Attualità - 22 maggio 2026, 17:21

“Quando Carlin convinse Guccini e Fo a venire gratis ad Alba per salvare la nostra libreria”

Tra i vari aneddoti raccontati da Fulvio Prandi sui 50 anni della Cooperativa La Torre, riemerge anche il legame con Petrini e il suo impegno per la cultura: “Non siamo mai stati soltanto un negozio, ma una comunità”

Dario Fo e Carlo Petrini

Tra i tanti ricordi che riaffiorano mentre il presidente Fulvio Prandi ripercorre i cinquant’anni della Cooperativa Libraria La Torre di Alba, ce n’è uno che oggi assume un peso particolare. Carlo Petrini, tra i soci fondatori, che prende il telefono, chiama Francesco Guccini e gli dice: bisogna venire ad Alba, bisogna aiutare una libreria appena nata che non ha soldi per comprare libri.

Guccini accetta. Sale sul palco senza chiedere compensi. Poco dopo faranno lo stesso anche Dario Fo e Franca Rame. Gli incassi di quelle serate serviranno a comprare scaffali, volumi, ordini editoriali. A tenere in piedi un’idea che allora sembrava quasi sproporzionata per una provincia ancora chiusa e diffidente. Prima ancora di diventare una libreria, La Torre è stata questo: un’ostinata idea di comunità culturale nata dentro gli anni più inquieti e vitali dell’Italia repubblicana. 

Cinquant’anni dopo, Prandi, che è stato testimone attivo del percorso, ripercorre quella storia senza nostalgia compiaciuta, ma con la lucidità di chi continua a interrogarsi sul presente. E la prima cosa che tiene a dire riguarda proprio l’oggi. “La prossima settimana faremo l’assemblea annuale della cooperativa e orgogliosamente posso dire che siamo un’attività sana”, racconta. “In un momento in cui chiudono librerie ovunque, questo non è un dettaglio. Ma siamo ancora qui perché non siamo mai stati soltanto un negozio”.

La Torre nasce formalmente nel marzo del 1976, dentro una Alba molto diversa da quella contemporanea: una città in crescita industriale, attraversata dall’immigrazione interna, ancora profondamente cattolica e socialmente rigida.

“Bisogna capire cos’era la provincia italiana di allora”, osserva Prandi. “Formidabili quegli anni. Lo dico pensando sia alla canzone di Roberto Vecchioni sia al libro di Mario Capanna. C’era una tensione culturale enorme, il bisogno di capire, discutere, partecipare”.

La Alba di allora, nel suo racconto, è una città molto diversa da quella di oggi: profondamente cattolica, economicamente in crescita, ma ancora chiusa sotto molti aspetti. “Perfino avere i capelli lunghi suscitava sospetto”, osserva sorridendo. “E anche trovare certi libri non era affatto semplice”.

Prandi ricorda ad esempio la difficoltà nel reperire Una finestra sulla strage di Camilla Cederna, uno dei testi simbolo dell’Italia di quegli anni. Nel frattempo Alba affrontava trasformazioni enormi: l’immigrazione dal Sud, l’espansione industriale, i problemi abitativi, le nuove periferie. “Il sindaco di allora, Ettore Paganelli, raccontava di una città che non aveva ancora nemmeno tutte le fogne e che ogni giorno doveva affrontare l’arrivo di nuove famiglie”, ricorda Prandi.

Dentro quel contesto nasce l’idea della cooperativa libraria. Un gruppo di ragazzi tra i venti e i trent’anni decide di creare un luogo che ad Alba ancora non esisteva. “Fondare una cooperativa libraria voleva dire dare alle persone uno spazio per incontrarsi, discutere, capire il mondo, conoscere una realtà nuova per trasformarla”, spiega.

I primi soci mettono insieme cinquemila lire a testa. Poi arrivano i sacrifici, le prime mostre, gli ordini agli editori, i problemi economici. Ed è qui che il racconto di Prandi si trasforma quasi in una memoria collettiva della cultura albese. “Noi volevamo un luogo dove le persone potessero incontrarsi, leggere, confrontarsi, conoscere la realtà per provare a trasformarla”, spiega.

I primi tempi sono precari, quasi artigianali. I soldi mancano, i libri costano, gli ordini agli editori pesano sui bilanci. Ma attorno alla cooperativa si crea rapidamente una rete di solidarietà culturale che oggi appare quasi irripetibile.

Ed è qui che emerge l’episodio diventato simbolico nella memoria della libreria.

“A un certo punto servivano soldi per comprare libri”, racconta Prandi. “Carlin Petrini telefonò a Guccini dicendogli: devi venire ad Alba, dobbiamo salvare la libreria. E Guccini venne gratis. Lo stesso fecero Dario Fo e Franca Rame. Gli incassi servivano per comprare libri”.

Dentro quel racconto c’è probabilmente tutta la natura originaria della Torre: non un esercizio commerciale, ma un luogo percepito come bene collettivo.

Attorno alla libreria gravitano figure che negli anni diventeranno centrali nella cultura italiana. Tra i soci fondatori, appunto, c’è Carlo Petrini, mentre Giorgio Gallizio — figlio di Pinot Gallizio — contribuisce a creare i primi collegamenti con il mondo artistico.

Prandi ricorda ancora la sensazione di trovarsi, giovanissimo, davanti a Nuto Revelli durante una presentazione in libreria.

“Per noi era una scoperta continua. Non eravamo intellettuali: eravamo curiosi”, dice.

Ed è proprio la curiosità, secondo lui, uno degli elementi che oggi rischiano maggiormente di perdersi.

“Paradossalmente oggi abbiamo accesso a tutto, ma molte meno relazioni”, osserva. “Allora si passavano le serate a discutere, a fare assemblee, volantini, incontri. Oggi spesso ciascuno costruisce il proprio mondo da solo, attraverso uno schermo”.

Il suo, però, non è un discorso contro il presente. Anzi, Prandi rifiuta qualsiasi postura nostalgica.

“Io continuo ad avere fiducia nei giovani”, sottolinea. “È cambiata la società. Oggi le vite sono più frammentate, più mobili, più precarie. È più difficile costruire luoghi stabili di comunità”.

Una riflessione che allarga anche ai paesi delle Langhe.

“Domenica ero a Bergolo: un paese meraviglioso, tutto in pietra, ma senza più luoghi di aggregazione. Non c’è più la piola, non c’è più il posto dove le persone si incontrano”.

Da qui nasce anche la sua cautela rispetto al successo turistico del territorio.

“Il turismo ci ha portato fortuna e continua a portarla”, precisa. “Ma bisogna stare attenti a non perdere la nostra identità, a non far sparire i luoghi reali della vita quotidiana”.

Dentro questo scenario La Torre continua a rivendicare un modello culturale indipendente. Non soltanto libreria, ma presidio sociale.

“Una libreria indipendente non vende soltanto libri”, insiste Prandi. “Crea relazioni, organizza incontri, investe culturalmente sul territorio. È un’altra idea di comunità”.

Ed è forse qui che il discorso si chiude davvero. “Noi oggi siamo diventati quasi una libreria diffusa”, conclude. “Andiamo dove si discute di pace, ambiente, poesia, società. Perché i libri, da soli, non bastano: servono ancora luoghi dove le persone possano incontrarsi davvero”.

Daniele Vaira