Aurora Trincone è una donna di 45 anni, che fa l’impiegata presso una ditta di rifiuti, è sposata e ha una sorella. Oltre a essere una persona socievole, è fan di Vasco Rossi e i suoi genitori l’hanno concepita quando erano molto giovani. Nel 2003, purtroppo, suo padre è venuto a mancare, all’età di 40 anni. Seguendo le sue volontà, vennero donati i suoi organi e da lì la figlia, Aurora, decise di andare nelle scuole a testimoniare. Oggi è volontaria AIDO.
Questa è l’intervista fatta dal nostro giornale per la rubrica “Storie di AIDO”-
Qual è stato l’evento che ti ha fatto conoscere l’AIDO?
"Nel 2003 ho perso mio papà, che aveva solo 40 anni, e, seguendo la sua volontà, abbiamo dato l’autorizzazione al prelievo degli organi. Conoscevo già da tempo Gianfranco Vergnano, che è il vicepresidente della sezione provinciale di AIDO, e pian piano negli anni ho iniziato ad andare nelle scuole a testimoniare. Oggi sono una volontaria AIDO".
Tuo padre aveva, quindi, espresso in vita la volontà di donare gli organi?
"All’epoca dei fatti la decisione non veniva enunciata al momento del rinnovo della carta d’identità, come la prassi prevede oggi, ma venivano mandate delle tessere a casa. Mia madre era contraria, mentre io e mio padre eravamo favorevoli. Lui è morto improvvisamente per un’emorragia cerebrale, quindi riguardo alla donazione è stato successivamente chiesto a noi quale fosse la sua volontà in vita".
Come ti sei sentita a prendere questa decisione?
"Io ci ho sempre creduto, quindi sono stata orgogliosa della scelta che mio padre aveva preso. Giustamente i medici riguardo alla donazione, quando non c’è una risposta scritta antecedente, devono capire le volontà in vita di quella persona. Anche mia madre, che personalmente si era detta contraria, non ha esitato a dire di sì, conoscendo il volere di suo marito. La decisione fu presa da noi, dato che mia sorella, all'epoca dei fatti, non aveva ancora raggiunto la maggiore età".
Dal punto di vista emotivo com’è stato vivere quel momento?
"Per me è stato uno shock. Avevo 21 anni e mio padre era uscito di casa per andare ad allenare la sua squadra di calcio. In due ore ho visto cambiare la mia vita. Ho perso mio padre per un’emorragia cerebrale e in un periodo emotivamente non semplice, il momento della donazione è stato l’unico attimo di pace. Non c’era più niente da fare per lui, purtroppo".
Come mai è stato un momento di pace?
"Avevo appena perso mio padre, ma sapevo che grazie alla donazione qualcun altro avrebbe potuto ancora sorridere. Sapevo che grazie a quel gesto altre persone avrebbero potuto avere la possibilità di vivere. Per me la sua donazione è motivo di grande orgoglio".
Che ruolo hanno avuto i medici e il personale sanitario nell’accompagnarvi in quel momento?
"I medici e il personale sanitario hanno avuto grandissima sensibilità. Mio padre è stato nel reparto di rianimazione di Cuneo e il personale è stato gentilissimo e non ci ha messo pressioni: alla fine il loro obiettivo è capire se il defunto aveva intenzione di donare o meno i propri organi e di far sentire i loro familiari nel miglior modo possibile".
Qual è il tuo obiettivo quando vai nelle scuole a parlare?
"Penso che ognuno sia libero di fare le proprie scelte: donare o non donare. L’argomento riguarda la morte, che è un tema che fa molta paura, quindi non si vuole pensare a ciò, ma a vivere. E poi, soprattutto, c’è poca conoscenza sulla situazione. Per esempio, quando hanno tolto la cute (una procedura prevista dalle donazioni di tessuti, ndr) dal corpo di mio padre, per le donazioni, mia zia pensava, non conoscendo cosa fosse, che gli avessero tagliato le gambe. Quindi il mio obiettivo non è far andare le persone a donare, ma far capire cos’è la donazione".
Che tipo di reazione trovi di solito negli studenti quando racconti la tua storia?
"I giovani mi ascoltano tantissimo. D’altronde, noi testimoni siamo più liberi sia nel linguaggio che nel racconto: il medico deve spiegare la teoria e i concetti astratti possono essere visti come noiosi, soprattutto tra i giovani. Però quando ti ascoltano ti capiscono".
Trovi più facilità a parlare di questa storia oggi rispetto ai primi anni dopo la perdita di tuo padre?
"Ne andavo fiera all’epoca come oggi. Sicuramente inizialmente non è stato un momento emotivamente semplice. Oggi non mi pesa parlarne, anzi: parlarne oggi è come farlo vivere ancora".
Quale messaggio vorresti trasmettere ai più giovani e a chi è dubbioso sulla questione della donazione?
"Sono liberale e quindi penso che ognuno sia libero di scegliere. Sicuramente direi a tutti di pensare che è un modo per aiutare qualcun altro. Ci sono tantissime persone che stanno aspettando oggi una chiamata per ricevere un organo, per continuare a vivere, per riprendere la loro esistenza in mano. E poi ognuno di noi potrebbe averne bisogno.
Ad oggi chi ha ricevuto gli organi di mio padre spero abbia potuto avere una nuova possibilità di vita. Mi auguro che qualcun altro abbia potuto sorridere. C’è tanta gente che sta aspettando degli organi".