Nonostante le incertezze legate ai dazi, tiene il settore vino: è quanto emerge dall'indagine condotta da Anna Di Martino (www.annadimartino.it) per l'Economia del Corriere della Sera, con 115 tra le maggiori aziende vitivinicole d'Italia, che fotografa un comparto in cui a trainare il settore restano soprattutto i big. Un campione significativo dell’industria nazionale del vino che rappresenta il 63% del giro d’affari totale, pari a 14,5 miliardi nel 2024, secondo stime dell’Osservatorio italiano vini. Un peso specifico importante anche per l’export (65,2% del totale esportazioni) e per il mercato domestico, dove il campione si aggiudica il 60,2% del totale.
In cima alla classifica per fatturato delle cantine private c'è Argea (nata nel 2022 dall’acquisizione da parte del Gruppo di private equity Clessidra dell’azienda Botter, con il successivo ingresso della Mondodelvino di Priocca), con 464,2 milioni di euro. Al secondo posto Italian Wine Brands (nata dall'unione di Giordano Vini, storica azienda leader nella produzione e vendita diretta di vini italiani, con sede a Diano d'Alba, e Provinco Italia, azienda leader nella produzione e distribuzione di vini sui mercato internazionali per la grande distribuzione organizzata), con 401,9 milioni di euro di fatturato. I due brand sono anche ai primi posti per numero di bottiglie prodotte in Italia: 170,9 milioni di bottiglie per Argea, 153 per IWB. Ancora un'azienda della provincia di Cuneo nella Top5, poi, con la Fratelli Martini di Cossano Belbo, casa spumantiera produttrice di Sant'Orsola, a 233 milioni di euro di ricavi.
La classifica comprende 75 realtà private e 40 cooperative. Insieme hanno registrato un fatturato totale di 9,1 miliardi (più 1,1% sul 2023), un export di 5,3 miliardi (+1,8%) e 3,8 miliardi in Italia (+0,1%). L’unione fa la forza mai come quest’anno, perché dietro i risultati finali di segno più, lungo la graduatoria si colgono molti segni meno davanti alla voce fatturato. Ciononostante il mercato resiste, come dimostra la presenza di ben 27 brand che hanno raggiunto e superato un giro d’affari di cento milioni.
Ma la corda è tirata e le difficoltà sono enormi, in particolare dalla fine del primo trimestre 2025, con vendite in calo in tutti i canali a causa di consumi ancora al rallentatore, cantine piene di prodotto invenduto e, ciliegina sulla torta, il gioco perverso dei dazi verso l’Usa, principale mercato di sbocco dei vini italiani, con cui si sta divertendo da mesi il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
Va detto, del resto, che l’exploit realizzato all’export dal settore nello scorso esercizio (+5,5%), è drogato dalla corsa ai rifornimenti degli importatori statunitensi, in vista appunto dei nuovi dazi. A novembre e dicembre 2024, le scorte Usa sono aumentate a tutto spiano con incrementi degli acquisti a due cifre, nell’ordine del 20% in entrambi i mesi. La paura dei dazi ha spinto l’export anche nei primi mesi del 2025, fino alla metà di marzo quando la minaccia dei dazi al 200% di Trump (poi rimangiata) ha fermato la corsa all’import in Usa. Al momento, si attende con preoccupazione di verificare quali saranno gli effetti del nuovo dazio del 15% entrato in vigore il 1° agosto. Ci sarà poco da stare allegri. A caldo, l’Unione italiana vini ha già stimato un danno per il settore nell’ordine dei 317 milioni di euro. Si vedrà.