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Cuneo e valli | 28 dicembre 2025, 06:24

STORIE DI MONTAGNA 196 / Una tavola per ricominciare: l'home restaurant di Antonella

Apre a Boves “A casa di Anto” un posto con una storia davvero speciale

STORIE DI MONTAGNA 196 / Una tavola per ricominciare: l'home restaurant di Antonella

Lei lo dice subito, quasi per mettere un punto fermo: è di Boves, proprio di Boves, non di una frazione. Qui, in questa casa che guarda le colline e le frazioni, la vita per anni è stata fatta di lavoro, famiglia, figli, pranzi condivisi e porte sempre aperte. Poi arriva un giorno che non si dimentica, il 14 settembre, e da lì il tempo cambia forma. Quando ti trovi davanti a un incrocio, non puoi fare finta di niente: non puoi più andare dritto, devi scegliere, anche se fa male.

Antonella ha sempre avuto una vita concreta. La scuola non era il suo posto: terza media e poi subito a lavorare, sedici anni in un laboratorio di abbigliamento, a stirare capi finiti destinati ai negozi, ai campionari, alle sfilate. Poi i figli, la scelta – fortunata e possibile – di seguirli da vicino. La mamma l’aveva persa giovanissima, a sedici anni, e in casa c’erano un padre e due fratelli, Biagio e Flavio: la responsabilità arriva presto, senza chiedere il permesso. È lì che impara a tenere insieme le cose, anche grazie a un padre straordinario, Antonio, che si ritrova da solo con tre figli adolescenti senza aver mai cucinato prima e che, senza internet e senza ricette, riesce comunque a crescerli con positività e fiducia nella vita, guardando sempre il bicchiere mezzo pieno.

Poi c’è Valter, il marito, una vita costruita insieme passo dopo passo: la casa, i figli, l’impresa edile. Antonella entra parte attiva dell’azienda, si occupa di contabilità, fatture, burocrazia, corse tra uffici e commercialisti. Famiglia e lavoro, lavoro e famiglia, come tante storie di montagna e di provincia. Fino a quel 14 settembre. Quando Valter manca, manca anche l’impresa: con lui si ferma tutto. Restano le spese, la burocrazia che non si ferma, una ditta ancora in piedi per lo Stato e costi da sostenere come se nulla fosse. Antonella racconta anche questo senza retorica: vendere ciò che si può, stringere i denti, andare avanti per forza.

Intanto ci sono i figli. Luca trova lavoro nel colorificio di famiglia e si mantiene mentre finisce gli studi. Marco, invece, prende una strada rarissima e difficile, quella del circo e dei tessuti aerei, fatta di provini, audizioni, selezioni durissime, fino all’ingresso in una delle scuole più importanti d’Europa. Antonella lo racconta con orgoglio, ma anche con la lucidità di una madre che ha sempre lasciato libertà di scelta: sbagliare fa parte del crescere, ricominciare anche.

La svolta arriva quasi subito, quindici giorni dopo. Non come un sogno, ma come una necessità. Antonella lo chiarisce senza equivoci: questo non era il suo sogno. Il suo sogno era la sua famiglia. Ma mentre prepara gli gnocchi per suo figlio, la domanda arriva diretta: cosa faccio adesso? Non vuole buttarsi nella ristorazione tradizionale, con ritmi che non sente suoi. Vuole restare padrona della sua vita, del suo tempo, delle sue scelte. Vuole fare una cosa che conosce bene: cucinare per gli altri, perché il cibo, per lei, è sempre stato un atto d’amore.

Per lungo tempo, Antonella, è stata rappresentante di una nota ditta di contenitori per cucina, un lavoro che le ha permesso di entrare nelle case, conoscere persone e, quasi naturalmente, ad iniziare corsi di cucina attorno a un tavolo, proprio nella casa dove poi ha aperto la sua nuova attività.

Nasce così l’home restaurant “A casa di Anto” che ha aperto le sue porte il 4 dicembre L’investimento più grande è stato un tavolo, arrivato smontato e montato da lei. Poi il commercialista, le pratiche, le regole: cucina piccola, ambiente controllato, massimo dieci persone, due sere a settimana. Un’idea chiarissima fin dall’inizio: non è un ristorante. È come andare a casa di un’amica. Ci si siede e quello che c’è, c’è.

Antonella fa tutto in casa e tutto in giornata. Pasta fresca, pane fatto nel forno elettrico, dolci preparati da lei. Il menù è fisso e non si sceglie: l’unica cosa da dire prima di arrivare sono intolleranze, allergie o esigenze particolari.

Alla fine della cena, quando la cucina è sistemata e resta solo il caffè, Antonella si siede con le persone. Ascolta, parla, condivide. E succede qualcosa di semplice e potente: sconosciuti che iniziano separati e finiscono a parlare insieme, come se si conoscessero da tempo. È una tavola che unisce, che fa compagnia, che riempie almeno un po’ quel vuoto.

Questa non è la storia di un sogno realizzato. È la storia di una donna che, a 55 anni, si è trovata davanti a un dolore enorme e non ha fatto finta di niente. Ha scelto di riempire le mani, il tempo, la cucina. Due sere a settimana, pochi posti, un menù che non si sceglie perché qui non si viene a ordinare, si viene a farsi accogliere. E forse è proprio questo il senso profondo di “A casa di Anto”: non sapere come si fa a far passare il dolore, ma sapere come si fa a mettere un piatto buono in tavola. Da lì, a volte, si ricomincia davvero.

Cinzia Dutto, scrittrice cuneese,  ama definirsi una cacciatrice di storie, racconta di storie persone speciali, scelte differenti, montagna e buon vivere.Gira la provincia alla ricerca di vite uniche e particolari. Cinzia ha un profilo instagram https://www.instagram.com/cinzia_dutto_fanny e un sito dove puoi trovare il riferimento a tutte le sue pubblicazioni www.cinziadutto.com

Cinzia Dutto

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