensieri sui Vangeli festivi di padre Gabriele Dall’Acqua

Commento al Vangelo della Messa del 9 ottobre, XXVIII Domenica del Tempo ordinario

Nella foto di Tino Gerbaldo la chiesa della Madonna di Mombirone (Canale)

Nella foto di Tino Gerbaldo la chiesa della Madonna di Mombirone (Canale)

Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.

Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.

Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.

Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!» (Lc 17,11-19).


Oggi, 9 ottobre, la Chiesa giunge alla XXVIII Domenica del Tempo ordinario (Anno C, colore liturgico verde). A commentare il Vangelo della Santa Messa è padre Gabriele Dall’Acqua, Frate minore di Mombirone (Canale).

Amore, vita, valori, spiritualità sono racchiusi nella sua riflessione per “Schegge di Luce, pensieri sui Vangeli festivi”, una rubrica che vuole essere una tenera carezza per tutte le anime in questa valle di esilio. Parole e pensieri di francescana semplicità per accendere le ragioni della speranza che è in noi.

Eccolo, il commento.

Nel suo cammino verso Gerusalemme, Gesù incontra un gruppo di lebbrosi, persone messe ai margini, evitate, “straniere” nei confronti di tutti, a cui resta però il diritto e la libertà di gridare tutta la disperazione dell’anima: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!» (Lc 17,13).

Il Signore incrocia la loro angoscia e vi dedica una speciale attenzione. Già da questo primo momento la loro malattia sembra risolversi: «Andate a presentarvi ai sacerdoti» (17,14). Il sacerdote era l’autorità in grado di certificare l’avvenuta guarigione di un lebbroso, legittimando così il suo possibile ritorno nella comunità. Tuttavia, Gesù non invia i lebbrosi dopo averli guariti, ma li fa partire così come sono: «e mentre essi andavano, furono purificati» (17,14).

Tuttavia, essere «purificati» non significa necessariamente essere anche «guariti». Possiamo avere un corpo sano, eppure conservare un cuore triste, rassegnato, soprattutto ingrato. Dei dieci lebbrosi, uno soltanto «vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo» (Lc 17,15-16); «era un Samaritano» (17,16), cioè uno straniero. Accorgendosi di essere stato oggetto di un regalo, il samaritano vuole incontrare il volto del donatore. Per questo si ferma, liberando quella splendida capacità che possiamo riscoprire in questa domenica: la gratitudine.

Forse essere guariti significa sia la libertà di gridare i nostri bisogni al Signore, sia dire grazie, nella consapevolezza di aver ricevuto qualcosa che da soli non potevamo darci. Gesù dice al samaritano: «Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato» (Lc 17,19). Dio certo può salvarci, ma non senza di noi. Non senza la nostra fiducia in Lui. Anzi, è proprio la relazione col Signore che è salvezza e guarigione nostra, è lo Spirito che grida i noi, che prega in noi, che scrive in noi un atteggiamento da Figli di Dio.

Di fronte a quest’unico lebbroso tornato indietro, Gesù si e ci interroga: «Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?» (Lc 17,18). Come mai proprio uno straniero si rivela capace di fare ciò che tutti dovremmo fare? Forse, perché lo straniero è, in un certo senso, un «povero», che non vive le cose in modo scontato, ma si stupisce di fronte alle manifestazioni della grazia. Ricordiamoci, in questa domenica, che siamo tutti stranieri in questo mondo, e nulla in fondo ci appartiene. Possiamo ritrovare la coscienza di essere pellegrini, in cammino verso una «gloria eterna» (2,10) a causa del Vangelo ascoltato, creduto, custodito nel cuore: «Se moriamo con lui, con lui anche vivremo; se perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, lui pure ci rinnegherà; se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso» (2Tm 2,12-13).


Silvia Gullino

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