Riceviamo e pubblichiamo.
***
Immaginiamo una scena semplice: siamo a casa a sistemare i cassetti. Alziamo gli occhi e dalla finestra vediamo un sole bellissimo e l'aria ha quel particolare sentore di primavera. Lasciamo perdere quello che stavamo facendo e usciamo a fare due passi. Passiamo dal parco per vedere se sugli alberi è spuntata qualche gemma. Poi ci fermiamo al bar e prendiamo un caffè con la cremina zuccherata, concedendoci uno strappo ai propositi della Quaresima.
Ci sembra un'attività normalissima. Eppure, in questa scena si intravede un diritto fondamentale: la libertà di movimento, la possibilità di decidere della propria vita momento per momento. Ma sembra essere un diritto che non è dato a tutti, nonostante appaia scontato: per noi disabili questa libertà non esiste, non è prevista. Non perché abbiamo commesso un reato o ricevuto una condanna, ma semplicemente per la forma che hanno i nostri corpi e le nostre menti.
Questa condizione ha un nome: assistenzialismo. È una parola lunga e scomoda, ma non possiamo rinunciarci, perché descrive una realtà molto precisa: una vita in cui tutto è deciso dagli altri. Anche quando, almeno a parole, ci dicono che dobbiamo lavorare per essere indipendenti.
In realtà, quando abbiamo la fortuna di esserlo davvero, diventiamo scomodi. E questo, per il sistema, è un problema. Quando una persona è assistita non può decidere davvero quando uscire, quando mangiare, quando restare sveglia. Non può scegliere fino in fondo chi frequentare, come vestirsi, quali rischi correre e non può neppure sbagliare liberamente.
Eppure la libertà è anche questo: poter fare scelte sbagliate senza che qualcuno ti tolga il diritto di vivere come tutti gli altri. Se guardo fuori dalla finestra e mi viene voglia di fare una passeggiata, devo avere la possibilità di farla. Se ho bisogno di qualcuno che mi aiuti a mettermi le scarpe o ad attraversare la strada, quel diritto non cambia. Il compito del sistema non è limitare la libertà delle persone con disabilità. Il suo compito è fornire i sostegni necessari perché quella libertà possa esistere davvero, senza dover prima dimostrare quanti soldi si hanno in banca.
Perché il punto non è dove vivono le persone. Il punto è se possono vivere e il come. E questo dipende anche dalle scelte concrete dei nostri Comuni: da quanto coraggio hanno nel passare dall’assistenza alla libertà.
Giovanni Sandri (Giampy)