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Saluzzese | 18 gennaio 2023, 07:00

138 anni fa la tragica valanga di Frassino che sconvolse la valle Varaita, il Cuneese e la Nazione

Il 18 gennaio 1885 Meire Fasi e Meire Martin vennero letteralmente cancellate da una slavina e le borgate Oliveri, Danna e Bruna subirono danni rilevanti. Drammatico il bilancio: 71 morti, 10 feriti e 82 persone estratte vive dopo 48 ore trascorse sotto la neve

138 anni fa la tragica valanga di Frassino che sconvolse la valle Varaita, il Cuneese e la Nazione

 

Il 18 gennaio del 1885 la valle Varaita conobbe una delle più disastrose valanghe che abbiano interessato il Cuneese.

A Frassino - precipitando dal Monte Ricordone (1763 m) - una slavina, spezzatasi in cinque rami, travolse alcune borgate causando 71 morti e 10 feriti, mentre 82 persone vennero estratte vive poco alla volta, alcune dopo quarantotto ore di strenua resistenza.

Meire Fasi e Meire Martin vennero letteralmente spazzate via, mentre le borgate Oliveri, Danna e Bruna subirono danni rilevanti.

Un fatto che ebbe risonanza sui media nazionali e che ancora oggi è vivo nella memoria degli anziani del paese.

Una croce e una targa sulla sommità del Monte Ricordone ricordano quella tragedia consumatasi 138 anni fa.

Riprendiamo due articoli che rievocano il fatto e la copertina che il rotocalco “L’Illustrazione Italiana” dedicò al tragico evento.

 

***

Gennaio 1885. La neve continua a cadere senza sosta da più giorni. Neve pesante e cattiva che toglie il fiato.

Tutto riposa controvoglia sotto quella coltre che cresce a vista d’occhio sommergendo campi, strade e cortili. I suoni svaniscono e si perdono tra le braccia del silenzio. La montagna dorme e la vita si rintana nelle stalle e nelle cucine. Di tanto in tanto gli uomini spalano i tetti e ricavano stretti camminamenti su ciò che resta delle mulattiere.

Le Alpi di Cuneo stringono i denti dal Monregalese al Saluzzese.

Alcuni versanti non riescono più a trattenere quel peso insostenibile e lo vomitano a valle. Tra il 16 e il 17 gennaio l’eco di qualche valanga comincia a riecheggiare in ogni paese.

In Valle Varaita le autorità sorvegliano la situazione viste le tante borgate, le tante frazioni, le tante persone.

Molti valloni secondari sprofondano così nell’isolamento. Soltanto i lumi domestici squartano il buio silenzioso della notte. Ma nessuno si preoccupa troppo.

La vita in montagna a fine Ottocento, dopotutto, è fatta di sofferenze e di sacrifici che temprano cuore e anima. Nessuna paura, dunque, soltanto una passiva accettazione dei fatti.

Il 17 gennaio, però, continua a nevicare e in Valle Varaita il manto bianco raggiunge ormai i 190 cm a partire dai settecento metri di altitudine. Il primo problema diventa la stabilità degli edifici. Tetti, fienili, ballatoi. Si spala e si suda sotto lo sguardo minaccioso di qualche valanga pronta a staccarsi dai versanti più esposti. Verso sera le prime notizie: crolli e feriti verso il Monregalese e il Cuneese.

Frassino la gente dorme ancora serena. Domani, probabilmente, smetterà di nevicare.

Il 18 gennaio, in effetti, la neve cessa di cadere ma soltanto perché alle quote più basse si trasforma in pioggia. Nonostante la nebbia in molti nel capoluogo si recano alla messa domenicale. Dalle frazioni, purtroppo, non si riesce a scendere e si rimane in casa.

Tra mezzogiorno e la mezza, però, il Monte Ricordone alza la voce scuotendosi di dosso quell’insopportabile mantello bianco.

Una valanga terrificante precipita allora in direzione di Frassino dividendosi in cinque rami differenti.

Meire Fasi Meire Martin vengono rase al suolo. Danni consistenti anche in Borgata Oliveri, Borgata Danna e Borgata Bruna.

La notizia in paese arriva grazie a sei ragazzi di Meire Fasi miracolosamente scampati al disastro poiché di ritorno dall’Albergo del Gallo e presi di striscio dalla valanga. I soccorsi partono subito, ma la pioggia spessa, i collegamenti e i due metri di neve al suolo rallentano ogni movimento.

Dei 91 abitanti di Meire Fasi, muoiono in 27; dei 62 residenti di Meire Martin perdono la vita in 44. Considerando anche le altre borgate soltanto sfiorate dalla massa di neve, la valanga del Monte Ricordone causa 71 morti e 10 feriti, mentre 82 persone vengono estratte vive poco alla volta, alcune dopo quarantotto ore di strenua resistenza. In memoria della sciagura, è stata installata una croce con apposita epigrafe proprio in prossimità del punto esatto di distacco della valanga.

(Tratto da www.AlpidiCuneo.it.)

