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Attualità | 23 aprile 2024, 20:07

Il ricordo di Anita Barbero, vittima della barbarie fascista a Cuneo: "Sono stata torturata e voglio che si sappia"

Uno stralcio del libro “Cuneo 1944-1945 assassini, violenze, torture” scritto da Sergio Costagli ed edito nel 2014. A pochi giorni dalla festa della Liberazione, la testimonianza delle barbarie subite negli ultimi giorni della seconda guerra mondiale

Anita Barbero e i locali della sala interrogatori

Anita Barbero e i locali della sala interrogatori

Riportiamo uno stralcio del libro “Cuneo 1944-1945 assassini, violenze, torture” scritto da Sergio Costagli ed edito nel 2014, incentrato sulla figura di Anita Barbero.

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Anita, straordinaria, fiera di essere donna, quando ti parlava era diretta, lo sguardo negli occhi, oggi è una rarità: «Voglio che si sappia cosa facevano i fascisti là dentro. Ho visto l’orrore sul volto delle detenute, poi è toccato a me raggiungere il fondo di quel corridoio - il baratro della disumanità, della violenza selvaggia dell’umiliazione: sono stata torturata e voglio che si sappia».

Anita mi raccontò che la violenza fisica dello stupro -che è la peggior forma di umiliazione per una donna- in alcune di esse fu rimossa, in altre, era ancora viva la reazione e la rabbia, dettate non da sentimenti (allora) di vendetta, ma dal grave danno morale che i torturatori provocarono. Non il ricordo fisico delle sevizie cancellato dopo anni di incubi, pianti notturni e silenzi, ma la perdita della dignità umana, della dignità di essere donna, questo fu il danno più grave ed  insanabile che le donne della Resistenza cuneese subirono. 

Si tace ancora su quella Resistenza caratterizzata da delazioni, orrori, assassini, fucilazioni. Resistenza furono soprattutto i detenuti picchiati, i torturati che urlavano, poi quelle donne orribilmente violentate. Sono anni che chiedo di far conoscere e valorizzare quei luoghi di detenzione e darne dignità, ahimè inutilmente.

Di Anita riporto un breve stralcio della registrazione n.6 del 22 aprile 2004.

«Sono stata torturata […] inizialmente mi hanno spaccato i denti, dopo qualche giorno usavano le scosse elettriche, terribile, una cosa terribile! Mi  mettevano le pinze degli elettrodi sulla caviglia, l’altro, qui sotto il pube […] quando davano corrente le pinze saltavano via, spiccavi dei salti alti così. Voi non immaginate, era spaventoso, spaventoso. Ti riempivano di acqua e sale, ti facevano coricare e poi forzatamente bevevi quel liquido che sembrava come acido: era terribile, io morivo. Ah, se avessi voluto parlare non potevo in quello stato, la bocca era tumefatta erano saltati tutti i denti, non vedevo neanche più bene… mi avevano stordita con cenere nelle orecchie. Non mi reggevo più in piedi, mi trascinavano alle seduta di tortura con due guardie che mi reggevano, come mi mollavano cadevo a terra […]. Ero in uno stato pietoso, quando mi portavano su, mi buttavano in quella cameretta sopra una branda, ero distrutta psicologicamente. Ci vuole coraggio a fare quelle cose lì, cioè le torture: gli piaceva, oh sì gli piaceva, ti prendevano pure in giro e ridevano. Fare quelle cose lì erano delle bestie, io non perdono e chi parla di perdonare non sa».         

La straordinaria fermezza del comportamento della giovane staffetta in quelle spaventose circostanze è riportata anche da uno degli imputati l’ex Ten. Pietro Botticchio (uno dei peggiori torturatori dell’Ufficio politico), durante l’interrogatorio reso nel carcere giudiziario di Cuneo il 29 maggio 1945: «Vidi la signorina Anita Barbero di Cuneo, subire scosse di corrente elettrica lungo le gambe […]. Fu denudata dal basso fino al petto dal Capaccioli ed il Franchi (uno degli assassini di Galimberti NdA) in persona la torturava con […]. Posso dire che il contegno della signorina Barbero fu ammirevole. Non fece il nome di alcuno né svelò notizie sul movimento della banda Spada».

Anita, come altre donne eccezionali, combatté una guerra spietata sorretta soltanto da motivi di giustizia e di esigenze universali di appartenenza all’umanità. Combatté nei luoghi più incantati delle nostre montagne, poi in città nel carcere. L’ex agente P19 della cellula cuneese del Servizio X, mi disse: «Di quel periodo forse la morte  non ci interessava, o meglio non ci pensavamo, era già scontato di essere uccise se identificate. Ci preoccupava di essere torturate e parlare, ma avevamo una grande, immensa speranza: la speranza di chi di noi avesse sopravvissuto alla fine della guerra, avrebbe visto un mondo migliore».

redazione

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