Le manifestazioni di cordoglio e le attestazioni di stima che giungono in queste ore da ogni dove per la morte del senatore Natale Carlotto testimoniano quanto la sua popolarità fosse direttamente proporzionale alla sua statura fisica.
Un personaggio che ha segnato una stagione sindacale e politica irripetibile e che ha concorso a fare della provincia di Cuneo quella che oggi è: una realtà economica importante nel contesto nazionale ed europeo, proprio a partire dall’agricoltura di cui è stato espressione rappresentativa e quindi in qualche misura attore protagonista.
Se pensiamo a quello che era il contesto socio-rurale degli anni in cui Carlotto ha cominciato a istituire sezioni della Coltivatori Diretti in ogni angolo del Cuneese, frazioni comprese, e lo paragoniamo a quella che è diventa oggi la moderna agricoltura (pur con i suoi odierni problemi), ci rendiamo conto dell’enorme salto di qualità.
Ma del suo ruolo sindacale altri diranno meglio e con maggior dovizia di particolari.
Solo un breve cenno alla figura del Carlotto politico, espressione di quella Democrazia Cristiana nei confronti della quale più passa il tempo e più si deve considerare che il giudizio storico sarà meno duro di quello che è stato quello di una certa pubblicistica nella cronaca.
Nel dopoguerra e fino alle fine degli anni ’80 la Coldiretti – politicamente parlando – è stata collaterale alla DC, una sorta di cinghia di trasmissione, rappresentandone nei fatti (per quanto concerne la Granda ma lo stesso vale per altre province a forte connotazione rurale) la corrente più forte e più potente.
In Piemonte esprimeva il maggior numero di deputati e senatori, una pletora di consiglieri regionali, compresi vari assessori, senza contare il numero infinito di sindaci e amministratori locali.
Il Cuneese non faceva eccezione: per almeno un paio di decenni il maggior partito era salomonicamente diviso nella sua gestione tra Adolfo Sarti da una parte e Carlo Baldi e Natale Carlotto dall’altra, i due uomini di punta del più forte sindacato agricolo.
Nell’aprile del 2016 Carlotto aveva voluto dare alle stampe una sua autobiografia, un compendio della sua vita privata e pubblica.
Singolare la scelta della copertina.
Sulla sinistra, a mo’ di sottotitolo, compaiono le scritte. “Chi sono; come sono; valutazioni; considerazioni; riflessioni; attività”.
Sulla destra: “Fatti; ben fatti; malfatti; non fatti in provincia di Cuneo”.
Non è qui il caso di ripercorrere tutta la sua immensa attività parlamentare (tre legislature come deputato e due da senatore), anche se non si possono non citare le sue battaglie più note condotte per la montagna e l’invaso di Moiola.
Un consenso politico che Carlotto ha costruito battendo palmo a palmo anche le più sperdute zone della provincia, consenso non tanto intorno alla sua persona e sulla base di parole d’ordine, ma con un confronto che avveniva sistematicamente sulle piazze dei mercati, nelle sezioni della Coldiretti e della Democrazia Cristiana.
Penso di non esagerare se affermo che in quegli anni non esisteva cuneese da Briga Alta a Bellino che non conoscesse il nome di Carlotto.
Penso di nuovo di non esagerare se sostengo che – nonostante fosse democratico e cristiano – non ha mai fatto dell’ideologia la sua bandiera.
Conosceva a menadito i problemi del territorio e quasi una ad una le persone che lo abitavano e che glieli rappresentavano.
E sulla scorta di queste indicazioni si muoveva in ambito parlamentare con tutti gli strumenti che la legislazione e la normativa gli consentiva.
Dicevamo della sua autobiografia che non è autocelebrativa, quanto semmai una disamina puntuale di quelli che sono i grandi nodi che ancora oggi affliggono la nostra provincia.
Carlotto ha cercato di affrontarli, qualcuno li ha (in parte) risolti, per altri non ce l’ha fatta.
Tra le grandi incompiute c’è, indubitabilmente, l’invaso di Moiola.
Interessante annotare quanto scrive in un passaggio del suo libro a questo proposito, una considerazione emblematica che certifica la statura dell’uomo.
“Ci sono fatti, non fatti, malfatti, per i quali esprimo in queste pagine giudizi personali contestabili, meritevoli di auspicato confronto. Quanto può essere considerato positivo, è il frutto della collaborazione fra tutti coloro che ci hanno creduto. Se esiste un merito non può essere attribuito ad una persona, tantomeno alla mia sola persona. Per quanto riguarda gli aspetti di critica e le cose non fatte, me ne assumo la personale responsabilità”.
Se la politica mantiene vivo un minimo di sentimento di gratitudine qualche opera pubblica rilevante in questa terra, per la quale si è speso con generosità, gli dovrebbe essere intestata.














