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Curiosità | 27 febbraio 2024, 16:27

Alla scuola secondaria di Dronero la stilista, modellista e sarta Luciana Simondi

“Hand in cap” il nome del progetto mercoledì scorso che ha coinvolto la classe 1^ A e che coinvolgerà molto probabilmente altre classi, facendo realizzare ai ragazzi un cappello e riflettere sulla parola handicap

Alla scuola secondaria di Dronero la stilista, modellista e sarta Luciana Simondi

Una maglietta portata da casa, insieme a tutto il materiale di disegno tecnico e di cucito. Un modellino utilizzando gli strumenti del disegno tecnico, realizzando poi con gli strumenti del cucito un cappello.

Lo scorso mercoledì 21 febbraio, gli studenti della 1^ A  della scuola secondaria dell’Istituto Comprensivo di Dronero, hanno incontrato la dronerese Luciana Simondi.

Stilista, modellista e sarta di professione, ha fatto vivere ai ragazzi in un’esperienza molto importante e concreta, di unione tra studio, conoscenza, praticità ed emozione. Ha portato in aula la propria macchina da cucire e ha fatto realizzare ad ognuno degli studenti un cappello, che poi hanno tenuto come ricordo.

“Hand in cap”, il nome di questo bellissimo progetto, pensato da Luciana Simondi e realizzato grazie al supporto della professoressa di tecnologia Valentina Raccanelli. Un’idea che è stata immediatamente accolta della dirigente scolastica Vilma Margherita Bertola e che ha coinvolto a scuola, oltre alla professoressa Raccanelli, anche la professoressa di geometria Monica Zaghero e l’assistente fisica Federica Coccia. Con molta probabilità coinvolgerà poi anche altre classi di studenti.

L’ho pensato e proposto alla professoressa Raccanelli - racconta Luciana Simondi - per permettere ai ragazzi di fare esperienza concreta di un mestiere, ma soprattutto avere l’opportunità di confrontarsi con quello che significa mettere in pratica le proprie conoscenze, cimentarsi nella realizzazione di un qualcosa. È stata un’unione non solo di conoscenze e professionalità, grazie al coinvolgimento delle insegnanti, ma anche di emozioni. Il conoscere e quindi poter anche valutare, mettendo in atto la realizzare un qualcosa di utile, come un cappello appunto: dai ragazzi ho preteso molta attenzione e ho cercato di offrire loro non solo nozioni pratiche, ma anche di far capire che la fatica, la concentrazione e l’impegno sono necessari per portare a termine il proprio lavoro e per farlo nel migliore dei modi. Ho visto tanta luce nei loro occhi ed è stata un’esperienza davvero profonda. Noi adulti abbiamo una grande responsabilità nei confronti dei giovani, per questo ho messo volentieri a disposizione parte del mio tempo, perché credo fortemente sia utile non solo per mostrare concretamente una professione, ma per trasmettere dei messaggi molto importanti. La perseveranza, la volontà e la tenacia sono elementi preziosissimi, qualunque strada questi ragazzi percorreranno nella loro vita.

Il nome del progetto, “Hand in cap”, scelto non a caso, ha permesso di affrontare con gli studenti anche l’argomento della diversità. Handicap infatti, di origine inglese, deriva proprio da hand-in-cap, che letteralmente significa "mano nel berretto": “Era il nome di un gioco d'azzardo diffuso nel Seicento - spiega la professoressa Valentina Raccanelli - . Dal significato originale, legato appunto al gioco e allo sport, alla fine dell’Ottocento la parola handicap è stata poi utilizzata  per indicare in generale il modo di equilibrare una situazione compensando le diversità: è diventata sinonimo di 'impedimento imposto' e poi semplicemente di 'impedimento'. Agli inizi del Novecento questa parola è stata adoperata in riferimento alle persone disabili, assumendo nel tempo una valenza anche molto negativa. Partire da una parola, handicap appunto, scoprirne l’origine ed il significato è stato l’altro obiettivo di questo progetto. Una riflessione anche in questo caso concreta, per far capire ai ragazzi che ‘l’essere in svantaggio’ non significa non potercela fare e soprattutto non autorizza gli altri a denigrare. La diversità è realtà ed il modo in cui la guardiamo fa davvero la differenza.

Beatrice Condorelli

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