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Farinél | 21 aprile 2024, 14:14

Farinél- Quando fai del bene agli altri stai salvando te stesso

Nella frase di una donna meravigliosa conosciuta in Kenya lo stimolo a spendersi per gli altri per fare del bene, prima di tutto a noi stessi. Un appello rivolto soprattutto ai giovani perché possano avvicinarsi al volontariato per non rischiare che tante associazioni benefiche siano costrette a sparire

Farinél- Quando fai del bene agli altri stai salvando te stesso

Ieri sera mentre ascoltavo gli interventi che ho avuto il privilegio di moderare durante il convegno per celebrare i 20 anni di Ampelos, mi è tornato alla mente un episodio vissuto durante le mie settimane trascorse in Kenya a novembre.

Erano settimane difficili arrivate durante il periodo più triste della mia vita, settimane in cui, sugli altipiani del Kenya e tra le strade infangate di Nairobi ho vissuto esperienze che mi hanno scavato dentro e che mi hanno profondamente cambiato, in meglio. Sì, perché le persone a volte possono cambiare in peggio, possono decrescere invece di maturare e purtroppo ne so qualcosa.

Ma torniamo alla serata di Ampelos acronimo di Associazione per il Miglioramento delle Prospettive Economiche Locali Oppresse da Sottosviluppo, nobile associazione nata ad Alba nel 2004 sotto la spinta di Marco Somenzi, che si occupa della realizzazione di progetti di sviluppo agricolo, agroalimentare ed educativo in Africa.

Mentre ascoltavo padre Kimu, fratel Amilcare e André Ndereyimana raccontare storie di povertà e miseria tra Eritrea, Etiopia, Malawi e Burundi, mi è tornato alla mente una delle esperienze che mi hanno scavato dentro, forse la più intensa che abbia vissuto nelle settimane trascorse in Kenya che già raccontai allora, ma che merita di essere nuovamente rivissuta.

Perché si fa del bene? Prima di tutto per sé stessi. È questo che ho imparato in Africa e che vorrei trasferire a tutti, in modo particolare ai giovani che hanno bisogno di trovare stimoli e hanno bisogno di esempi per diventare loro stessi esempio.

I giovani fondamentalmente non li conosciamo, ma sono migliori di noi, vanno solamente stimolati e aiutati dando loro prospettive e non solamente un cellulare.

Non si può pensare di dare loro in mano uno smartphone da quando compiono 3 anni per poi lamentarci quando ne hanno 18 che non sappiano far altro che “scrollare” fra una storia su Instagram o Tik Tok e l’altra.

Ribadisco: ai giovani serve l’esempio, un esempio come quello di Elisa Lupi che ho conosciuto a novembre. Elisa è una ginecologa che vive con il marito, il langhetto doc (di Lequio Berria) Federico Sibona, ortopedico infantile nell'ospedale di Kijabe con sei figli, tre naturali e tre adottivi.

Il mercoledì Elisa, nel suo unico giorno libero, si sveglia alle 4 e parte con il Matato, il pulmino sgangherato su cui si viaggia stipati come sardine e raggiunge Nairobi, la città con la più grande baraccopoli dell’Africa.

Elisa attraversa ogni volta Githurai 45, uno dei quartieri più poveri e malfamati della capitale delle contraddizioni per arrivare ad Amini Home, il sogno suo e di un gruppo di volontari italiani di cambiare concretamente il mondo partendo dall'inferno, dalle prostitute della città.

Ho vissuto l’esperienza di andare con lei e le volontarie che la accompagnano in quel girone dantesco che sono i club dove si prostituiscono le ragazze più povere della capitale keniana. Ragazze che guadagnano 1 euro per un rapporto completo, di cui il 30% va lasciato per l'affitto del tugurio dove si consuma il rapporto. Una stanza inquietante che sono riuscito a fotografare.


I clienti sono spesso malati, quando va bene "solo" ubriachi. Metà delle donne sono incinte, molte sono ubriache. vivono in mezzo ai rifiuti, alla sporcizia, al piscio e alle feci, senza speranze.

Qui ho visto il punto più basso dove può arrivare un essere vivente. Io, uomo, bianco, mi occupavo di servire il the, dopo di me una signora donava un biscotto e poi Elisa e le sue collaboratrici arrivavano spiegando che sognare un futuro diverso è possibile recandosi ad Amini Home.

È parlando con Elisa che ho avuto la risposta che mi ha cambiato la vita. Con Amini Home Elisa e gli altri volontari hanno salvato una cinquantina di prostitute e i loro figli, ma le prostitute a Nairobi sono oltre 100 mila. Quella di Elisa e dei suoi collaboratori è una goccia nell’oceano e allora a fine giornata mi sono sentito in dovere di provocarla chiedendole: “Per ogni ragazza che salvi ce ne sono migliaia che continuano con la loro vita in strada, perché ti svegli alle 4 nel tuo giorno libero e vai a parlare con gli ultimi tra gli ultimi di questo mondo tornando alla sera tardi. Pensi di poter salvare il Mondo?”.

La risposta che a me è sembrata rivoluzionaria è la risposta di gran parte delle persone che hanno deciso di donare parte della loro vita agli altri: “No, io non voglio salvare il mondo, io faccio del bene agli altri perché facendo del bene agli altri salvo solo me stessa”.

Non serve aggiungere altro. Salviamo noi stessi e aiutiamo i giovani a salvarsi regalando loro esempi e non smartphone.


Marcello Pasquero

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