Non esiste momento migliore di una partenza, per accorgersi che l’amore e il viaggio hanno molto in comune. Nel giorno di San Valentino, mentre l’amore viene celebrato come promessa, vale la pena fermarsi a osservare ciò che talvolta viene messo in valigia: la fuga.
C’è una fuga che assomiglia a un accordo silenzioso. Si parte per restringere il mondo, per renderlo più piccolo e quindi più abitabile. Scappare da tutti con qualcuno è un gesto profondamente romantico: due persone che scelgono di sottrarsi al rumore, agli sguardi, a ciò che già conoscono. Un treno preso senza troppi calcoli, una notte in una città lontana, un paradiso tropicale trasformato in rifugio temporaneo. In questo gesto l’amore è alleanza. È la sensazione di essere dalla stessa parte, almeno per un tratto di strada. Poi c’è un’altra fuga, meno evidente e meno raccontata.
Scappare da qualcuno. Da un impegno che pesa, da una relazione che chiede più di quanto si è pronti a dare, da un sentimento che ha iniziato a spegnersi. Si parte senza l’altro per scelta, con un obiettivo diverso: creare distanza, cambiare aria, respirare. Qui il viaggio non è condivisione, ma difesa.
L’amore non è rifugio, diventa ingombro. La partenza, in questi casi, non prende posizione. Amplifica. Rende più nitido ciò che a casa restava sfocato. Esiste poi la fuga che delude. Quella in cui il viaggio viene caricato di aspettative sbagliate. Partenze pensate come rimedi, come se cambiare luogo potesse riparare ciò che nella relazione non funziona più. Si parte in coppia come tentativo di salvataggio, spesso disperato. Una settimana da sogno: passeggiate sulla spiaggia, cene a lume di candela, escursioni emozionanti.
Si vivono momenti bellissimi, ma con una tensione sottile che resta sullo sfondo: la consapevolezza che al ritorno qualcosa dovrà comunque essere affrontato. E poi ci sono le fughe solitarie. Quelle in cui si parte senza più una coppia, ma non davvero senza qualcuno. Si scappa da una presenza che non c’è più e che, nonostante tutto, continua a occupare spazio. Un amore finito che resta addosso come un odore persistente. Si cercano luoghi nuovi o si torna in quelli già attraversati insieme. Spesso non si va via per dimenticare, ma per capire cosa fare di ciò che rimane.
Viviamo in quella che potremmo definire un’epoca post-romantica. Non perché l’amore incondizionato non esista più, ma perché non è più uno scopo centrale. Intorno ci sono distrazioni continue, alternative sempre disponibili, vite parallele che attirano. La relazione sembra convivere, ogni tanto, con l’idea di un piano B. Non per il desiderio esplicito di tradire, ma per la sensazione costante che esistano possibilità migliori. In questo contesto l’amore non scompare, ma cambia forma.
Non è più una promessa necessariamente da mantenere, diventa un’esperienza da attraversare. Si desidera l’intensità, si cerca la vicinanza, ma senza concedere del tutto l’esclusività. I legami diventano più negoziati, spesso temporanei, perché la durata non è più sorretta dall’idea di un “per sempre”. Ci si chiede se ciò che si prova è desiderio o bisogno, slancio o paura della solitudine. Dentro questo equilibrio incerto, il viaggio diventa uno spazio rivelatore. Una parentesi in cui le dinamiche relazionali emergono con maggiore chiarezza. È lì che si capisce se si sta fuggendo insieme o se si sta semplicemente condividendo lo stesso mezzo di trasporto. Scappare con qualcuno, quando funziona, significa condividere un’intenzione. Eliminare le distrazioni, camminare allo stesso ritmo, accettare l’imprevisto come parte del patto. Non servono mete incredibili. Basta un luogo che permetta di stare. Di aspettarsi.
Di guardare lo stesso orizzonte senza avere il telefono in mano, almeno per un attimo. Eppure, nel tempo in cui viviamo, prima ancora dell’emozione arriva spesso il selfie su Instagram. Prima dell’abbandono, l’inquadratura giusta. Il viaggio viene vissuto e immediatamente raccontato: una storia, un post, un video che spiega cosa stiamo provando mentre lo stiamo ancora vivendo. Il rischio non è la superficialità, ma lo slittamento: confondere l’esperienza con la sua rappresentazione, la passione con il numero di visualizzazioni. Ed è qui che si gioca la vera partita: non tutte le fughe d’amore sono anche viaggi d’amore. Forse amare, a un certo punto, significa non avere più bisogno di scappare ma restare quando tutto ci spinge a partire.
Restare in un luogo, in una relazione, in un silenzio che non chiede di essere riempito da un commento. Oggi, è questo l’atto più coraggioso che l’amore possa regalarsi: smettere di fuggire e iniziare, davvero, a viaggiare.