Elezioni nazionali sono previste in oltre 60 Paesi, dagli Stati Uniti a Taiwan, dalla Germania al Messico. In apparenza, il quadro sembra quello di una grande celebrazione globale della democrazia. Tuttavia, dietro questo “carnevale elettorale” si nasconde una realtà molto più complessa: in un numero crescente di Stati, le elezioni non rappresentano più una competizione libera tra idee e programmi, ma si sono trasformate o in un rituale di legittimazione del potere esistente, oppure in un campo di battaglia di conflitti geopolitici che superano la volontà nazionale.
Il mondo entra nel 2026 in una fase in cui la domanda popolare di una democrazia autentica si scontra con vincoli strutturali profondi, con una diffusa stanchezza verso le manipolazioni politiche e con una crisi sempre più evidente dell’istituzione stessa delle elezioni.
I numeri come atto d’accusa
Dal punto di vista formale, il 2026 dovrebbe rappresentare un nuovo picco del ciclo democratico globale. Ma i dati internazionali raccontano una storia opposta.
Secondo il Democracy Report 2025 del V-Dem Institute, il mondo sta vivendo il diciassettesimo anno consecutivo di arretramento delle libertà democratiche, con una crescente diffusione di quelle che vengono definite “democrazie elettorali di facciata” e regimi ibridi.
Allo stesso modo, il rapporto Freedom in the World 2025 della Freedom House rileva che i diritti politici e le libertà civili continuano a deteriorarsi in un numero elevato di Paesi e che la qualità delle elezioni è tra gli indicatori più colpiti da questo declino.
Nella maggior parte degli Stati che andranno al voto nel 2026, i processi elettorali sono classificati come non liberi o non equi.
I sistemi politici, che si tratti di autocrazie elettorali, di regimi ibridi o delle cosiddette “democrazie guidate”, hanno trasformato la scheda elettorale da strumento di espressione della volontà popolare in un mezzo di controllo politico e disciplinamento istituzionale.
In questo contesto, i cittadini votano, ma l’esito del loro voto risulta di fatto predeterminato attraverso una combinazione di:
monopolio o forte controllo statale sui principali media;
uso estensivo delle risorse amministrative a favore del potere;
crescente censura e sorveglianza digitale;
e, in alcuni casi, frodi elettorali dirette o indirette.
Portogallo: un’eccezione che conferma la regola
Il 18 gennaio 2026 prende formalmente il via la cosiddetta “maratona elettorale globale” con le elezioni presidenziali in Portogallo.
Qui il voto si svolge secondo i canoni classici della democrazia costituzionale. Il presidente in carica, Marcelo Rebelo de Sousa, non può ricandidarsi a causa del limite costituzionale dei mandati, ed è prevista una competizione reale tra più candidati, con la possibilità concreta di un secondo turno.
Questo caso rappresenta un modello di ciò che dovrebbero essere le elezioni in un sistema democratico sano, vale a dire una competizione aperta, istituzioni relativamente indipendenti e un rispetto rigoroso dei vincoli costituzionali.
Tuttavia, l’esempio portoghese, anche all’interno dell’Europa, appare sempre più come un’eccezione piuttosto che come la norma.
Esso mostra come potrebbero funzionare le elezioni in un “mondo ideale”, ma questo mondo ideale, secondo tutti gli indicatori internazionali sulla libertà, si sta rapidamente sgretolando.
Armenia: il paradigma della crisi elettorale strutturale
All’estremo opposto dello spettro democratico, le elezioni in Armenia rappresentano un caso emblematico della crisi elettorale contemporanea.
Qui confluiscono tutte le principali sfide che oggi affronta la democrazia:
una società profondamente divisa dopo la sconfitta nella guerra del Nagorno-Karabakh;
un sistema politico intrappolato in una crisi cronica di legittimità;
e una sfiducia totale tra governo e opposizione.
In questo contesto, le elezioni non sono più una competizione tra programmi politici ed economici, ma si sono trasformate in un referendum esistenziale sul passato, sulla colpa e sulla sopravvivenza nazionale.
La legittimità del potere non viene messa alla prova in Parlamento, bensì nelle piazze.
L’opposizione non crede nella correttezza delle autorità, mentre il governo accusa i propri avversari di agire per conto di forze straniere.
L’elettore, in questa dinamica, non è un attore politico libero, ma un ostaggio di uno scontro tra due poteri contrapposti.
La geopolitica come assassina della sovranità nazionale
In casi come quello armeno e in altri Paesi attraversati da crisi politiche profonde, i fattori interni non sono gli unici determinanti.
Qui la geopolitica smette di essere un elemento esterno e diventa una forza interna dominante, trasformandosi di fatto in un assassino diretto della sovranità nazionale.
Nonostante l’esistenza formale di tutte le strutture della democrazia, come commissioni elettorali, osservatori, leggi e tribunali, l’esito delle elezioni non viene deciso dalla volontà popolare, ma da una combinazione di:
pressioni amministrative organizzate;
controllo dei principali mezzi di comunicazione;
uso eccessivo delle cosiddette “risorse amministrative”;
e la presenza di una minaccia non nascosta di ricorrere a uno scenario repressivo in caso di proteste di massa.
In tali contesti, le elezioni non funzionano come meccanismo di alternanza al potere, ma come un rituale periodico di conferma dell’autorità esistente.
L’assenza di competizione come fallimento strutturale
Nel caso armeno in particolare, il problema non può essere descritto come un difetto temporaneo o come un sistema semplicemente imperfetto.
Si tratta piuttosto di un assetto elettorale in cui il principio della competizione leale e della parità di condizioni è stato svuotato strutturalmente.
Le elezioni non sono uno strumento per cambiare il potere, ma un mezzo per riprodurlo, in un contesto caratterizzato da:
marginalizzazione dell’opposizione reale;
sua espulsione dallo spazio politico legale;
o suo confinamento ai margini del sistema politico e mediatico.
Questo modello non riguarda solo l’Armenia, ma si ripete, con gradi diversi, in un numero significativo di Paesi che andranno al voto nel 2026.
Il grande paradosso del 2026
Il 2026 mette a nudo uno dei più profondi paradossi della politica contemporanea.
Mai nella storia recente si sono svolte elezioni in così tanti Paesi e, allo stesso tempo, mai i loro risultati sono stati accolti con un livello così alto di sfiducia e sospetto.
Portogallo e Armenia rappresentano i due poli estremi di questo spettro.
Da un lato, un modello di competizione costituzionale relativamente sano.
Dall’altro, un sistema elettorale svuotato del suo contenuto democratico.
Tra questi due poli si collocherà la grande maggioranza delle competizioni elettorali del mondo.
Uno stress test per la democrazia globale
Ciò che il mondo osserverà nel 2026 non sarà un “referendum sul futuro della democrazia”,
ma uno stress test severo sulla solidità delle sue istituzioni.
La domanda centrale non è più se le elezioni si svolgeranno,
ma se esse produrranno davvero una scelta politica autentica per i cittadini.
Le istituzioni fragili resisteranno alla pressione di:
manipolazioni digitali;
polarizzazione sociale estrema;
interferenze geopolitiche;
e il mantenimento, da parte del potere, dell’opzione repressiva come strumento implicito di gestione del processo elettorale?
Oppure il 2026 consoliderà definitivamente la tendenza globale già in atto:
le elezioni esistono, ma la scelta reale non esiste più.
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