Cronaca - 17 giugno 2026, 17:41

Violenza sessuale su due sorelline: 44enne residente nel Roero condannato a sei anni e quattro mesi di reclusione

Nel pomeriggio la decisione del Gip torinese Fabio Rabagliati. Ad aprile l’uomo aveva ottenuto gli arresti domiciliari dopo un anno trascorso in carcere

Oggi la decisione del Gip torinese Fabio Rabagliati

Sei anni e quattro mesi di reclusione. Questa la condanna alla quale il Tribunale di Torino ha condannato l’uomo classe 1982, originario del Monregalese e residente in un comune del Roero, rinviato giudizio con l’accusa di violenza sessuale nei confronti di due bambine.

La decisione è arrivata nel pomeriggio di oggi, mercoledì 17 giugno, dopo quattro ore di camera di consiglio, al termine dell’udienza del procedimento tenuto nel palazzo di giustizia del capoluogo regionale davanti al Gip Fabio Rabagliati, mentre a rappresentare l’accusa è stato il pubblico ministero Davide Lucignani.

I fatti risalgono alla primavera 2025. Da aprile il 44enne roerino è sottoposto agli arresti domiciliari dopo avere trascorso un anno in carcere, chiamato intanto a rispondere di comportamenti perpetrati a più riprese ai danni di due bambine di 7 e 5 anni, figlie di una coppia di amici di famiglia, di una delle quali era anche padrino di battesimo.

Le indagini erano state condotte dalla Direzione Distrettuale Antimafia (Dda) di Torino dopo che il padre delle bambine si era rivolto ai Carabinieri, allarmato da alcuni racconti delle figliolette. Erano seguite indagini supportate anche dalla posa di telecamere nell’abitazione dell’imputato, cui le bambine venivano talvolta affidate stante il rapporto di fiducia tra i genitori e l’indagato. Al ripetersi di tali comportamenti, l’uomo era stato arrestato in flagranza di reato e ristretto in carcere.

La sua difesa, rappresentata dall’avvocato difensore Roberto Ponzio, aveva chiesto di avvalersi del rito abbreviato condizionato a una perizia psichiatrica.

Il Gip aveva incaricato dell’esame la psichiatra Patrizia De Rosa, docente di Psicologia Criminologica e Forense presso l’Università di Torino, la cui valutazione è andata nella direzione di confermare la capacità di intendere e di volere dell’imputato al momento del fatto e la sua capacità di stare in giudizio.

La difesa aveva invece nominato quale proprio consulente lo psichiatra torinese Maurizio Desana, mentre le parti civili costituite nel procedimento – le stesse bambine e la madre delle piccole, rappresentate rispettivamente dall’avvocata albese Silvia Calzolaro e dal collega Marco Calosso – avevano nominato lo psichiatra Raffaele Pugliese.

"Pur riconoscendo la capacità di intendere e di volere del mio assistito - è il commento dell’avvocato difensore Roberto Ponzio – la perizia in atti eseguita dal perito del tribunale, dottoressa De Rosa, ha stabilito come egli sia affetto da una patologia psichiatrica detta 'parafilia'. La patologia pedofila avrebbe secondo me dovuto comportare un trattamento sanzionatorio meno severo. L’abuso conseguente a un disturbo pedofilo è di minore gravità di quello compiuto da una persona normale. Siamo di fronte a un malato e un malato non si cura col carcere. Servirebbe piuttosto un percorso di presa d’atto e cura della devianza, ma il nostro ordinamento non è evidentemente ancora aggiornato sul punto".

Diverso l’avviso dell’avvocata Silvia Calzolaro e del collega Marco Calosso, legali di parte civile: "Il giudice ha riconosciuto la piena responsabilità penale dell’imputato, condannandolo — nonostante la riduzione prevista per il rito abbreviato — alla pena di anni 6 e mesi 4 di reclusione. Sono state integralmente accolte anche le richieste della parte civile in ordine al risarcimento del danno, che verrà determinato nel suo esatto ammontare in sede civile".

Gli avvocati Calosso e Calzolaro esprimono quindi "profonda soddisfazione per l’esito del processo, sottolineando come la sentenza rappresenti un segnale di fermezza nella tutela dei minori vittime di abusi, riaffermi che la fiducia tradita da figure percepite come familiari costituisce un aggravio morale che l’ordinamento non può ignorare, confermi che la voce delle vittime, quando adeguatamente ascoltata e sostenuta, può trovare pieno riconoscimento nelle aule di giustizia. Questa decisione — dichiarano i difensori — restituisce dignità alle bambine e alla loro famiglia, e afferma con chiarezza che nessun legame personale può diventare scudo per chi si rende responsabile di violenze tanto gravi".

"La giustizia – è la loro conclusione – oggi ha parlato con forza; sottolineando che la diagnosi di parafilia non attenua la responsabilità dell’imputato e rende meno grave l’abuso; la perizia ha accertato che l’imputato era pienamente capace di intendere e di volere e la patologia non incide sull’imputabilità né comporta attenuanti automatiche. L’abuso su minore mantiene identica gravità, poiché il danno alla vittima non dipende dalla diagnosi dell’autore; anzi, la presenza di una parafilia può indicare maggiore pericolosità sociale; sicché il carcere è una risposta necessaria al fatto e una tutela per la collettività; percorsi trattamentali sono previsti solo in caso di vizio di mente, qui escluso, e il giudice deve applicare la legge vigente".

E. M.