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Farinél | 21 gennaio 2024, 18:32

FARINÉL / Alba rimane isola felice per il commercio, ma bisogna lavorare sul ricambio generazionale

Mentre Torino registra il minimo storico di nuove attività, Alba continua a crescere. La recente chiusura di negozi storici come la gioielleria Carbone o la libreria Zanoletti impone però una riflessione sul futuro

Le vetrine della gioielleria Carbone, che in via Maestra ha appena chiuso i battenti dopo oltre sessant'anni di attività

Le vetrine della gioielleria Carbone, che in via Maestra ha appena chiuso i battenti dopo oltre sessant'anni di attività

Questa settimana leggendo i dati sulle nuove aperture di attività commerciali nella città di Torino, mi sono reso conto una volta di più di quanto Alba e dintorni restino un’isola felice per il commercio, un unicum che non ha eguali nella regione che nella classifica delle serrande abbassate è seconda solamente alla Campania, a livello nazionale.

Ci sono diverse considerazioni da fare in una settimana in cui la notizia più letta e commentata riguarda la chiusura della gioielleria Carbone di via Maestra. E ça va sans dire che, se chiude una gioielleria storica nella via principale di una città, non è possibile parlare solamente di rose e di fiori.

I numeri rilasciati dall’ufficio commercio della città del tartufo sono chiari: il totale delle attività commerciali ad Alba è di 1.270, contro le 1.222 di un anno fa e contro le 1.176 di fine 2021.

I numeri non mentono, la matematica continua a non essere un’opinione anche in epoca di intelligenza artificiale e quindi lo stato di salute del commercio sotto le cento torri non può che essere definito buono e d’esempio per il resto della regione.

Negozi di vicinato, panetterie, edicole, medie e grandi strutture commerciali sono 946, i bar, ristoranti e pizzerie sono 218 mentre le strutture per l’accoglienza sono 106. Nel complesso le 48 attività in più sono equamente suddivise tra un +25 negozi, +10 bar e ristoranti e +13 strutture per l’accoglienza.

Tirando le fila, i freddi numeri indicano che non c’è un settore in crisi e che il commercio cresce in ogni tipologia di attività.

Le considerazioni da fare, come dicevo sono molte, bisognerebbe partire anche dal dato aggregato tra Roero e, soprattutto, Langhe, dove la desertificazione commerciale è realtà da tempo in piccoli comuni che hanno perso negozi, bar, ristoranti e persino sportelli bancari e uffici postali.

Il dato puntuale sull’inizio delle attività certifica l’apertura di 30 nuovi esercizi di vicinato di cui 2 medie strutture di vendita, 6 acconciatori o estetisti, 3 attività sanitarie, 5 strutture ricettive e 11 pubblici esercizi.

Le cessazioni nel 2023 sono state solamente 9: tra cui 7 esercizi di vicinato, 1 acconciatore e 1 pubblico esercizio. I trasferimenti di sede fisica all’interno del comune sono stati 10 mentre i subingressi registrati sono 73.

Numeri salutati ovviamente con entusiasmo dal presidente dell’Associazione Commercianti Albesi Giuliano Viglione: «L'apertura di negozi di vicinato sta rivitalizzando le varie aree della città. Questo si deve allo spirito di iniziativa dei nostri imprenditori, ma anche ad una clientela che continua ad apprezzarne l'offerta e che in qualche caso, dopo la pandemia, ha riscoperto i vantaggi del commercio di prossimità e della rete di distribuzione locale. Quali sono questi vantaggi? La comodità - specie per categorie di pubblico meno propense agli spostamenti - e il rapporto umano: nei piccoli negozi è più facile interloquire e il punto vendita rappresenta un servizio più diretto, personale e rispondente alle necessità, un luogo di fiducia oltre che di semplice compravendita».

“Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce”, recita un vecchio adagio quantomai pertinente perché in settimana non si è parlato d’altro che della chiusura della gioielleria Carbone.

Una chiusura dettata non solo dalle spese o da una tassazione troppo alta, e nemmeno da una difficoltà nel commercio che ad Alba non esiste, quanto, ancora una volta dal mancato ricambio generazionale che coinvolge le attività storiche. Era già successo per la Libreria Zanoletti e per il negozio di camicie di alta qualità Ingram, succederà presto per altre attività del centro storico.

Questo è il problema, non un problema ed è un problema culturale non commerciale perché come abbiamo visto le cessazioni si contano sulle dita di due mani. Lo spazio viene comunque occupato.

Il centro storico cambia volto con i grandi marchi che hanno preso il posto delle insegne storiche. Arginare il fenomeno è complicato e non può essere fatto solamente a livello territoriale: bisogna far capire ai ragazzi che lavare i piatti in Australia o in Inghilterra può essere formativo per un anno o due, ma che può essere molto più appagante e redditizio proseguire l’attività di famiglia sotto casa. Mi accorgo che sia un tema enorme, ma è un tema che dovrebbe essere centrale per la politica nazionale se non vogliamo assistere alla chiusura delle ultime attività storiche del commercio.

Marcello Pasquero

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