Attualità - 08 marzo 2023, 09:51

Donne e belle arti: intervista alla pittrice (e non solo) Feny Parasole

L’appassionante viaggio in una realtà piena di colori ed emozioni al femminile

Feny Parasole con Silvia Gullino

Donne e belle arti, un binomio tanto fecondo quanto trascurato. Noi proviamo a spiarlo attraverso Feny Parasole, braidese, classe 1965 e grande appassionata di pittura. Una disciplina si direbbe predominata dagli uomini. E invece l’istinto artistico non conosce sesso.

Osservando le sue opere si rimane colpiti: dal fatto che sia una donna (evviva, finalmente!) e dalla sua indiscutibile bravura. Ho trovato geniali i suoi lavori e ho voluto viaggiare in questa realtà piena di colori ed emozioni al femminile.

Capelli lisci, occhi verdi e molti segni particolari: proverà a stupirci in questa intervista.

Feny, dicci qualcosa su di te, come donna e come artista. Cosa sogni, cosa speri?

«Sono una persona “lunga e stretta”, ovvero con la testa tra le nuvole, ma i piedi cementati a terra fino a metà coscia. Sia come donna, che come artista, vorrei tanto potermi liberare di questo obbligatorio ancoraggio pragmatico per scoprire come si vive e per liberare la mia leggerezza che è stufa di restare sepolta e bloccata in quel cemento».  

Com’è nata la tua passione per la pittura? Hai frequentato delle scuole o è qualcosa che ti viene da dentro? 

«Avrei tanto voluto frequentare il Liceo artistico, invece sono insegnante elementare, ma è un vantaggio, perché questi studi mi sono molto utili anche in arte. Ho però avuto due insegnanti straordinarie: Lidia Botto e Marina Isu. Sicuramente, poi, è una dote innata. A scuola, infatti, non capivo a cosa servisse quadrettare il foglio per copiare un disegno. Per me era un intralcio fastidiosissimo e diventavo assolutamente impedita, usandolo. A mano libera mi riusciva immediatamente. La passione è nata in 2ª elementare, quando mi fecero dipingere un foulard, usando dei timbri creati intagliando le patate. È proseguita sulle spiagge della colonia marina di Pietra Ligure. Sfregavo i sassi per ottenere i colori in polvere che poi usavo sia per truccare le amichette, che per disegnare sul cemento. A seguire imbrattavo regolarmente un pannello di carta da parati del salotto che mio padre, decoratore, sostituiva quando era zeppo di segni a biro. Essa era l’unico strumento a mia disposizione, perché mia madre mi toglieva tutto, fuori dall’orario scolastico e dei compiti. Ci eravamo accordati per evitare il disastro ovunque».  

Cos’è l’arte per te?

«L’arte da studiare e ammirare è pura meraviglia. Mi lascia sempre senza parole, mi fa domandare tante cose, mi incuriosisce e mi sprona a conoscere di più, è ossigeno. Fin dai sette anni, il disegno è stato il mio rifugio. In quel mondo ero libera, dimenticavo tutto e respiravo meglio. Oggi continua ad essere il mio spazio di libertà ed autonomia. È l’unico momento in cui posso comandare e fare solo ciò che sento, quando e come lo sento. Infatti è uno spazio molto limitato nella mia vita, al momento. Spero possa diventare la mia unica attività, un giorno».

C’è un artista a cui sei legata particolarmente?

«Non lo so, sinceramente. In ogni artista trovo l’incanto. Ognuno mi affascina e rapisce per qualche motivo. Modigliani, tuttavia, è sicuramente l’artista che ho dipinto di più già dai tempi della ceramica, insieme a Picasso. Ma sono cresciuta copiando e ricopiando all’infinito e in modo maniacale i classici».

La tua è un’arte “dalla figurazione al concettuale”, come l’ha catalogata Sgarbi, quali sono le tue fonti d’ispirazione?

