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Attualità | 25 giugno 2024, 09:15

La storia del Vescovado di Mondovì dal 1388 fino al maxi restauro che aprirà le sale al pubblico

Pubblicato il nuovo numero della Rivista "Studi Monregalesi" diretta dall'architetto Lorenzo Mamino. Il volume è dedicato al palazzo episcopale di Piazza che cela arte e bellezza

La storia del Vescovado di Mondovì dal 1388 fino al maxi restauro che aprirà le sale al pubblico

Uno scrigno di bellezza e prestigio, custodito all'interno delle mura del Vescovado di Mondovì. 

È dedicato al palazzo episcopale il nuovo numero della Rivista "Studi Monregalesi", diretta dall'architetto Lorenzo Mamino

Un viaggio attraverso la storia dal 1388 e le memorie delle sale del palazzo che, di recente, è stato oggetto di un maxi intervento di restauro conservativo che ha interessato l'intero edificio e che è stato reso possibile grazie al contributo economico di Fondazione CRC, Regione Piemonte, Fondazione CRT e l'8xmille alla Chiesa Cattolica (leggi qui)

Il nuovo numero della rivista racconta e descrive minuziosamente l'architettura dello stabile, che si snoda su cinque livelli per 3.673 metri quadri coperti di superficie e 1850 di prospetti e conserva tre maestose sale: quella della lauree, affrescata in stile quadreria, con i volti dei sapienti dall'antica Grecia fino agli uomini di cultura della storia di Mondovì; la sala dei vescovi dove si possono ammirare i ritratti dei vari vescovi che si sono succeduti nella Diocesi monregalese, la Sala degli Arazzi che prende il nome dai quattro arazzi che decorano le pareti, realizzati dalfiammingo Francoes van den Hecke, uno dei più rinomati artigiani tessitori delle Fiandre, attivo all’inizio del Seicento a Bruxelles e infine le sale cinesi - che ancora non sono state oggetto di restauro. 

"Il Palazzo Vescovile di Mondovì - spiega l'architetto Mamino - si presenta con un ingresso su via che porta la scritta MAURITIUS SOLARUS MORETTAE EP. S MONTIS REGALIS 1649. La Facciata riporta cinque stemmi di vescovi. Uno, enorme, sull’ingresso, ora illeggibile. Poi bugne in pietra dipinte e bugne in pietra vera come zoccolo. La facciata coi suoi stemmi rimanda subito al palazzo del Governatore poco distante ma qui è un palazzo abitato dai vescovi di Mondovì quando ancora i Governatori sabaudi a Mondovì non erano ancora arrivati. Nel 1649 la  “casa dei Borghesi” che il Comune aveva donata come sede del primo vescovo nel 1389 ormai è stata trasformata e la vecchia cappella di Sant’Antonio ormai inglobata nella residenza vescovile. I 45 vescovi di Mondovì, come tutti i vescovi, hanno una cattedra in Duomo e hanno un’arma, disegnata al loro arrivo in Diocesi. Il vescovo Maurizio Solaro scrive sull’ingresso che è della famiglia dei conti di Moretta. La nobiltà viene proclamata e legata alla sede vescovile. Ma la storia del Vescovado è molto, al di là delle nobiltà singole, per l’accumulo di motivi storici che essa conserva ancora nell’edilizia, ma, dove lì non sono stati conservati, nei documenti cartacei e nei disegni, nelle varie epoche, di rilievo e di progetto".

"Tutto nell’Archivio Storico della Curia di Mondovì. Qui si cerca di presentarli e di descriverli in dettaglio. Veniamo all’edificio. Entrando, salendo, percorrendo i lunghi corridoi con in mente disegni e relazioni, ci si rende conto delle permanenze ma anche delle rilevanti (e al tempo forse necessarie) trasformazioni. Dal XIV secolo fino al XXI secolo. Una continua serie di aggiustamenti, cercando la magnificenza ma arrendendosi all’ordine, al comodo, al modesto decoro, alla pulizia.- prosegue Mamino - "La gran parte del Vescovado è oggi ripulita, ordinata, sufficientemente servita di accessi e di impianti con pareti, soffitti (e controsoffitti), pavimenti e serramenti restaurati o sostituiti. Questa grande serie di ambienti che ne costituiscono la estesa ossatura (bianca e funzionale) riserva poi delle sorprese, estremamente ricercate e aristocratiche: le sale cinesi, la sala degli arazzi, la sala dei vescovi, la sala dei monregalesi illustri. In esse i vescovi, specie del Settecento e dell’Ottocento, hanno voluto dare soddisfazione al grande rispetto che la Chiesa cattolica ha sempre coltivato per la cultura e per le arti raccogliendo opere d’arte di indubbio valore e rinomanza. Un elenco degli “oggetti preziosi” è ricorrente in Archivio, nei “testimoniali di Stato” all’arrivo dei vescovi, al passaggio di consegne da un vescovo all’altro, nei secoli. Ci sono poi due ambienti che rivestono un altro motivo di interesse: sono la residenza dei vescovi, la cappellina dei vescovi e la “scala nuova” voluta dal vescovo Giovan Battista Ressia. Qui L’atteggiamento permissivo che consente l’accostamento di oggetti e decori appartenenti a culture eterogenee e lontane nel tempo e senza un preciso intento o criterio diviene sommo.

Nella residenza del vescovo frammenti di affresco quattrocenteschi dell’antica chiesetta di Sant’Antonio sono accostati a porte interne con sovrapporte del Settecento e a librerie per la biblioteca disegnate apposta, di un barocco ormai tardo e stantio, nel 1962. La cappella che conserva i dipinti di Sant’Antonio e di Sant’Anna Metterza è poi stata (forse già dal vescovo Castrucci) ridedicata alla Madonna di Vico e ancora poi abbandonata ad usi abitativi.

Nella Cappellina dei Vescovi venuta dopo e riproposta al fondo di un lungo corridoio, esili colonnine riunite in sommità della piccola abside che richiamano un rimando al vescovo Pozzi del 1881, sono abbinate a santi e angeli in gloria di inizio Novecento e ad un altare in marmo degli anni Sessanta dello stesso secolo."

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"Nel vano scala - conclude il direttore della rivista - voluto dal vescovo Ressia una serie di ritratti di vescovi in cornice finto marmorea seicentesca è invece continuata con altri ritratti aggiunti nel 1902, ad un soffitto a cassettoni in legno tardo-cinquecentesco e ad una ringhiera e cancello in sommità già di gusto floreale. Ci sono poi ambienti inesplorati, da una parte e dall’altra della via Andrea Pozzo, rustici e lasciati al loro stato quasi originale, con vecchi arredi ( e carrozze) che hanno il pregio di informare sull’accesso “domestico” dei vescovi quando, arrivando in portantina o in carrozza, venivano lasciati cavallo e finimenti al cocchiere e si saliva alla residenza del vescovo dal retro, attraverso cantina e cucina, con scala magari in marmo ma fredda e disagevole. Il fascicolo presenta due sezioni distinte: la prima con la lettura di documenti d’archivio a confronto con visite all’episcopio, la seconda con relazioni sugli ultimi lavori e giudizi di merito sulle singole parti."

Il volume, con la prefeazione del vescovo della diocesi di Mondovì, monsignor Egidio Miragoli è stato curato dall'architetto Lorenzo Mamino, Giancarlo Comino, Chiara Giani, Chiara Bozzini, Massimiliano boassa, Massimiliano Caldera e Massimo Nappo. 

Arianna Pronestì

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