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Storie di montagna | 03 agosto 2025, 06:10

STORIE DI MONTAGNA 174 / Dall’alpeggio alla tavola: la rinascita di un sogno tra le montagne torinesi

Oggi la storia di Sandra e Ivano e l’alpeggio Barma D’Aut in Valle Pellice a 1500 metri di altitudine, una racconto di luoghi che rinascono e persone che ci credono

STORIE DI MONTAGNA 174 / Dall’alpeggio alla tavola: la rinascita di un sogno tra le montagne torinesi

Ci sono luoghi che parlano piano, ma raccontano storie potenti. Storie di fatica, amore, scelte coraggiose. Storie come quella di Ivano e Sandra, che da anni lottano contro il tempo, la burocrazia e l’isolamento per dare nuova vita a un alpeggio abbandonato, incastonato tra le montagne del Torinese.

Tutto comincia da lassù, dove una volta si saliva solo nei mesi estivi, a piedi, con gli animali al seguito. Ivano, che da bambino trascorreva le estati con i genitori in alpeggio, non ha mai dimenticato quei sentieri, né l’odore della legna tagliata, né il canto delle bestie al pascolo. Crescendo ha scelto un lavoro da muratore, ma non ha mai davvero lasciato la montagna e l’allevamento aiutando sempre i suoi genitori.. E quando l’alpeggio di famiglia è stato abbandonato, ha deciso che quella storia non doveva finire così.
 

Con l’aiuto di sua moglie Sandra, Ivano ha iniziato nel 2013 a ristrutturare. A mano. Con materiali trasportati in elicottero, pietra su pietra, al ritmo delle stagioni. Solo tre mesi l’anno, quando il tempo e il lavoro glielo permettevano. Un’impresa dura, che in altri tempi avrebbe fatto desistere chiunque. Non Ivano.

«Abbiamo investito tutto. Fisicamente, emotivamente, anche economicamente. Ma ne è valsa la pena», racconta Sandra, mentre i suoi occhi si illuminano di orgoglio. Oggi l’alpeggio è rinato: è diventato un piccolo agriturismo dove si può assaggiare il formaggio prodotto direttamente in loco, vivere l’alpeggio da vicino, persino dormire. Il tutto tra prati fioriti, sentieri che si snodano verso altri alpeggi, e un panorama che toglie il fiato. 

Il posto è raggiungibile solo a piedi e questo lo rende ancora più magico.

Il progetto, però, non si è fermato qui. Sandra e Ivano sognano un punto vendita stabile, dove accogliere i clienti e vendere direttamente i loro prodotti. «Abbiamo già tutto pronto, ma aspettiamo da tre anni l’autorizzazione dell’ASL. È dura, ma non molliamo», spiega lei.
 

Nel frattempo, si arrangiano come possono. Vendita diretta, passaparola, studenti e amici che passano a trovarli. Il formaggio viene prodotto con il latte dei loro vitelli, in piccoli lotti, con passione e secondo i ritmi della natura. «Non possiamo fare tutto l’anno, ma quel che produciamo è nostro, autentico, fatto con le mani e il cuore», dice Sandra.
 

Vivono in una borgata poco distante, raggiungibile in macchina in pochi minuti, ma ogni estate si trasferiscono in alpeggio con tutta la famiglia e gli animali. Hanno due figli, un maschio più piccolo e Sara, la più grande di 14 anni. Sandra, racconta, che è molto legata a Barma D’Aut e partecipa volentieri alle attività: «Spontaneamente apparecchia, serve a tavola, chiede se qualcuno vuole un caffè. È stato una rivelazione vederlo così partecipe».

Il legame con la montagna è profondo. Ivano l’ha ereditato da sua madre, ancora viva, che ha potuto vedere il risultato finale della ristrutturazione e si è commossa. «All’inizio era scettica. A 76 anni pensava che fosse tutto inutile. Ma quando ha visto quel che siamo riusciti a fare… si è messa a piangere. E aveva ragione».

Sandra, dal canto suo, non è originaria di quei luoghi, ma ha fatto sua la filosofia della montagna. «Qui non si butta via nulla. Portiamo con noi galline e conigli, facciamo la pasta fresca con le uova, le torte con quello che abbiamo. Gli spinaci, la ricotta… inventiamo in base a ciò che c’è. Si cucina con quel che offre la terra e il tempo».

Ogni domenica accolgono escursionisti e famiglie. Ci si arriva a piedi, camminando un’ora e mezza, ma lo sforzo è ripagato. «Se fa bello, viene tanta gente. E da lì si può anche proseguire per altri anelli, collegarsi ad altri alpeggi. Il paesaggio cambia, ma resta meraviglioso».

E poi c’è l’ospitalità: semplice, autentica, fatta di legno, pietra e affetto. La baita è stata ristrutturata con materiali locali, il legname tagliato direttamente da loro, con la volontà di mantenere l’impronta originaria. «Abbiamo fatto tutto da soli, come una volta. Ivano ha voluto usare la tecnica antica, anche se richiede più tempo. Non era solo costruire, era onorare un’eredità». 

Oggi quel sogno ha preso forma. L’attività è attiva da tre anni, anche se le sfide non mancano. La burocrazia, i costi, il lavoro fisico. Ma l’entusiasmo non si spegne.

«Siamo giovani, dai», dice Sandra sorridendo. Lei ha poco più di quarant’anni, Ivano ha superato i cinquanta. Ma l’energia è quella dei ventenni. «Se uno ci crede, ce la fa. E noi vogliamo lasciare qualcosa ai nostri figli. Un posto che racconti chi siamo. Un pezzo di montagna che non scompare». Per rifornire il rifugio Ivano usa il suo mulo, quando una slavina non permetteva di raggiungere la Balma si armato di motosega e piccole per creare una scala nel ghiaccio e aprire al pubblico. 

Per chi volesse scoprire di più, gustare i loro formaggi o semplicemente ascoltare da vicino questa bellissima storia, basta contattarli direttamente. Non hanno ancora un sito né una pagina Instagram attiva, ma rispondono volentieri al telefono. Perché prima della tecnologia, viene l’incontro umano. Per contatti 349 8065931 Ivano

E lassù, dove si sente solo il vento tra gli alberi e il suono delle campane al collo delle vacche, ogni storia sussurrata vale più di mille parole.

Cinzia Dutto

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