La saggezza popolare, quella dell’uomo della strada che il Tenda lo attraversa, lo aspetta o lo maledice da una vita, ha una convinzione incrollabile: "La doppia circolazione nel tunnel non la vedremo mai". È una di quelle frasi che passa di bocca in bocca, quasi un proverbio alpino.
Poi ci sono le versioni ufficiali, quelle della politica e delle istituzioni, che cambiano orientamento con una frequenza non troppo diversa da quella del semaforo che regola il traffico da quasi quarant’anni.
Era il 1989 quando una frana all’interno della galleria storica convinse tutti che quel traforo non fosse più adatto alla circolazione a doppio senso. Da allora il Tenda è diventato molto più di un’opera pubblica: è una saga. Una di quelle senza finale, con colpi di scena, personaggi ricorrenti e trame secondarie che si intrecciano continuamente.
C’è stata la stagione della disputa sul tracciato, tra chi lo voleva più in alto e chi più in basso. Poi quella della burocrazia, con i lavori che sembravano non dover iniziare mai. È arrivato il tempo degli scandali, delle inchieste, delle presunte o vere ruberie e dei cantieri che a volte apparivano più vuoti che operativi.
Non sono mancati i muri di contenimento "a uovo" sul versante francese, che forse la suggestione ti faceva sembrare si gonfiassero ogni volta che ci passavi sotto. E poi la natura, che con la Tempesta Alex nel 2020 ha deciso di riscrivere la geografia della valle in appena ventiquattr’ore.
Frustrazione, attesa, speranza e ripartenze. Fino al 27 giugno 2025, il giorno che avrebbe dovuto chiudere definitivamente il romanzo.
Al Colle salirono tutti. Ma proprio tutti. Autorità italiane e francesi, amministratori, tecnici, parlamentari, ministri. Una sorta di pellegrinaggio istituzionale con vista sulle Alpi. Foto di gruppo, sorrisi smaglianti, sguardi fieri rivolti alle telecamere e il messaggio era chiaro: il tunnel è finalmente realtà.
Forbici in mano e selfie d'ordinanza, il più soddisfatto appariva il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini. "È una giornata di ringraziamento per la pazienza delle popolazioni alpine, degli occitani, dei piemontesi e dei liguri". Poi la rivendicazione: "Avevo promesso la riapertura entro giugno 2025 e così è stato". E ancora: "Ripartono i flussi tra le province liguri e piemontesi" e "così Limone torna ad essere una comunità in grado di ospitare 20 mila persone nei periodi di vacanza".
Non fu da meno il collega francese Philippe Tabarot, che salutò "une infrastructure fondamentale pour les citoyens, le travail et le tourisme", ricordando come la riapertura del tunnel fosse stata una priorità.
E c’era anche il viceministro italiano Edoardo Rixi, che parlò di Alpi che devono unire e non dividere, aggiungendo un concetto destinato a diventare particolarmente interessante nei mesi successivi: "Prima riusciremo ad aprire h24, prima questo senso di fraternità sarà più comune per tutti".
Già, aprire h24. Ma come?
Perché proprio quando sembrava che il Tenda potesse finalmente godersi un po’ di tranquillità, si è aperto l’ennesimo dibattito. Del resto sarebbe stato quasi strano il contrario.
Per le normative europee stringenti in seguito alla tragedia del Monte Bianco, la soluzione prevista era chiara: una canna per ogni senso di marcia. Tradotto, la vecchia galleria avrebbe dovuto essere completamente riqualificata. Nel frattempo, però, sono arrivati gli studi, compresi quelli del Politecnico di Torino, che sostengono come il nuovo tunnel disponga di caratteristiche tali da consentire il traffico nei due sensi all’interno della stessa canna.
E qui la vicenda è entrata in una nuova stagione.
Anche perché il vero protagonista di ogni puntata resta sempre lui: il costo.
Il contratto iniziale valeva 133,1 milioni di euro. Alla sospensione dei lavori del 2017 era stato realizzato circa il 23% dell’opera. Poi il conto è cresciuto: 176,26 milioni, circa 255 milioni secondo stime successive e, per alcune valutazioni, oltre 300 milioni complessivi, con la prospettiva di arrivare addirittura a 330-350 milioni considerando il recupero della vecchia canna e gli interventi ancora in corso sul versante francese.
Numeri che trasformano ogni decisione in una questione politica oltre che tecnica.
