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Alba e Langhe | 07 febbraio 2023, 07:05

DA KIEV ALLE LANGHE ANDATA E RITORNO / Due settimane lunghe un anno: il racconto dei fratelli Stvolotskyi, volontari al fronte ucraino [FOTOGALLERY]

Continua l'incessante attività dei volontari a supporto dei militari e dei civili coinvolti nel conflitto che si sta protraendo in Ucraina

La nostra corrispondente con Artem e Bohdan nella regione di Donesk. Luglio 2022

La nostra corrispondente con Artem e Bohdan nella regione di Donesk. Luglio 2022

Il nostro diario dall’Ucraina continua questa settimana con l’incontro con due ragazzi poco più che trentenni, che dal 24 febbraio 2022, con lo scoppio della guerra, hanno deciso di dare il loro contributo alla causa del proprio Paese facendo i volontari.

Si tratta di Artem e Bohdan Stvolotskyi, hanno solo un anno di differenza e sono amici d’infanzia della nostra corrispondente Bogdana Ruda. 

“Ci conosciamo fin da bambini, avevamo 4 o 5 anni”, dice Bogdana, “siamo amici da 25 anni, ora siamo una famiglia”.

Artem Syvolotskyi è nato il 10 settembre 1993 nella regione di Kiev, gli abbiamo chiesto cosa lo abbia spinto a diventare volontario e quando ha iniziato.

“In questi ultimi anni – racconta Artem – io e mia moglie vivevamo a Irpin. Il 24 febbraio, quando sono iniziati i bombardamenti, siamo partiti da Irpin, ho portato mia moglie a Nastashka, un villaggio nel distretto Rakytnyansky della regione di Kiev, e lì, il 26 febbraio, mi sono arruolato nella Teroborona”.

Teroborona viene dall’ucraino tериторіальна оборона, che si legge terytorialʹna oborona e significa “difesa del territorio”. E' una formazione militare di difesa del territorio formata da volontari, nata sulle ceneri dei battaglioni volontari costituiti nel 2014-2015, che è stata istituita il 1° gennaio 2022 dal governo Zelensky per dare supporto alle forze regolari, ma anche assistenza e sostegno alla popolazione civile. Mobilitata immediatamente all’atto dell’invasione russa, a marzo del 2022 il numero di unità arruolate nelle forze di difesa territoriale contava oltre 100.000 uomini.

Nella Teroborona si sono arruolati anche molti artisti, tant’è che il noto gruppo musicale dei Gogol Bordello ha voluto dedicare al loro coraggio e a quello dei tanti civili una canzone omonima.  

“All’inizio di marzo – prosegue nel racconto Artem – mia moglie si è trasferita all’estero. Abbiamo deciso che era meglio per lei partire e andare in un posto più sicuro. Alla fine di marzo ho deciso di lasciare l’unità di difesa territoriale, anche perché in quella zona non c’erano più bombardamenti o presenza di militari russi. Sinceramente, da subito, mi sono sentito inutile”.

“Artem mi ha portata a Kiev - dice la nostra corrispondente intervenendo nel discorso - e abbiamo iniziato a raccogliere aiuti per le unità militari volontarie. Siamo stati a Kyiv e in altre città e abbiamo raccolto di tutto, medicine, uniformi, dispositivi di protezione e parti di equipaggiamento, arrivando fino al confine con la Polonia per recuperare un’auto, sempre da donare ai militari delle unità”.

Alla fine di questa “missione”, Artem torna indietro per proseguire la sua attività di volontariato, mentre Bogdana rimane a Kyiv al seguito dell’unità militare.
Ci furono richieste per centinaia di kit di pronto soccorso tattico individuali per le unità militari e che fortunatamente siamo riusciti a trovare, grazie a una fondazione benefica tedesca.
"Sono molto carico e fiducioso, ho ancora la forza per andare avanti e aiutare, per dare una mano a chi sta combattendo, a chi sta segnando la storia. Mi rendo conto che sono una persona che sta creando la storia con le proprie mani”.

