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Taglia 14-19 | 20 novembre 2022, 19:12

TAGLIA 14-19: RACCONTI DALL’ETA’ DEI SOGNI / Anna

"L’aereo decollò e lei chiuse gli occhi per pregare: avrebbe voluto che un giorno la sua mamma ritornasse, l’aveva perdonata, avrebbe desiderato scorgerla tra un corridoio e l'altro di un supermercato, oppure su un mezzo pubblico, oppure notarla su una panchina nel parco"

TAGLIA 14-19: RACCONTI DALL’ETA’ DEI SOGNI / Anna

“Taglia 14-19” è una raccolta di storie vere, riproposte sotto pseudonimo. Un progetto che nasce dopo tre anni di ricerca, tra fonti orali e scritte, tra studenti e studentesse delle superiori in età compresa, appunto, tra i 14 e i 19 anni. Amarezza, gioia ed emozioni palpabili riproposti attraverso i loro occhi, i temi scritti, i “pizzini” lasciati nell’agenda dell’insegnante, i messaggi durante i periodi di vacanza e i dialoghi sospesi tra un intervallo e l’altro. Ragazzi e ragazze che hanno una loro visione del mondo e della vita, anche se coglierle non è sempre così immediato.

L’autrice. Francesca Gerbi è un’insegnante di lettere e sostegno nelle scuole superiori, giornalista e scrittrice. Con l'editrice "La collina dei libri" ha appena dato alle stampe "La memoria di Viola", romanzo col quale affronta con delicatezza lo spinoso tema dell’Alzheimer.


***

Anna

Anna se ne stava lì, nel giardino della casa famiglia.
Annusava le primule e le viole, amava i fiori e i suoi fratelli surrogati.
Osservava la “mamma” arrabbiata con il tagliaerba.
Forse, quando sarebbe stata più grande, gliene avrebbe comprato uno nuovo.

La notte del 14 agosto 2013 il vento soffiava sulla città di Bologna con la furia e gli strepitii di un bambino arrabbiato: si avvinghiò alle querce secolari e scacciava tutto ciò che gli si avvicinava.

La pioggia cadde sulla città: pareva volerla cancellare per sempre dalla faccia della terra. 
Anna era seduta sul sedile posteriore di una macchina lussuosa, non le dispiaceva il vento, nemmeno quando era arrabbiato perché, in un certo senso, stava esprimendo i suoi sentimenti interiori, senza che dovesse farlo lei.

Ora doveva concentrarsi per placare il respiro, o la gola, che le si sarebbe stretta fino alla dimensione di una nocciolina.

Affondava il naso nel colletto del cappotto, probabilmente uno preso a caso, di qualche altro fratello che non avrebbe mai più rivisto, le sue narici le si riempirono dell'odore familiare di terra umida. Il respiro rallenta e, finalmente, la nocciolina comincia a ingrandirsi.

Anna respirava.
 Per distrarsi e non pensare a ciò che sarebbe accaduto da lì a poco, le sarebbe piaciuto fare due chiacchiere con l'educatrice che l'accompagnava, eppure lei guardava nel vuoto, aveva evidentemente gli occhi lucidi e la faccia di chi saluta un bambino per sempre e non per la prima volta.


La vita dei bambini che nascono abbandonati è così: si ritrovano a chiamare mamma e papà ciclicamente persone diverse, trovano delle mamme e dei papà negli educatori, nei fratelli e nelle sorelle maggiori, negli insegnanti, talvolta nei bidelli della scuola.


Anna aveva mille pensieri per la testa, al posto di quei 7 anni se ne sentiva 85: le avevano detto che era stata ritrovata in una stanza ricolma di rifiuti, probabilmente in una città al fondo del tacco italiano, ma non sapeva bene, soprattutto non aveva mai indagato.

La cartella che portava con sé era sempre la stessa “Anna Rossi - un comune cognome - genitori sconosciuti” e poi l'elenco delle case famiglia in cui era rimasta. 
Talvolta si era trovata molto bene, le prime ad accoglierla erano state quelle suore cicciottine e pacioccose, che l'avevano viziata con biscotti e omogeneizzati, il primo ricordo che aveva era della madre superiora, una donna burbera dall'aspetto severo, ma con il cuore d'oro.

Della prima Pasqua di cui avesse memoria, ricordava un ovetto di cioccolato con la carta cangiante e fucsia, con sopra un’etichetta con su scritto “Sorpresona”: la madre superiora le aveva dato un bacio dicendole che avrebbe potuto aprirlo, giocare un pochettino con la sorpresa e poi andare a dormire, raccomandando le preghiere al Signore prima di addormentarsi.


Il carattere di Anna, perlomeno da piccola, non aveva rispecchiato le fatiche di bimba nata da nessuno, era perennemente felice e, quella sera, scartò l'ovetto con cura, comparì Tuf, un tigrotto di peluche: il primo regalo che avesse ricevuto.

Tuf era nella tasca dell’impermeabile, Anna lo teneva stretto stretto, aveva paura che quel vento impetuoso glielo portasse via.

Arrivarono all’aeroporto.
Anna diede un bacio all’educatrice e seguì l’hostess che la stava aspettando.

L’aereo decollò e lei chiuse gli occhi per pregare: avrebbe voluto che un giorno la sua mamma ritornasse, l’aveva perdonata, avrebbe desiderato scorgerla tra un corridoio e l'altro di un supermercato, oppure su un mezzo pubblico, oppure notarla su una panchina nel parco.

Anna aspetta, aspetta sempre che qualcuno la venga a prendere per davvero.
La speranza non è una perdita di tempo, è solo un dare senso, cercare di non avere l’ansia e capire che, prima o poi, qualcosa succederà.

Francesca Gerbi

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