Si è aperta la bipersonale Fornaro – Meineri all’Antico Palazzo di Cttà, a Piazza.
La mostra resterà visitabile fino al al 6 aprile. Il critico d’artre prof. Enrico Perotto ricorda “Chiara Fornaro: disegnatrice e carnettista, pratica delle tecniche dell’acquerello e del pastello a olio su carta, Chiara Fornaro ha l’appiglio psicologico di saper cogliere innanzitutto l’essenza fisiognomica di un volto umano, apparentemente travisandolo, dal punto di vista, certo, delle regole classiche dello studio di figura, ma in effetti interpretandolo o, meglio, riducendolo a tal punto da far risaltare soltanto più l’impressionante acutezza dello sguardo o la carnosità sensuale delle labbra di un effigie femminile.
Nelle sue espressioni figurate, Chiara procede per sottrazione, per eliminazione del superfluo, calibrando gli spazi dominati prevalentemente dal vuoto, ovvero dal bianco del supporto cartaceo. Il segno si muove con rapidità e con accentuazione dell’ingombro squadrato dei volti ritratti, che ne altera le proporzioni, sostenuto quindi dallo scorrere delle pennellate intrise di macchie acquerellate rosse e viola. Si delineano così i contorni di un viso burlesco, la linea continua di una calotta cranica prominente, l’allungamento spropositato di un collo o l’aggetto di un paio di occhiali, restituendo una parvenza espressiva al soggetto, che ci appare realizzato per mezzo di una tecnica sintetista, si direbbe tesa a delineare una compagine di personaggi gustosamente caricaturali o fumettistici.
Altre volte, il sembiante ci parla quasi dei suoi stati d’animo, sempre in modo rarefatto e con sottolineature degli elementi fisici, quali gli occhi con le palpebre chiuse, sottolineati da aggiunte di striature blu dall’effetto particolarmente straniante. Si notano colpi di pennello dalla forte valenza chiaroscurale e dalla certa accuratezza nella definizione dei particolari fisionomici; oppure si distinguono particolari caratterizzazioni dell’espressione facciale e punti di vista insoliti da cui si osserva l’anatomia di un busto virile parzialmente suggerita da un’elaborazione linearistica all'impronta, ravvivata dalla stesura di chiazze giustapposte di rosso e di giallo.
In alcuni casi, ancora, gli abbozzi di tipologie umane idealizzate sono tracciati a pura linea o scaturiscono da un incastro di volumi stereometrici o per contrasto dall’oscurità di un groviglio animato di segni insistiti e nervosi, che lasciano trapelare la spontanea istintività dell’esecutrice, in possesso di uno stile pittorico inconfondibile. Richiamandosi al filone dell’arte contemporanea di tendenza neoespressionista, Fornaro rappresenta torsi e mani come quelli propri di corpi mutanti, appartenenti a una specie fisica di esseri postumani. Siamo di fronte a una sorta di grado zero dell’immaginazione del mondo umano, in cui disegno e colore (anche disturbante, come dimostrano quelle scie di rosso vivo) si bilanciano e non concedono più allo sguardo dell’osservatore di scorgere una forma riconoscibile di esistenza cosiddetta normale.
E se ci proiettiamo nella serie dei lavori dedicati alla trascrizione grafico-pittorica di una veduta di città o di un paesaggio, ecco emergere l’esecuzione all’en plein air con indubbia efficacia disegnativa, frutto della capacità di ricreare con brevi ed energici tratti di matita il respiro spaziale e la notazione in presa diretta del dato di realtà, supportata da pennellate rinvigorenti di verde, blu o rosa. La resa della visione urbana è piacevole, in particolare nel modo con cui sono rappresentate una fuga prospettica di un portico e una strada solitaria di un centro storico che ci è caro.
Ecco, infine, gli acquerelli in cui sono ripresi ambienti acquatici. In essi, si rivela la presenza di un preciso intento di astrazione, di una scelta estetica a favore dei valori coloristici puri, manifestati con una notevole qualità esecutiva. Luci, ombre, riflessi, diluizioni cromatiche con giochi di verdi, gialli, rossi e azzurri, frammisti a garbugli di linee, sono in grado di emozionarci e di trasmetterci impressioni intense di libertà e di serenità.
