Attualità - 10 febbraio 2026, 17:53

La compagnia del Nostro Teatro di Sinio debutta ad Alba con Luna Park: "La prima è sempre una prova di verità"

Il 15 febbraio al Teatro Sociale “G. Busca” un racconto dei piccoli paesi, tra nostalgia, trasformazioni e una fiducia affidata ai giovani

La compagnia langarola (Facebook)

Non è solo una prima teatrale. È un momento in cui una comunità si guarda allo specchio, riconosce ciò che sta perdendo e prova a dirlo ad alta voce. Il debutto della compagnia del Nostro Teatro di Sinio ad Alba al Teatro Sociale con "Luna Park" (domenica 15 febbraio alle 17) nasce da qui: dal bisogno di portare sul palco una storia che assomiglia a molte altre, silenziose, disseminate tra i piccoli paesi delle Langhe.

Oscar Barile, anche autore e regista dello spettacolo, non nasconde le sensazioni,  ma le soppesa con la precisione di chi il palco lo frequenta da una vita: “La prima è sempre emozionante. Non passano cinquant’anni, è sempre la stessa emozione”. Non è una formula. È la consapevolezza che, davanti a una platea numerosa come quella del Sociale, nulla è mai scontato. “Hai seicento persone davanti, non è un teatrino di fortuna. E soprattutto non sai come reagirà il pubblico. Fare uno spettacolo così è un’altra cosa: quello non lo puoi provare prima”.

È per questo che Barile, con un sorriso che tradisce esperienza, ammette di consigliare a volte di aspettare: “Io dico spesso: se non venite alla prima, venite dopo due o tre repliche, quando lo spettacolo è già passato davanti alla gente”. Ma la realtà è che la prima resta magnetica, irresistibile. “C’è chi vuole vederla subito, anche se sa che è il momento più fragile. Vuole esserci, condividere quell’emozione”.

Lo spettacolo con cui Sinio ad Alba arriva al debutto nasce da una scelta precisa: raccontare i piccoli paesi, quelli che negli ultimi anni stanno cambiando più in fretta e più in silenzio. “È uno spettacolo dedicato ai paesi piccoli, ma credo che per certi aspetti parli anche di quelli un po’ più grandi”, spiega Barile. Il punto di partenza è sotto gli occhi di tutti: “Negli ultimi quattro o cinque anni molti paesi si stanno desertificando. Ma soprattutto stanno perdendo i servizi: i negozi, i bar, i luoghi dove ci si trovava”.

In scena prende forma la storia di poche persone rimaste, cinque o sei figure che abitano ancora quei luoghi e ne custodiscono la memoria quotidiana. “Vedono arrivare i turisti, che si fermano un giorno, mangiano, contribuiscono all’economia – e va benissimo – ma poi loro restano lì, con sempre meno cose attorno”. Barile evita volutamente di fare nomi o puntare il dito: “Non è una colpa di qualcuno. È una constatazione”.

Il tono dello spettacolo non è cupo né accusatorio. “Cerchiamo di raccontarlo in modo leggero”, precisa, “con quella nostalgia che viene fuori quando si tirano fuori le storie di una volta, di quando si era più giovani”. Perché il rimpianto, in fondo, non riguarda solo il paese che cambia, ma il tempo che passa. “Quelli più anziani rimpiangono soprattutto questo: non essere più giovani. L’effetto nostalgico è sempre lì”.

Eppure, anche dentro questo sguardo disincantato, Barile sceglie di non chiudere lo spettacolo su una nota di resa. “Io lascio sempre una finestra aperta alla speranza”, dice. “E la faccio concludere dai giovani”. È un gesto narrativo e politico insieme: affidare il finale a chi può ancora immaginare, costruire, restare o tornare.

In scena ci saranno Oscar Barile, Paolo Tibaldi, Vanda Boella, Marilena Biestro, Carla Lanzone, Loredana Siciliano, Claudio Losinno, Madì Drello e Giorgio Schellino; collaborazione tecnica e scenografia di Marco Dalmasso.

Daniele Vaira