La relazione del Ministero degli Interni ucraino sulle armi da fuoco scomparse nell’ultimo anno è preoccupante. Quasi mezzo milione di pistole e fucili smarriti o rubati. Come riporta il sito Strumenti Politici, le statistiche dicono che il 17% di esse è stato prodotto in Ucraina, del 25% non si conosce la provenienza e ben il 58% è stato prodotto all’estero. Quindi anche e soprattutto dagli alleati di Kiev, cioè i Paesi europei e il Nord America.
Lo sforzo dei governi occidentali di armare l’Ucraina contro i russi ha comportato l’esborso sotto varie forme di miliardi su miliardi. E oggi vedere le armi concesse, regalate e vendute agli ucraini nel giro dei traffici illegali è controproducente per l’intera narrativa di appoggio incondizionato a Zelensky.
Da un lato si tenta di minimizzare il fenomeno dicendo che è limitato al mercato nero interno, ma dall’altro giungono gli allarmi delle polizie internazionali e delle autorità che vedono nelle mani di criminali e di terroristi di altri Paesi le armi che erano destinate al fronte orientale. Anche i media italiani si occupano del caso. Mentre il Messaggero parla di armi “svanite nel nulla”, il Fatto Quotidiano addirittura etichetta l’Ucraina come “colabrodo senza precedenti”, riferendosi al numero colossale di armi sparite, che cresce ogni anno e che ha più che raddoppiato le cifre.
Servirebbe un sistema di tracciamento efficace per impedire perdite così ingenti, ma forse è impossibile attuarlo oppure è troppo tardi. L’immagine di Zelensky è uscita danneggiata già la scorsa estate, quando con una legge ha messo sotto controllo le agenzie anti-corruzione del Paese.
Manifestazioni in piazza e proteste di Bruxelles lo hanno fatto desistere, ma è evidente che manca la volontà politica di chiudere il mercato nero e gli arricchimenti di oligarchi.