La storia di una vita tra i colori si può dire sia esemplificata dalla figura dell’arch. Meineri, nota perlopiù, nella dimensione privata del suo essere pittore autodidatta, a una ristretta cerchia di amici e frequentatori della sua abitazione, atelier e nello stesso tempo vera e propria casa-museo, ricolma degli esiti tra i più diversi della sua traboccante creatività.
È solo passeggiando tra le stanze completamente rivestite di quadri della sua dimora che ci si può rendere conto del suo innato talento. Ecco, per esempio, un paio di collages polimaterici che rendono efficacemente omaggio a monumenti celebri (come il Monumento alla Resistenza di Umberto Mastroianni a Cuneo) o a scorci di città (come la collina Mondovì Piazza vista dalle colline retrostanti) osservate come plastici architettonici a sviluppo volumetrico in rilievo (la propria formazione politecnica non manca di rilasciare nel tempo le sue tracce…), racchiusi in lontananza da una catena montuosa riproposta in prospettiva aerea.
Ed ecco le impressioni di fronde arboree emerse dalle memorie dei gialli, dei rossi e degli arancioni che le rinvigorite tavolozze naturali della stagione decidua proiettano contro lo schermo del cielo blu scuro screziato di note azzurre più chiare e di passaggi di bianche ed irregolari nubi.
Talvolta, dall’osservazione del mondo esteriore, l’occhio del pittore sa trasferire sulla tela le proprie emozioni più intense, restituendoci un’immagine della realtà che intacca le nostre certezze tranquillizzanti di spettatori di tutto ciò che ci circonda. L’esito è così quello di sentirsi immersi in vibranti e trasfigurate costruzioni di paesaggi, di marine o di angoli caratteristici delle città del nostro territorio, in cui può anche succedere di trovarsi a un livello di intensità espressionistica al limite del riconoscimento degli elementi ambientali rappresentati, con stesura delle pennellate scabra ed essenziale, oppure sfumata e con effetti efficaci di macchiato.
Interessanti sono anche le prove realizzate nel campo del ritratto: vi domina un intento di schematizzazione dei corpi, tendenzialmente bidimensionali e caratterizzati graficamente in modo personale; o vi si può scorgere un’attenzione più marcata per i valori plastici e la corrispondenza fisionomica al soggetto raffigurato (come nel caso del volto del proprio figlio).
Qual è il grado di fedeltà al vero nella raffigurazione pittorica del visibile? Di fronte ai dipinti di GIAN MEINERI, non ha senso porsi la vexata quaestio… Il reale si imprime sulla tela sotto una spinta interiore che indugia su alcuni giochi di luce o sulla resa materica o ancora sull’evanescenza dei timbri coloristici dell’intonaco di una vecchia dimora campestre che trasuda impronte di vite passate.
In fondo, è il tema del viaggio a contrassegnare principalmente l’attività artistica di GIAN MEINERI. Il muoversi e l’entrare a contatto con il mondo lo aiuta a rinnovare ogni volta l’entusiasmo per lo spettacolo della vita in natura o per gli ambienti urbani più suggestivi, tra Italia, Francia e altri paesi europei. L’atto pittorico, intriso di echi figurativi che rinviano alle fonti da lui più amate della storia dell’arte moderna, soprattutto del periodo dell’Espressionismo sia francese che tedesco, si svela allora come un’attività parallela al suo essere un voyageur assiduo, che trasferisce le sensazioni vissute face au motif con i pennelli sulla tela, esattamente come lo scrittore in viaggio si confida sulle pagine del proprio cahier de voyage. E al ritorno, non resta che appuntarsi sulla fascinazione ricevuta da minimi soggetti quotidiani, come una rarefatta composizione di limoni, posati su una striatura di bianco o aleggianti su uno sfondo astratto color violetto: la bellezza, nella sua più diretta semplicità.”