Quando il conflitto è iniziato, alla fine del febbraio 2022, tutti, soprattutto gli ucraini, si aspettavano che durasse non più di una settimana o due. Invece tra pochi giorni, sarà passato un lungo anno di combattimenti.
Nel periodo successivo venni impiegato per il ripristino delle reti del gas a IrpinBuchaGostomelVorzel.

“Artem e suo fratello Bohdan – racconta Bogdana - hanno raccolto aiuti per i civili della regione di Kharkiv. Poi, grazie ad alcuni amici, abbiamo trovato delle persone in Spagna che ci hanno inviato molti medicinali, che a quel tempo era pressoché impossibile trovare in Ucraina. Nel tempo l’attività di volontariato e di raccolta di aiuti si è sempre di più intensificata, le richieste diventavano sempre maggiori e ogni volta sembrava impossibile riuscire a soddisfare tutti, perché servivano molti soldi. la richiesta, perché richiedeva molti soldi. Come raccoglierli? Dove trovarli?

Arrivavano molte richieste di autovetture, che per altro venivano consegnate cariche di aiuti, dai dispositivi ottici, alle munizioni.

A luglio ci siamo di nuovo incontrati, eravamo a Bakhmut, nella regione del Donetsk. I ragazzi portarono due auto e molte altre cose di cui l’unità aveva bisogno”.

Ma torniamo ad Artem, per sapere come vive la situazione attuale, dopo quasi un anno di ostilità incessanti.

“Sono stanco – ci risponde il volontario – tra l’altro molte delle persone che hanno vissuto nei territori occupati, pensano che noi siamo in debito con loro, che gli dobbiamo qualcosa, quelli che al momento non sono più in zone di guerra, soprattutto uomini. Perché chiedono ora gli aiuti umanitari? Perché non hanno difeso le loro casa, anche volendo con le armi, nei primi giorni? Perché hanno lasciato che le loro città fossero occupate? Non sto parlando di quelle città dove tutto è successo in un paio di giorni. Moralmente è diventato difficile, passiamo il tempo, senza sosta, a raccogliere beni e materiali, a trasportarli e a fare consegne. Intanto dobbiamo anche provvedere alle nostre famiglie, dobbiamo dare aiuti anche a noi stessi, soprattutto per le spese di benzina per andare avanti e indietro".

“Avevamo programmato di partire letteralmente per una o due settimane”, spiega Artem, “speravamo che i nostri militari avrebbero eliminato rapidamente il nemico e tutto sarebbe finito. Invece è passato un anno molto velocemente. Semplicemente non ti accorgi dei giorni. Unisci lavoro e volontariato e ti perdi nel tempo. Nella mia testa oggi è mercoledì, ma in realtà è sabato. Il tempo vola molto velocemente, troppo.

Molti hanno già deciso che per loro la guerra è finita, perché nelle loro vicinanze non si combatte più, non ci sono bombardamenti, quindi non è più necessario aiutare. I primi mesi tutti erano molto uniti, adesso non lo sono più. 

Comunque, sono cambiate molte cose da prima dell’inizio della guerra. Le persone hanno cambiato i loro valori, danno la loro priorità alla sopravvivenza piuttosto che al comfort. Invece di installare un condizionatore d'aria, preferiscono acquistare una batteria per tenere accese le luci in casa”.

Nel futuro degli ucraini, come abbiamo già scritto in precedenza, c’è la vittoria e il ritorno alla vita normale, alla quotidianità, ma questo è lo stesso per chi vive il conflitto tutti i giorni dal suo interno?

“Sì, certo che ci sarà una vittoria – risponde Artem – ma il timore è che questo conflitto possa, poi, continuare a livello locale, come accadde nel 2014. Però sicuro che ora, l'aiuto verrà dall'estero, i nostri militari potranno lanciare una controffensiva e liberare tutta l'Ucraina”.

Molto simile è anche la storia del fratello, Bohdan Syvolotskyi, nato un anno prima, il 1° settembre 1992, sempre nella regione di Kiev.

