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Alba e Langhe | 22 gennaio 2023, 16:32

Il Capodanno di Kiev: il nuovo anno inizia sotto una pioggia di missili

Dalla capitale ucraina passando per Cherson, per portare aiuti nelle città liberate

Foto: Bogdana Ruda

Foto: Bogdana Ruda

Riparte con il viaggio di ritorno in Ucraina della nostra corrispondente Bogdana Ruda, il racconto sul campo della guerra che ormai da circa un anno sta martoriando il suo Paese. Bogdana è ripartita dall’Italia alla fine di dicembre, vivendo così l’arrivo del nuovo anno nella sua Kiev.

Al mio ritorno in Ucraina – racconta Bogdana – mi stava già aspettando una squadra di volontari, con i quali saremmo andati a Cherson per portare degli aiuti umanitari alla popolazione. La partenza era fissata due giorni dopo il mio rientro da La Morra”.

Cherson è il capoluogo dell’omonimo oblast’ e sorge sulla riva destra del fiume Dnepr, a pochi chilometri dal suo estuario. La città è un importante porto fluviale e altrettanto importante nodo ferroviario e centro aeroportuale. Considerata un’area strategica di collegamento tra la penisola di Crimea e l’Ucraina, ha subito pesanti bombardamenti e attacchi fin dall’inizio della guerra, ed è stata occupata dall’esercito russo fino allo scorso novembre, quando la città, grazie alla resistenza ucraina, è stata liberata e tornata sotto il pieno controllo ucraino.

La strada che dovevamo percorrere è piuttosto lunga – racconta Bogdana – quindi decidemmo di partire la mattina molto presto, alle 5. Programmando di fermarci ​​a Mykolaïv, per fare una sosta”.

Mykolaïv è il capoluogo e maggior centro dell’omonimo oblast’, nonché nona città ucraina per numero di abitanti. Si trova a circa 110 km dalla centrale nucleare di Yuzhnoukrainsk, una delle più importanti del Paese, in un’area considerata strategica per l’accesso a Odessa, è tra i principali porti ucraini del Mar Nero. Da marzo 2022 è stata oggetto di pesanti bombardamenti, che si sono concentrati soprattutto su obiettivi civili, edifici amministrativi e università, causando numerose vittime.

A Mykolaïv il gruppo decide di passare la notte ospite a casa della famiglia di un loro amico. “Durante la serata – prosegue nel racconto – i nostri ospiti ci hanno raccontato come sono sopravvissuti agli incessanti bombardamenti di Mykolaïv, vivendo per oltre tre mesi in un seminterrato e quanto questo sia stato terribile. Tra tutti i racconti, la cosa che mi ha maggiormente colpita, è stata sapere che uno dei bambini, aveva compiuto gli anni il 24 febbraio. Penso che non possa esistere cosa peggiore per un bambino il giorno del suo compleanno: l’inizio di una guerra”.

Durante la cena la famiglia racconta ai ragazzi storie dei mesi precedenti, gli mostra foto e alla fine gli propone un alloggio, per passare la notte, a circa un chilometro dalla loro casa, ma il gruppo dei volontari rifiuta. “Meglio sul pavimento, ma tutti insieme”, dice Bogdana, “la guerra ci ha insegnato a essere un gruppo unito, a non dividerci mai”.

I ragazzi, così ci piace chiamare il gruppo di volontari, ripartono da Mykolaïv al mattino presto, mentre la città è avvolta da una fittissima nebbia, che rende quasi difficile poter riconoscere la strada giusta da percorrere.

All’arrivo a Cherson, la prima cosa che fanno è fermarsi ad un posto di blocco della polizia per chiedere quali misure sia necessario prendere e quale fosse il modo migliore e più sicuro per attraversare la città. I poliziotti gli dicono che devono indossare i giubbotti antiproiettile e gli elmetti, perché la città ancora adesso subisce costantemente dei bombardamenti, soprattutto nella parte di Cherson da dove si sono ritirate le truppe russe, che è di fatto la zona della loro via di fuga.

Il giorno prima del nostro arrivo – spiega Bogdana – il centro di Cherson è stato bombardato, 7 persone sono morte e 58 sono rimaste ferite”. Al loro ingresso la città sembra vuota, quasi deserta, si vedono passare solo mezzi militari e auto della polizia. L’obiettivo di questa tappa è portare degli aiuti ad una ragazza disabile, di cui i volontari si sono presi cura già prima dell’inizio dell’invasione russa. Durante l’occupazione russa avevano sospeso gli aiuti, perché non riuscivano a raggiungerla, ma questa volta, finalmente, ce l’hanno fatta.

