Domani 25 novembre è la Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne. In tutta la Granda si stanno portando avanti iniziative, dibattiti, cortei e momenti di riflessione anche alla luce dei recenti fatti di cronaca.
Ed è proprio l'ondata di indignazione e ribellione delle donne, seguita al femminicio di Giulia, che ha probabilmente spinto una donna di Cuneo a scriverci, per esprimere la sua rabbia di donna vittima di violenza non fisica, ma psicologica. Non è mai stata picchiata, il marito non le ha mai messo le mani addosso. Le mani le ha messe attorno alla sua anima, maltrattata e umiliata, offesa e svilita anche davanti ai figli.
Una violenza che non si vede, difficile da dimostrare. Frasi cattive, minacce, avvertimenti... Parole che fanno paura, come la frase: "Non pensare di poter essere felice..."
Come ci ha detto questa donna al telefono, Giulia, prima di essere uccisa, probabilmente non era mai stata sfiorata dal suo assassino. E adesso ha paura, paura che la violenza di cui è vittima sia inascoltata. Attorno a sè, non fosse per il legale che la assiste, sente un silenzio assordante.
Buongiorno direttore,
vorrei portare la mia testimonianza all'opinione pubblica approfittando del fatto che, in questi giorni purtroppo “roventi” sul fenomeno dei femminicidi, si respira una maggior sensibilità e comprensione sul tema della violenza contro le donne.
Vorrei ricordare a tutti che esiste il "PRIMA" dell'ormai scontato e triste epilogo, e che è qui che si dovrebbe intervenire, onde evitare il peggio e limitarsi ad esprimere - tardivamente - pietà ed indignazione.
Rientro in quella parte di donne e madri, ahimé, non tutelabili, o difficilmente tutelabili, nonostante abbia esternato il mio dolore e la mia paura e, tramite il mio legale, abbia ufficializzato i non pochi disagi che vivo, e che vivono i miei figli, con una formale richiesta di separazione al coniuge.
La violenza psicologica, per quanto logorante e subdola, purtroppo, non è comprovabile; mancano certificati medici, mancano ferite evidenti, per cui ottenere l’allontanamento del coniuge dalla casa familiare in tempi ragionevoli è una strada in salita.
Ho trovato la forza di separarmi, ma debbo sottostare ad un'ulteriore tortura, perché il coniuge resta a casa, ha fatto sapere “fin tanto che non saranno chiare e accettabili le condizioni di separazione” e questo significa che mi tiene “in ostaggio” per estorcere condizioni per lui convenienti.
E' giusto così?
Quante altre donne dovremo piangere prima che cambi qualcosa?
una mamma cuneese