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Cronaca | 23 febbraio 2024, 18:55

Accusato di aver provocato l'incendio nei boschi di Borgo: per il giudice non c'è prova

Il fuoco, divampato nell'aprile 2022 nella borgata di Madonna Bruna, aveva richiesto l'intervento dei Vigili del Fuoco. Sul posto alcuni testimoni avevano visto un accendino e una diavolina che mai furono trovati

Immagine d'archivio

Immagine d'archivio

Quella del 2022 era stata un Pasqua impegnativa per i Vigili del Fuoco che, nella domenica del 16 aprile di due anni fa, avevano ricevuto tre chiamate che richiedevano il loro intervento per alcuni incendi boschivi: uno in frazione Madonna Bruna a Borgo San Dalmazzo, un altro a Frabosa Soprana e l’ultimo sul fronte di Roccasparvera (LEGGI QUI).

L’allarme lanciato intorno alle 13.55 da Borgo San Dalmazzo portò a processo G.B., poi assolto, di fronte al tribunale di Cuneo con l’accusa di incendio colposo. Le fiamme, che stavano per scendere il crinale e interessare la pineta del bosco dell’impero, secondo la Procura sarebbero state causate dalla negligenza del proprietario del terreno difeso dall’avvocato Paolo Botasso.

I Vigili del Fuoco erano riusciti a domare il vasto rogo attraverso l’intervento del canadair, che ha lanciato diversi metri cubi d’acqua. “Erano in zona Tetto Trucco-Tetto Tabuna – ha ricordato un testimone-. C’era una pineta non molto distante e se non fossero riusciti ad arginarlo il fuoco sarebbe arrivato fino ad Andonno”.

Ad accorgersi dell’incidendo e ad intervenire per primi fu una coppia di savonesi che quel giorno si trovavano a pranzo in borgata: “Sono stato per dieci anni nell’antincendio in Liguria – ha spiegato in aula l’uomo – Ho iniziato ad eseguire un ‘tracciolino’ con un rastrello spostandomi lungo il fronte dell’incendio. La mia compagnia mi aveva fatto notare che su un ceppo c’erano un accendino e una diavolina: il ceppo era collocato vicino ad un cumulo di foglie fumanti”.  L’uomo, come spiegato al giudice, all’arrivo dei Vigili del Fuoco lo riferì al caposquadra: “Penso che il punto di innesto fosse il terreno di G.B. o comunque nelle immediate vicinanze - ha ricordato -.  Quando sono tornato sul posto la diavolina e l’accendino non c’erano più. Qualcuno li avrà tolti”.

A confermare quanto riferito, la compagna dell’uomo: “La scatola di diavolina era già stata usata. Mentre aspettavo il mio compagno è scesa una signora con i capelli bianchi, avrà avuto 65anni ma non la conoscevo. Mi disse di essere un’amica di famiglia dei proprietari del terreno. Ha detto di essere molto dispiaciuta e che lui non aveva dato ascolto alla moglie e aveva lo stesso acceso il fuoco: le sue esatte parole furono ‘ce l’aveva già nella testa da diversi giorni’ ”.

“Era un periodo critico per gli incendi – ha iniziato a spiegare la brigadiera dei carabinieri intervenuta quel giorno – Il divieto di abbruciamento era stato emanato qualche giorno dopo: si potevano fare abbruciamenti ma con le dovute cautele”. La carabiniera ha altresì riferito che sul terreno dell’imputato vi erano segni di abbruciamento: “Abbiamo anche trovato una tanica di detersivo – ha concluso – ma non abbiamo verificato il contenuto”.

Per la Procura, indubbia la responsabilità penale di G.B., che ha chiesto al giudice di condannarlo a un anno e due mesi di reclusione. Di diverso avviso l’avvocato Bottasso che ha sostenuto la mancanza di prova a carico del proprio assistito dovuta anche al fatto che nessuno dei testimoni sentiti nel corso dell’istruttoria abbia riferito di aver visto G.B. quel giorno, se non nel tardo pomeriggio.

Il giudice Elisabetta Menardi, ritenute insufficienti le prove a suo carico, ha assolto l’imputato per non aver commesso il fatto.

CharB.

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