«Spesso sono delle vere “visioni”. Mi arrivano, le “vedo” e devo realizzarle. Altre volte, più spesso, in verità, mi circondo di molte tele e carte diverse e poi inizio a caso. In altri momenti do forma ad un pensiero: ad esempio giocando, rilassandomi, vivendo... A volte preparo dei colori, più spesso neanche quello, scelgo sempre a caso e, pian piano, qualcosa accade».

Quanto di autobiografico c’è nei tuoi lavori?

«I primissimi erano tutti autobiografici in senso stretto, cioè ricordi o miei sentimenti. Poi, procedendo a caso, ho scoperto cosa penso, cosa amo, cosa conta per me, vedendo cosa emergeva. Spengo il cervello quando creo, eppure emergono i miei convincimenti. Mi conosco sempre di più attraverso le mie creazioni, che con le idee che ho di me stessa».

Il colore che più ti rappresenta è…?

«Sicuramente il bianco, che io chiamo “il silenzio del colore”. Nella mia vita è sempre stato la mia oasi zen, fondamentale per il mio star bene.  Ma non so rinunciare ad alcun colore. Li amo troppo, adoro la loro energia».

Che cosa desideri suscitare in chi osserva le tue opere?

«Intanto è già molto se riesco a suscitare qualcosa. Se devo scegliere, dico benessere, sensazioni belle. Non riesco a dipingere se sto male, perché non voglio assolutamente che il mio dolore o rabbia possano arrivare ai cuori della gente. C’è già troppa sofferenza ovunque».

E in te che impressione suscitano i tuoi lavori?

«Di solito li voglio gettare, ma da qualche anno ho imparato a non farlo. Mi giudico male, non mi capisco affatto. Mi chiedo sempre cosa mi è saltato in mente. Dopo un po’ di tempo li riguardo e “li vedo”, mi capisco. A volte accade dopo anni».

Quando un’opera è davvero finita?

«Quando lo dice la pancia».

Che difficoltà hai trovato nel tuo percorso in quanto artista e come donna, perché, è inutile negarlo, il mondo va anche un po’ così.

«Ho trovato solo difficoltà. Sempre e solo. Ed è il motivo per cui sono arrivata a detestare la mia attitudine, a sentirla una vera croce. Ho provato in ogni modo a fuggirle, ma incredibilmente lei mi bracca, c’è poco da fare. E non sono stata fortunata nel lavoro tradizionale, quindi mi sono ritrovata costretta a lavorare con l’arte. Oramai mi sono arresa ad accoglierla e vada come deve. Essere donna è sicuramente un’aggravante, un ostacolo in più. Non sempre, per fortuna, ma ancora troppo sovente, sì.  Questo è il secolo delle donne artiste, dicono i critici. Vedremo se hanno ragione».

A proposito, come concili l’essere donna e l’essere artista?

«Mi sfogo usando piatti e bicchieri da tavola per poggiare i pennelli e sciacquarli. Metto la parananza sul grembiule, mi trucco e vesto molto sovente come se dovessi uscire, per dipingere. Infatti ho spesso macchiette sui capi. Mi tengono compagnia quando sono davvero fuori casa. Mi rallegrano».

Esiste un’arte al femminile?

«Non lo so. Forse no, perché i sentimenti, le emozioni, non credo dipendano dal genere, ma dal bisogno di lasciarli emergere».

C’è un’opera in particolare che ti rappresenta e perché?

«Sicuramente ogni quadro rappresenta un aspetto del mio animo molto complesso. Tuttavia c’è un quadro che si intitola “L’Amore” che ben descrive un aspetto fondamentale della mia vita in generale e del mio percorso artistico in particolare. È una natività. La Fede è imprescindibile in me, sempre. La Madonna, la mia seconda madre a cui mi sono affidata spesso».

Oltre ad essere pittrice, esegui anche sculture. Che legame c’è tra queste due forme d’arte? 

