Attualità - 08 marzo 2026, 06:36

L’8 marzo tra le Sorelle Clarisse di Bra per una Festa della donna speciale

Siamo andati dietro le grate del monastero di clausura per raccontare l’8 marzo da un punto di vista diverso

In viale Madonna dei fiori 3, a Bra c’è un mondo sconosciuto ai più, isolato dal rumore, avvolto nel silenzio, raccolto in una vita dedicata alla spiritualità, alla preghiera e alla solidarietà. È il monastero di Santa Chiara dove 14 suore di clausura conducono la loro vita e, in occasione della Festa della donna, siamo andati a trovarle dietro le grate per raccontare l’8 marzo da un punto di vista diverso.

Le Sorelle Clarisse ci hanno aperto le porte della loro casa per raccontarci della loro storia personale che le ha portate a seguire la vocazione e cosa significa essere donna, avendo scelto la via dell’ascetismo, del raccoglimento e della preghiera. La loro testimonianza di fede ci dice che scegliere di seguire questa strada non è un sacrificio della femminilità, ma un modo per esaltarla in nome della condivisione e della solidarietà.

Entrate in convento, chi in età più giovane e chi in età più matura, hanno trovato tra quelle mura la risposta che cercavano a quel vuoto a cui non riuscivano a dare un senso, decidendo, alla fine, di rinunciare al desiderio di essere moglie, madre e donna in carriera che accomuna molte ragazze nell’età dell’adolescenza. Dalla loro voce.

Cosa significa, per voi, essere donna?

«Essere donna, così come essere uomo, è un dono: significa essere creature pensate e amate da Dio per qualcosa di grande. Significa, giorno per giorno, portare a compimento tutte quelle potenzialità che una donna ha: la capacità di ascoltare, di custodire, di accompagnare, di comprendere, di soffrire nelle viscere, di dare alla luce una vita, di vedere lontano, di innescare le rivoluzioni più belle e più vere… Si nasce donna, ma si diventa donna giorno per giorno, ed è sempre la relazione con l’altro che ci restituisce la nostra più vera identità».

La vita nel monastero di clausura vi ha insegnato a vivere in comunità tra donne e ad essere solidali l’una con l’altra: è una componente che manca tra le ragazze di oggi?

«Diciamo che siamo accomunate dalla medesima chiamata e viviamo per lo stesso “obiettivo”. Poi imparare a essere solidali è una crescita quotidiana anche per noi. La solidarietà è importante, dice proprio lo stare solidali con l’altro, il portare insieme le gioie e i dolori. Oggi questo è fondamentale. Forse non manca tanto nelle ragazze, quanto negli adulti che educano i figli alla competitività, alla massima prestazione, al facile guadagno e notorietà. Perché non dire alle ragazze (così come ai ragazzi) che l’altro è un fratello/una sorella da amare e non un nemico da odiare? Perché non dire loro che ci sarà sempre una spalla di madre o di padre su cui piangere o su cui ridere, e che l’amicizia dei loro coetanei è un tesoro prezioso?».

In questo momento storico la vostra scelta può essere vista, sotto alcuni punti, come “rivoluzionaria”. Siete d’accordo? 

«La scelta di Francesco e Chiara d’Assisi è stata rivoluzionaria da subito. Ma oggi non diremmo che solo la nostra scelta è rivoluzionaria. Innanzitutto perché la nostra è risposta a una scelta, una chiamata, che è quella di Dio, al quale noi abbiamo scelto di rispondere “sì”. Oggi ogni scelta definitiva è rivoluzionaria dentro un orizzonte che vede incapacità di scelta, o scelte a breve termine, o scelte con possibili “uscite di sicurezza”. Un “sì” per sempre al matrimonio o alla vita consacrata è impegnativo, è rivoluzionario. Ma è estremamente bello. Ogni scelta comporta sacrifici, ma sono quei sacrifici a dire l’amore per quella scelta. Lo sanno molto bene i giovani sportivi ed i musicisti: ore e ore di allenamento. Restare in quella scelta porta ad una maggiore conoscenza di se stessi, delle proprie fragilità e potenzialità, all’approfondimento delle relazioni con le sorelle o con il partner. Sì, oggi scegliere un “per sempre” è rivoluzionario, ma il mondo forse ha bisogno di questa rivoluzione!».

Quanto si può parlare di donne in un mondo dall’impostazione patriarcale?

«Non si può generalizzare. Oggi la società è complessa e liquida. Complesso non significa complicato, significa che non si possono trovare soluzioni semplici (la semplicità è solo di Dio!), ma occorre capacità di ragionamento, di analisi, di riflessione, di ascolto. Non possiamo più leggere il mondo in termini di out-out, ma di et-et. E il cristianesimo in questo ha una marcia in più, perché tiene insieme gli opposti: Vero Dio e vero Uomo, Uno e Trino, Vergine e Madre… Et-et! Non si tratta di parlare di donne in una società patriarcale.  Occorrerebbe parlare di tutto l’argomento violenza che ormai è diventata normale: parole, gesti, immagini… Per esempio il problema della violenza sulle donne: ogni violenza sul corpo è sempre violenza su tutta la persona, perché il corpo è principio di individuazione della persona. Forse oggi le agenzie educative come famiglia, scuola, oratorio potrebbero seriamente ascoltare il grido muto degli adolescenti, ragazzi e ragazze, dando spazi di ascolto e non lasciandoli soli nel dolore, anche di fronte alla fine di una relazione, che è sempre parte del percorso di coppia».

Che augurio fate a voi e a tutte le donne?

«L’augurio di diventare persone belle e luminose!».

Silvia Gullino