“I miei primi tentativi di diventare volontario risalgono al 2014 – racconta Bohdan - quando iniziarono i combattimenti per il Donbass. Avevo un compagno di squadra che si è offerto volontario nel reggimento AZOV e volevo aiutarlo in qualche modo. Gli chiesi di cosa avesse bisogno. Mi rispose che avevano bisogno munizioni e armi. Allora ero uno studente e non avevo molti soldi, ma c’era la voglia di aiutare aiutare. Così mi sono rivolto ai miei compagni di classe e mettendoci tutti insieme, siamo riusciti a comprare quello che ci aveva richiesto.

Anzi riuscimmo a mettere assieme una bella cifra e potemmo comprare qualcosa di ottima qualità. Una volta spedito il pacco, il mio destino da volontario si è interrotto, fino al 2022. Il mio amico si chiama Shelomienko Denys, è stato uno dei difensori di Mariupol e al momento è prigioniero di guerra”.

“Quando è iniziata l’invasione, prosegue Bohdan, con mio fratello abbiamo iniziato ad aiutare le persone, evacuando molti al confine, compresa la mia famiglia, che ho portato fino al confine con la Polonia, poi hanno proseguito il viaggio da soli. Al mio ritorno mi sono presentato al distretto. Militare, ma in quel momento non arruolavano persone senza esperienza, così mi hanno rimandato a casa. A quel punto ho provato con le unità di difesa territoriale, ma l’unico incarico che mi diedero era di scaricare dei camion. Sentivo che volevo fare qualcosa di più per il mio Paese e per la mia gente; quindi, non mi sono dato per vinto e ho provato con un’altra unità territoriale, quella della mia città: Bila Tserkva, qui sono stato registrato, ho superato un colloquio, ho incontrato uno psicologo e alla fine mi hanno arruolato”.

Fino ad aprile Bohdan rimane con l’unità di difesa territoriale, poi viene richiamato al lavoro, alla Kyivoblgaz, l’azienda leader tra le società di distribuzione del gas in Ucraina, dove gli chiedono di rinunciare alla sua attività con l’unità territoriale, per potergli affidare un incarico in azienda con una mansione superiore.

“In aprile le truppe russe si sono ritirate dalla regione di Kiev – racconta Bohdan – e io sono stato mandato dalla mia azienda nella filiale di Borodyanka. Lungo il percorso, mentre andavo, vide che c’erano ammassi di rottami, segni dei bombardamenti, corpi di persone nelle auto bruciate, mine sulla strada, villaggi distrutti, tanta immondizia e resti di munizioni lasciate dai russi. Quando arrivai alla filiale, seppi che l’esercito russo l’aveva usata come base. Era stata devastata. Finestre rotte, porte divelte, avevano usato l’intero edificio come una latrina.

Dopo un mese e mezzo dal ripristino delle reti del gas, sono stato trasferito di nuovo nella mia città a Bila Tserkva. Tornato a casa avevo molto più tempo libero e non volevo stare con le mani in mano, così ho ripreso ad aiutare. Ho iniziato a ricevere le prime richieste dai militari e quindi ho ricominciato a fare del volontariato. C’era molta richiesta di kit medici di pronto soccorso individuali e pensa che fino ad oggi ne abbiamo consegnati oltre 300. Poi abbiamo le auto.

La prima l’abbiamo portata nella regione del Donetsk, per la guardia nazionale. In totale sono state tre le auto consegnate e una di queste ci è stata data smontata. L’abbiamo rimontata da soli, visto che per altro mancano sempre fondi. A tutt’oggi continuo il mio impegno da volontario”.

Un impegno costante anche il suo, ma soprattutto molto lungo, durato tanti mesi. Gli abbiamo chiesto come si sentisse adesso.

“Sento che non c'è mai abbastanza aiuto, più ne dai e più è necessario darne, perché il nemico avanza costantemente, distruggendo tutto l'aiuto fornito da tutti i volontari di tutto il mondo! 

Mi sconvolge il fatto che molte persone stanno vivendo la loro vita come se tutto fosse finito, hanno smesso di aiutare. La guerra per loro, sembra che sia in corso da qualche altra parte, non vicino a noi. Io invece sento che è proprio questo che non devo dimenticare! Voglio continuare ad avere sempre più opportunità per portare aiuti a chi sta combattendo”.