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Lunedì 18 gennaio 1885  la valanga di Borgata Fasi

Verso sera i soccorsi con il delegato di Pubblica sicurezza Cardone partirono da Saluzzo; la nevicata continuava in alta Valle Varaita dove intanto gli uomini di Frassino avevano raggiunto Meire Martin con l’aiuto di tavole e corde; lungo il tragitto si presentò ai loro occhi uno scenario apocalittico.

Agli Oliveti la valanga aveva tagliato a metà una casa trascinando con sé una donna e lasciando la stalla con due vacche. Un ragazzo di nove anni venne sorpreso e schiacciato a Meire Bruna mentre cercava di attingere acqua.

In borgata Danna un fanatico, inerpicatosi su un pilone da lui fatto costruire, asseriva che una casa non toccata dal disastro si fosse salvata per aver dipinti sul uro gli stessi santi da lui venerati: trascurava di non avere più una casa, o perlomeno di averla 9 metri sotto di sé.

Attraverso i racconti dei superstiti riportati sui giornali dell’epoca nei giorni successivi si possono rivivere quelle ore drammatiche. Una donna di Meire Fasi si era accorta per prima della catastrofe imminente e, nonostante il boato della nube che scendeva a grande velocità, era riuscita ad urlare: “La valanga, la valanga”. Il grido le era stato soffocato in gola.

Matteo Garneri sin dal mattino aveva provato una strana inquietudine. Il senso di soffocamento e l’ansia erano cresciuti con il passare del tempo e l’accumularsi della neve. Approfittando di una tregua del maltempo era uscito di casa per andare a prendere la legna; gli animali nella stalla parevano partecipi della sua irrequietezza. Un tonfo sordo, senti come se qualche cosa si fosse rotto in lui: un rombo cupo prese a salire d’intensità mescolandosi ai belati disperati delle capre. Gridò: “Guardatevi, c’è la valanga” e cercò di rientrare in casa. Quei pochi metri, che anni prima avrebbe percorso in un balzo gli furono fatali.

La massa di neve lo schiacciò contro l’uscio mentre i figli, rannicchiatisi in fondo alla stalla, si salvarono tutti. Molti furono gli episodi in cui spiccarono il coraggio e l’abnegazione della gente di montagna; fra questi va ricordata l’abnegazione di una madre che morì facendo da scudo al bambino con il proprio corpo.

Un reduce della Crimea riferì al delegato provinciale di non aver mai avuto tanta paura in guerra come nelle 30 ore in cui era stato sepolto.

Un ragazzo di 17 anni restò 24 ore a capofitto, quando fu liberato rigettò il pane datogli da mangiare; aveva entrambe le gambe fratturate “in modo orribile” e, trasportato presso il tabaccaio suo parente su di una slitta, venne trovato senza speranze dal medico il giorno successivo. Sotto Meire Martin alcune grange furono coperte da dieci metri di neve ed anche il custode sparì. Una ragazza piangendo chiedeva, girando fra i soccorritori come ipnotizzata, se per caso non erano ancora stati dissotterrati gli altri sette membri della sua famiglia. Fu l’unica superstite grazie ad una porzione del tetto che aveva retto.

Un vecchio di ottant’anni, un po’ sordo, mentre stava mungendo non si accorse dell’evento e pensò a tutta prima di essere vittima di uno scherzo. Prese a picchiare alle porte della stalla urlando: “Ah, pelandroni, me l’avete fatta!”. Non ricevendo risposta si addormentò sul suo giaciglio svegliandosi di tanto in tanto per bussare alle porte e mungere. Il mattino i vicini lo salvarono dopo aver praticato un foro nella neve; resosi conto dell’accaduto perse la parola e restò sotto choc per parecchio tempo. Vennero trovate in un locale sepolto sette persone morte per asfissia che “furono schiacciate nel momento in cui il padre stava tosando un montone, ed una donna che stava allattando un bambino che, sebbene quasi nero per il genere di morte che gli era toccata, mostrava di essere bellissimo”.

A Meire Fasi una donna trovò incastrati nel muro distrutto della casa due scatole ed un pitale contenenti 13400 lire, 12000 napoleoni d’oro e 1400 scudi d’argento; marito e figli tutti morti. In Valle Varaita i soccorsi erano costituiti dal pretore di Sampeyre, dai carabinieri, dalle Guardie Forestali, dagli alpini del tenente Rossi, dai medici Arneud e Bugio e dal farmacista Rocchietta. Mentre erano impegnati ad estrarre le ultime vittime, a san Giacomo di Boves un’ennesima valanga fa la settima vittima. Così “la Sentinella delle Alpi” ci descrive l’episodio: “Ieri un contadino, certo Dalmazzo d’anni 30, padre di famiglia, andando ad attingere acqua nel vallone di San Giacomo veniva miseramente travolto sotto una valanga. E’ questa la settima vittima che in tre giorni dobbiamo registrare”.

 

(Dal sito Facebook Frassino Fraise).

 

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