Qui abbiamo sentito la prima esplosione della giornata – racconta Bogdana – non era molto vicino, ma sentivamo che la città veniva bombardata”.

Compiuta la missione, i ragazzi ripartono, prossima tappa il villaggio di Komyshany, vicino a Cherson. “In questo villaggio vivono i parenti di uno dei nostri amici – spiega Bogdana – che ci hanno organizzato un incontro con la gente del posto. Siamo arrivati che ci stavano già aspettando. Sono principalmente anziani, nonni, famiglie con bambini. Abbiamo distribuito loro kit alimentari, prodotti per l’igiene, alcuni giocattoli e dolci per i più piccoli”.

In una situazione come quella attuale, non si può stare fermi per troppo tempo, soprattutto con la presenza di tante persone, per cui viene effettuata rapidamente la distribuzione e i volontari lasciano velocemente il villaggio.

Prossima tappa il famoso villaggio di Chornobayivka, città ucraina dell’Oblast’ di Cherson, che si trova a circa 10 chilometri a nord-ovest, nel territorio dell’ex distretto di Bilozerka. La cittadina è sede, anzi purtroppo era sede, dell’aeroporto militare e dell’aeroporto internazionale di Cherson.

Qui il 24 febbraio le forze armate russe lanciarono un attacco missilistico a causa del quale non rimase praticamente nulla dell’aeroporto internazionale. La zona è stata teatro di pesanti scontri, le forze armate ucraine hanno respinto le forze russe per ben 29 volte nello stesso luogo.  Le battaglie vicino a Chornobayivka sono durate dal 27 febbraio 2022 all’11 novembre 2022.

Nei pressi dell’aeroporto abbiamo incontrato dei militari”, racconta Bogdana, “a cui abbiamo chiesto se potevamo entrare e filmare. I militari ci hanno autorizzato e si sono offerti di accompagnarci, perché l’area non è stata ancora completamente bonificata dalle mine. Loro ci hanno accompagnati dove si erano insediate le truppe russe, zone testate e già sminate”.

Faccio ancora fatica – prosegue Bogdana – a credere che quello che vedo non sia un film di guerra, ma la nostra realtà. Trincee, contenitori di armi, gli edifici aeroportuali e la pista sono un cumulo di macerie, vetri e ci sono mine anticarro vicino ai nostri aerei distrutti. È come se vedessi tutto con i miei occhi, ma non voglio credere che questa sia la realtà”.

 

Manca una settimana a Capodanno e ormai è quasi un anno che è in atto la guerra. A Kiev la popolazione sembra essere divisa in due: alcuni non sono assolutamente dell’umore giusto per festeggiare, perché c’è una guerra nel Paese, altri sembra che lo vogliano esorcizzare non pensandoci, cercando di vivere la vita che hanno sempre avuto. “Niente ci impedirà di vivere. E festeggeremo il nuovo anno! Questa è la nostra vita, nessuno può togliercela”, affermano con decisione.

Il 31 dicembre dopo pranzo – racconta Bogdana – è iniziata un’allerta aerea in tutta l’Ucraina. Nuovamente bombardamenti. Ci sono stati danni in 4 distretti di Kiev a seguito dell’attacco missilistico. Un missile ha colpito un hotel, distruggendo 5 piani. Un altro è caduto su un complesso privato, causando altrettanta distruzione. In totale una persona è morta e 21 sono rimaste ferite.

La sera stessa di Capodanno, a mezzanotte e mezza, l’allarme antiaereo è suonato di nuovo. Una parte della popolazione è corsa a rifugiarsi nella metropolitana, utilizzata come rifugio antiaereo, mentre un’altra ha cominciato ad uscire sui balconi e salutare l’arrivo del nuovo anno gridando: “Gloria all’Ucraina”. Tutte queste grida interrompevano di tanto in tanto il suono della contraerea, sostenuta da altre grida: “Dai ragazzi, abbattete i missili! Grazie!

Tra un allarme e l’altro, la gente cantava, si scambiava auguri, dicendo “La vittoria è nostra!”. Un’atmosfera molto strana, di sentimenti contrastanti. Con un’unica certezza: non c’è mai stato un Capodanno così.

Bogdana Ruda/Andrea Olimpi

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