Anche a Bohdan abbiamo chiesto quale fosse il suo pensiero rispetto a una guerra che loro immaginavano fosse una guerra lampo. 

“Ho sentimenti misti – risponde Bohdan - da un lato sono fiero che la nostra nazione sia riuscita a respingere un nemico così forte e sia riuscita e stia riuscendo a riorganizzarsi. Certo, questo è merito dei nostri eroi ed eroine, che si sono uniti alle forze armate nella difesa, dando il massimo per arrivare alla vittoria e sono contento che la nostra nazione sia diventata come un grande meccanismo che aiuta il suo esercito.

D’altra parte, provo dolore perché quest'anno sono stati uccisi molti ucraini e non distinguo tra militari e civili, le persone stanno solo morendo, gli ucraini stanno morendo. Quanto a me personalmente, non lo so, non ci penso, faccio solo tutto il possibile per aiutare i nostri militari. Certo, sono molto preoccupato per la mia famiglia. Mio figlio è cresciuto durante la guerra, ora ha 1 anno e 11 mesi. Quando sente la sirena, ha molta paura, corre tra le mie braccia e si copre le orecchie con le mani. Questo mi spaventa!! In qualche modo non mi preoccupo molto per me stesso, mi preoccupo di più per la mia famiglia, non voglio che sentano tutto questo e debbano conoscere tanto dolore e tanta sofferenza”.

Ma come vedi il futuro, la guerra finirà prima o poi?

“Vedo il futuro solo con la vittoria, risponde Bohdan, e un paese e una nazione fiorenti! Certo, c'è incertezza sul futuro, visto che ora c'è una guerra e il nostro "vicino" ci sta lanciando missili e in qualsiasi momento può "visitarti"! Oggi cerco di vivere giorno per giorno, pianificare il giorno successivo il più possibile, ma vivendo nella paura per i miei cari. Guardando avanti ora, vedo solo la pianificazione di futuri viaggi di aiuto nei territori liberati, la pianificazione di nuove raccolte per aiutare i militari. La mia vita ora è più focalizzata sul volontariato, più sulla guerra che sulla vita normale. Anche quando sono a casa e parlo con mia moglie, le nostre conversazioni riguardano principalmente alcune azioni in alcune situazioni critiche, che in sostanza è anche pianificazione.

E quindi viviamo per aiutare, vado a lavorare in modo che ci sia qualcosa per cui vivere, ci siano finanze per la famiglia e per contribuire alle forze armate. Ovviamente cerco di risparmiare per creare un piccolo fondo per qualunque esigenza si dovesse presentare, ma al momento vivo giorno per giorno”. 

Cos’è cambiato oggi, da prima e soprattutto dopo un anno di conflitto?

“Sai, per la prima volta ho avuto una sorta di rivoluzione di coscienza quando sono andato in Irpin, per il ripristino della fornitura di gas, spiega Bohdan, sono stato lì un mese, la città era distrutta, la gente soffriva e nei loro occhi si leggeva il dolore e la disperazione. Camminavo vicino a edifici distrutti o bruciati, in una città dove non c'è più comunicazione, gas, elettricità, ma stai lì solo un giorno e per cena torni a casa, a 120 km di distanza, dove i giovani stanno seduti in cortile e parlano tranquillamente. Una situazione che è molto difficile da accettare. Non prendo nemmeno il Donbas come confronto, ma la regione di Kiev, un totale di 120 km, come da Alba a Milano.

Da allora i miei valori e la mia visione della vita sono cambiati. 

Dal punto di vista della vita personale non ci sono stati cambiamenti radicali, qualche vecchio amico in meno, ma anche qualche nuovo amico in più. Poi certo, ci sono state persona che non avresti mai nemmeno pensato che avrebbero dato un sostegno così importante e presente e quelle che invece su cui contavi che sono semplicemente scomparse”. 

Due storie simili, ma per alcuni aspetti diverse, che ci portano dentro sentimenti e sensazioni, momenti di quotidianità che sembrano tanto distanti, non soltanto da noi, ma dal tempo in cui viviamo e che invece sono lì, quasi dietro la nostra porta.

Bogdana Ruda/Andrea Olimpi

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