Per un giornalista che si occupa di enogastronomia – e la cosa ha un suo senso – l'avvicinamento al Salone del Libro non si misura in inviti ad anteprime letterarie e incontri con l’autore dell’ultimo best seller, ma in un considerevole flusso di comunicati riguardanti eventi inerenti "merende in giallo" dedicate ad Agatha Christie e orari di cene con o senza l'autore. Suscitando un’impressione strana: che oggi la parola scritta sia divenuta incapace di fare a meno di un calice di vino o di una riduzione di balsamico. Non senza così consolidare un sospetto: che anche la cultura sia divenuta sostanzialmente un oggetto di consumo, da promuovere attraverso contesti capaci – e qui la parola cade a pennello – di renderla appetibile.
Dallo scaffale alla dispensa: la cultura si mangia
Se un tempo tra i padiglioni del Lingotto si cercava soprattutto l'incipit perfetto, oggi la sensazione è quella che si insegua il crunch ideale. Il versante food si rivela così decisamente prorompente nella sua capacità di colonizzare spazi in origine esclusivamente riservati – in modo fin troppo austero – a stand pieni solo di scaffali di libri. Negli anni però la musica è cambiata: a giocare un ruolo sempre più rilevanti è così stata “Gastronomica”, area specificatamente dedicata al gusto e il cui cuore pulsante è costituito dal Caffè Letterario dell’Oval, dove si possono seguire le riflessioni sulla sostenibilità di Carlin Petrini o i "Master di cucina" di Allan Bay, o ancora assistere al talk show di Fulvio Marino, “uomo delle farine” reso famoso dai programmi televisivi della Clerici. E quanto il libro stia diventando funzionale al food globalmente inteso lo si può ben vedere nel trasformarsi dei titoli di Cesare Pavese in omaggi, offerti da una “colta” cantina di Langa, a chi acquisterà una delle sue etichette.
Le risonanze gastronomiche del fuori Salone
Fuori dal Salone, la relazione tra pagine e piatti si fa più evidente, fino a diventare una sorta di colonna gustativa – anziché sonora – dell’evento in questione. Così si potrà scegliere tra le "Vertical Dinner" alla Nuvola Lavazza e i percorsi gastronomici ispirati ai romanzi del celebre scrittore giapponese Haruki Murakami al Galfer Bistrot, mentre ogni quartiere esplorerà il proprio storytelling tra fornelli e banconi. O ci si potrà ritrovare alla Pasticceria Roletti 1896, ad ascoltare la poesia di Leopardi degustando l’assenzio, o sedersi al tavolo di Eccetera per “L’aperitivo del Lettore” con qualche autore contemporaneo. E il confine tra cultura e food si farà sottilissimo con la presenza al Salone Off della Cooker Girl che, narrando la cucina in chiave pop, cercherà di renderla un’esperienza corale capace di unire lettori e appassionati.
Il libro: da piatto a contorno?
In questa deriva sottilmente bulimica, il Salone del Libro finisce per apparire come una sorta di anteprima del Salone del Gusto: una raffinata degustazione che, articolando parole e sapori, finisce col convincerci che un autore diventi più apprezzabile dopo uno showcooking o una degustazione di uova alla Bela Rosin firmate Matteo Baronetto sul tetto della Pista 500. Tra workshop creativi, tartine e calici di Vermouth sapientemente miscelati nei bistrot di San Salvario o di Vanchiglia, l'attenzione per i libri rischia però di passare in secondo piano. Lasciando di fatto aperta la domanda se, nel nostro tempo, il libro continui a giocare davvero un ruolo di primo piano o si stia invece trasformando in un pretesto per sedersi a tavola, esclusivamente guidati da un pur comprensibile "mangio dunque sono?".