Attualità - 15 aprile 2026, 07:15

Il Caffè Letterario di Bra e gli Uomini di Mondo ricordano il grande Totò

Il 15 aprile di 59 anni fa se ne andava il principe della risata. Le parole di Arpino come tributo

Danilo Paparelli con Silvia Gullino

Si chiamava in realtà Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito Gagliardi De Curtis di Bisanzio, in breve Antonio De Curtis, ma il mondo imparò a conoscerlo come Totò, il Principe della risata. Accostato ai più grandi attori e autori comici, da Petrolini a Chaplin, veniva dal teatro, ma si impadronì presto del mezzo cinematografico, consegnandoci pezzi da antologia della storia della comicità.

Il suo sorriso si è spento per sempre il 15 aprile 1967, stroncato da un infarto. Si trovava a Roma, ma la leggenda vuole che, appena percepiti i primi sintomi del malore, abbia espresso il desiderio di essere riportato nella sua Napoli. La portava nel cuore, gli scorreva nelle vene la sua città, come recita in una poesia, una città nella quale «Chi ci è nato, ci vuole morire». E nonostante nel suo caso non poté essere così, il legame di Totò con la città e i napoletani rimane indissolubile.

La sua grandezza è narrata anche dallo scrittore braidese Giovanni Arpino che aveva un antico rapporto di stima con l’artista partenopeo. Ne abbiamo traccia nel libro “Lettere scontrose” (Minimum Fax), dove sono raccolte decine di articoli di una rubrica che Arpino pubblicò sul settimanale “Tempo” a metà degli anni ‘60. Tra queste lettere picaresche, ce n’è una in cui il giornalista piemontese avrebbe desiderato vedere Antonio De Curtis commentatore per la Rai. In “Totò, pater et magister”, lo scrittore rammentava, tra l’altro, che «Lei, come Totò, è un formulario dell’arte comica, una ricetta, un instancabile robot, una pillola esilarante da trangugiare nel grigio del vivere quotidiano».

Una «Sua smorfia - proseguiva Arpino - potrebbe aiutarci a mettere nel giusto quadro una tiritera dell’onorevole Moro o la questione degli alberi abbattuti dall’Anas. Questo è quanto meritava il suo Totò: un agire concreto, un calarsi nelle verità spicciole per tirarne fuori, alla lunga, di grandi e di comuni». L’articolo commosse moltissimo Totò, che volle ringraziarlo con una lettera, oggi conservata dal figlio di Arpino, Tommaso.

E proprio per far conoscere alle generazioni future tutte le peculiarità del principe De Curtis, narrate da Arpino, oltre al Caffè Letterario di Bra, si muove Danilo Paparelli, presidente degli Uomini di Mondo, l’associazione con più di 15mila iscritti che hanno svolto il servizio militare a Cuneo. Un albo d’onore che conta persone di ogni rango. Tra gli “Uomini di Mondo” c’è anche il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in quanto capo delle Forze armate ed Elena Anticoli De Curtis, nipote di Totò.

Il giorno della sua morte, Nino Manfredi commentò: «È morta l’ultima delle grandi maschere della commedia dell’arte».

Il Caffè Letterario lo ricorda, citando la sua poesia più famosa, ‘A livella, con il suo verso: «‘A morte ‘o ssaje ched’’è?... È una livella». Siamo tutti uguali dopo la morte.

Lui però, secondo quanto raccontato dalla compagna Franca Faldini, la pensava così: «Al mio funerale sarà bello assai perché ci saranno parole, paroloni, elogi, mi scopriranno un grande attore: perché questo è un bellissimo Paese, in cui però per venire riconosciuti qualcosa, bisogna morire». Caro Totò, siamo uomini o caporali.

Silvia Gullino