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Cronaca | 28 febbraio 2024, 20:27

Morì in cantiere a Limone al suo primo giorno di lavoro: la Procura chiede la condanna

Vittima della seconda morte bianca del 2020 in provincia di Cuneo fu l'operaio Bashkim Toska. L'uomo venne colpito da un cassero. il Pm: "Se fossero stati fissati correttamente e l'area delimitata sarebbe ancora vivo"

Le lastre che colpirono la vittima

Le lastre che colpirono la vittima

Il 26 febbraio 2020, sul cantiere edile di Limone Piemonte, l’operaio 59enne di origini albanesi, Bashkim Toska, venne travolto da alcuni pannelli che servivano a costruire alcuni casseri per la gettata di calcestruzzo e tre giorni dopo morì in ospedale, lasciando moglie, figli e nipoti. Quello era il suo primo giorno di lavoro.

La morte bianca, la seconda di quell’anno in provincia di Cuneo, portò a giudizio di fronte al tribunale di Cuneo con l’accusa di omicidio colposo aggravato dalla violazione di alcune norme antinfortunistiche sette persone, tra operai e responsabili di ditte appaltatrici.

Per tre di loro, F. B., socio amministratore della Edil 2014, A. B., operaio della Edil 2014 e J.K., datore di lavoro di Toska e rappresentante legale della ditta Kovakaj, il procedimento si è chiuso con rito abbreviato di fronte al gup Cristiana Gaveglio. Assieme a loro c’era anche C.S., il caposquadra della Fantino, la cui posizione processuale è stata stralciata perché il giudice aveva disposto il non doversi procedere. (LEGGI QUI)

Per altri tre soggetti, invece, il procedimento penale si avvia verso la fase conclusiva di fronte al giudice del dibattimento Marco Toscano. Gli imputati, per cui la Procura, rappresentata dal sostituto procuratore Attilio Offman, ha chiesto la condanna, sono l’ingegnere R.C., responsabile dei lavori per la sicurezza e di coordinatore per la sicurezza in fase di progettazione ed esecuzione della società Lim-one Srl di Cuneo cioè l’impresa committente che aveva appaltato i lavori; F. S., capo commessa e coordinatore di cantiere della società Fantino Costruzioni di Cuneo, l’impresa a cui era stato appaltato e quindi esecutrice dell’intervento e A. K., il legale rappresentante dell’impresa Edil 2014 a cui la Fantino aveva subappaltato la realizzazione dei muri in cemento armato.

Nel corso dell’istruttoria sono stati ascoltati i consulenti sia di accusa che di difesa che differiscono circa le responsabilità dei tre imputati.  “Se il cassero fosse stato montato correttamente non sarebbe caduto. E le zone di pericolo dovevano essere segnalate in maniera visibile”. Questa la conclusione del pubblico ministero che ha chiesto la condanna per tutti gli imputati, spiegando quelli che, secondo la Procura sarebbero i loro profili di colpa. “Quello era il primo giorno della vittima in cantiere – ha illustrato il dr Offman -.  Gli era stato chiesto di prendere degli attrezzi da un bidone. Ma come poteva sapere quale percorso seguire?”

Punto di partenza, come confermato anche da Arpa, è che quel giorno a Limone Piemonte tirasse molto vento. “Ci sono state molte folate che si sono ripetute nel corso della giornata – ha aggiunto il pm -, ma qual è stata la reazione delle maestranze di fronte a questo pericolo? La risposta è stata ‘aspettavamo che finiva il vento e poi lavoravamo e se non facevamo così andavamo a casa’. Cosa ci fa capire? Che le maestranze non sono state istruite a fronte ad una situaizone di pericolo determinata dal vento. Sì che il piano di scurezza lo prevedeva, ma un conto è un documento e un altro è fornire concretamente istruzioni ai lavoratori”.

Per il sostituto, A.K. avrebbe dovuto prevedere nel piano di sicurezza un modo alternativo di montaggio di casseri che, “anzi di essere puntellati con asticelle di legno, sarebbero dovuto essere fissati con piombatori metallici, come previsto dalla normativa”; per quanto riguarda R.C., il coordinatore della sicurezza, il profilo di colpa sarebbe ravvisabile nel fatto che il piano della sicurezza e coordinamento non avrebbe previsto lo stop dei lavori in caso di forte vento: “Il piano venne aggiornato solo dopo l’incidente” ha concluso il pm. La posizione di F.S., invece riguarderebbe un “difetto di coordinamento”: “Il lavoratore ha dovuto spostarsi e non conosceva i luoghi. Se l’area fosse stata limitata Toska sarebbe ancora vivo”.  

Per A.K. e F.S. è stata chiesta una condanna a 2 anni e 6 mesi di reclusione, mentre per R.C. sono stati chiesti 2 anni.

Ad associarsi, anche l’avvocato della famiglia della vittima che ha chiesto la condanna al risarcimento danni, sottolineando che F.S. ha offerto un ristoro di 60mila euro. “Immaginiamo che i miei assistiti abbiano voluto partecipare per capire esattamente quale fosse stata la dinamica – ha concluso il legale -. Invece hanno dovuto assistere ad una serie di situazioni poco piacevoli che dal punto di vista del diritto sono legittime. Le persone che si sono presentate qui si sono avvalse della facoltà di non rispondere e questo è stato brutto perché la vittima era un loro connazionale e li conosceva”.

Si attendono le arringhe degli avvocati difensori.      

CharB.

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