«Sicuramente l’urgenza di realizzarle. Poi, il materiale, la forma, la struttura, sono sempre parte integrante del messaggio che involontariamente metto all’interno dell’opera. Per spiegarmi: la mia scultura in gres porcellanato, “Libero l’anima”, non sarei mai stata capace di dipingerla e basta, perché non mi avrebbe trasmesso la stessa vibrazione. Sarebbe stata, magari, una buona esecuzione, ma nulla di più. Invece, così, è “mia”. Altrettanto vale per quadri che posso fare solo ad olio o che ad olio mi si bloccherebbe la mano, perché “li sento” in acrilico».

So che il tuo nome è entrato nell’Atlante dell’arte contemporanea De Agostini, ce ne vuoi parlare?

«È un prestigioso volume in cui ho l’onore di essere stata inserita in una sezione internazionale, indicata come Maestro d’Arte. Il prossimo anno sarà presentato a New York al Metropolitan Museum e, alcuni di noi - scelti dall’organizzazione, dal Metropolitan Museum stesso di cui l’Atlante è patron e dal critico d’arte Giovanni Faccenda - potranno esporre lì. L’anteprima della presentazione è stata il 9 febbraio ultimo scorso, presso la sala capitolare del Senato e ho potuto presenziare, portando in visione le mie opere più recenti. Una grande emozione».

È il riconoscimento più gratificante o ce ne sono degli altri?

«I riconoscimenti, sinceramente, sono davvero tanti per il breve percorso. Sono solo dieci anni che mi metto seriamente in gioco e sono partita grazie all’incontro con Vittorio Sgarbi avvenuto presso l’Hotel Cavalieri di Bra in cui si teneva il “Salon des refuses” da lui voluto. Scelse quattro artisti e fui tra loro. In seguito mi ha catalogata nel volume “Italiani”. Da lì, il percorso è stato intenso e mi ha portato anche il premio alla carriera, che è stato consegnato a 45 artisti presso la sala stampa della Camera dei Deputati a Montecitorio, oltre che ad incontrare i più importanti critici italiani, da Paolo Levi a Bonito Oliva. Devo tuttavia ammettere che il premio della critica alla Wab di Bra mi è molto caro, perché è del mio luogo di nascita e fa molto piacere».

Se un giovane venisse da te e ti dicesse: «Voglio dipingere», che cosa gli diresti per prima cosa?

«Gli chiederei se vorrebbe sporcarsi o no. Perché sono entrambe situazioni possibili, ma molto diverse e indicative di tante cose. Sarei curiosa di capire cosa sente come spinta istintiva. Poi lo osserverei fare».  

Progetti per il domani?

«Poter avere una vita serena e rilassata, liberando questo talento che non posso abbandonare, in qualunque modo, ovunque debba essere e al meglio possibile. Detto in tre parole: devo diventare ricca. Diversamente è un lusso che non potrò permettermi».

C’è una domanda che vorresti ti facessi?

«Sì: se, potendo, sceglierei di nascere nuovamente artista. La risposta è sì, perché ognuno di noi, a suo modo, nasce artista del suo personale talento. Che nasca medico, ragioniere, ortolano. Sarà un artista se potrà vivere il suo naturale talento principale in libertà. Rinascere artista in questo mio modo sì, ma nel tempo storico in cui si vive bene in tutti i sensi, rispettati come tutti e da vivi».

Ringraziando Feny Parasole per questo entusiasmante viaggio nel suo cuore di donna e di artista, voglio mostrarvi in foto la mia preferita tra le sue opere. Si intitola “Libero l’anima” (un nome, un programma) ed è una scultura in gres porcellanato fine refrattario su base di travertino, presentata a Women Art Bra (Wab) nel 2022 e poi esposta alla mostra per la pace della Regione Piemonte. Ca-po-la-vo-ro!

Silvia Gullino