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Cronaca | 16 novembre 2022, 18:12

Copriva i 'soci' che mettevano a segno i furti nelle case riportandoli alla base: condannato

L'imputato, un umo di origine albanese, è stato ritenuto colpevole di favoreggiamento. Per la Procura si tratta di una condotta non episodica: "Era un unico gruppo all’interno del quale si sono formate le varie squadre: obiettivo comune, i furti in abitazione"

Immagine di repertorio

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Copriva i furti in abitazione messi a punto nel cuneese dai ‘compari’ che provenivano da altre regioni. Questa la trama su cui si snoda l’impianto accusatorio nei confronti di K.P., un uomo albanese residente a Busca accusato, e poi condannato per favoreggiamento. Il procedimento trae origine da due furti, uno solo tentato e l’altro consumato, in due abitazioni di Lagnasco.

Era il dicembre 2017, quella sera ai Carabinieri venne riferito da un cittadino di una sospetta Volkswagen Polo che si aggirava per il paese con i fari spenti. Sull’auto viaggiavano quattro soggetti albanesi: due vennero arrestati immediatamente e, insieme a loro venne anche recuperato il bottino dei furti messi a segno poco prima. Gli altri due, invece, fuggirono nei campi, e pensando di far perdere le proprie tracce, si diressero a casa di K.P.

I loro cellulari, però, erano stati precedentemente messi ‘sotto controllo’ dalle autorità nell’ambito di un’indagine per omicidio di un connazionale: questo consentì di intercettare la telefonata di quella sera, in cui si sente uno dei due fuggitivi dire a K.P. “apri la porta, sono sotto casa tua con Toni”. All’imputato, dunque si arrivò attraverso le intercettazioni.

Come illustrato in udienza dall’allora comandante del nucleo investigativo provinciale, due dei componenti della ‘banda’ avevano trovato una sistemazione a Dronero: K.P. (insieme ad altre persone) aveva il compito di andare a prenderli dopo che avevano messo a segno i furti e riportarli alla base. Il padrone dell’alloggio, insospettitosi del via vai, aveva chiesto i documenti a uno dei due uomini. Una richiesta, questa, che generò timore negli albanesi. “In una delle telefonate intercettate -ha proseguito il militare- si sente l’imputato lamentarsi con un connazionale che i due si fossero spaventati troppo facilmente, sostenendo che il suo aiuto non fosse apprezzato. Abbiamo tratto la convinzione che questi soggetti si trovassero in Valle Maira per commettere reati: proprio in quei giorni, infatti, si era verificato un furto ed erano state sottratte anche due pistole”.  

Il pubblico ministero, nella sua requisitoria, ha definito la condotta dell’imputato come “non episodica. Finalizzata a garantire il proprio appoggio all’esecuzione di illeciti che, provenendo da altre regioni, non avrebbero potuto metterli in atto senza la sua collaborazione. Si tratta di un unico gruppo all’interno del quale si sono formate le varie squadre: obiettivo comune, i furti in abitazione”. La procura, che ha sostenuto l’accusa di concorso morale e materiale nei furti in abitazione, ha chiesto una condanna a sei anni ci carcere.

Di contro, la difesa dell’imputato, ha sostenuto come dall’istruttoria “non emerge che K.P. si sia adoperato per assicurare rifugio ai connazionali”. Inoltre, per l’avvocato, non c’è nemmeno prova che fosse in effetti il suo assistito a parlare al telefono “il fatto che qualcuno gli abbia detto ‘apri la porta, sono sotto con Toni’ non implica che abbia offerto ospitalità: non c’è nessuna conversazione in cui K.P. inviti qualcuno a venire da lui”.

Il giudice, riqualificando il reato in favoreggiamento, ha condannato K.P. a nove mesi di carcere.

CharB.

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