Oggi l’oggetto del contendere è proprio la galleria storica. Rifarla oppure no?
La Francia sembra procedere con una certa cautela, anche per effetto delle pressioni ambientaliste. Così Rixi ha rilanciato una proposta destinata a far discutere: utilizzare la nuova canna per il doppio senso di marcia e trasformare quella storica in un percorso dedicato alla mobilità dolce.
"Serve un approccio pragmatico e non ideologico", ha spiegato il viceministro, ricordando come la nuova galleria sia dotata di standard di sicurezza tra i più avanzati d’Europa. Da qui la disponibilità del Ministero a valutare la riconversione del vecchio traforo in una infrastruttura ciclabile e di supporto.
Una posizione che ha trovato il plauso delle associazioni ambientaliste cuneesi. Pro Natura e Legambiente ricordano infatti di aver sostenuto questa soluzione già anni fa. "C’era tutto il tempo per farlo", osservano, ricordando che dopo sette anni di lavori si era scavato relativamente poco e che parte delle opere realizzate dovettero essere rifatte. "Non abbiamo mai avuto risposta alle nostre proposte".
La conclusione delle associazioni è quasi amara: dopo dodici anni di lavori, cinque anni di chiusura totale e circa 210 milioni di euro spesi, "si è tornati alla situazione di partenza". Se davvero il nuovo tunnel può funzionare a doppio senso, aggiungono, tanto vale conservare quello storico per la mobilità dolce.
Naturalmente la questione è diventata terreno fertile anche per l’opposizione.
Mauro Calderoni, consigliere regionale del Partito Democratico, chiede di vedere gli studi citati dal viceministro. "Il Piemonte e il territorio hanno il diritto di conoscere quella documentazione". E poi una serie di domande tutt’altro che secondarie: gli approfondimenti sono stati trasmessi ad Anas? Sono stati condivisi con la Francia? Esiste una valutazione comune tra i due Paesi? E soprattutto, un traforo internazionale può davvero garantire in modo stabile il traffico nei due sensi all’interno di una sola canna?
Sulla trasformazione della vecchia galleria in pista ciclabile il giudizio è più prudente: idea interessante, ma servono accordi, finanziamenti e tempi certi. Altrimenti il rischio è che resti soltanto una suggestione.
E mentre il tunnel continua a reinventarsi, come ogni protagonista che si rispetti, entra in scena un altro personaggio storico della valle: la ferrovia Cuneo-Ventimiglia-Nizza.
Tutti la amano. Almeno a parole.
La linea ferroviaria viene regolarmente celebrata come gioiello ingegneristico, collegamento strategico e simbolo di cooperazione internazionale. Poi però capita di salire su un treno e trovare venti passeggeri in un pomeriggio di una domenica di fine maggio. Non esattamente l’immagine di una rivoluzione della mobilità. Certo, quasi tre ore di viaggio e orari non sempre invitanti non aiutano. E il personale ferroviario assicura che durante la settimana va persino peggio.
Eppure qualcosa si muove anche qui. La Francia ha annunciato un programma di rigenerazione della linea da circa 200 milioni di euro entro il 2040, con l’obiettivo di migliorarne affidabilità e tempi di percorrenza. La nuova convenzione binazionale mette inoltre ordine alla gestione e alla manutenzione della tratta francese, chiudendo una lunga fase di incertezza.
I lavori, però, non hanno ancora una data precisa di avvio. Esiste un orizzonte, esistono gli impegni, esistono le intenzioni. Mancano ancora i calendari definitivi. Una situazione che, per chi segue da anni le vicende infrastrutturali della zona, suona quasi familiare.
E così si torna al punto di partenza. Da una parte il tunnel, che dopo quasi quarant’anni continua a produrre nuovi dibattiti come una serie televisiva che nessuno riesce a cancellare dal palinsesto. Dall’altra la ferrovia, periodicamente riscoperta come la soluzione del futuro mentre aspetta da decenni il suo vero rilancio.
Nel mezzo ci sono vallate che chiedono semplicemente collegamenti efficienti e abitanti che hanno imparato a diffidare tanto dei pessimisti quanto degli entusiasti.
Perché al Tenda, più che altrove, la storia insegna una regola semplice: ogni inaugurazione è importante, ma raramente rappresenta il capitolo conclusivo. Più spesso è soltanto il trailer della puntata successiva.