Francesco Monchiero, appena riconfermato per un secondo mandato alla guida di Piemonte Land of Wine, è il primo presidente nella storia del super consorzio piemontese a ottenere una rielezione consecutiva. Una conferma che arriva in una fase particolarmente delicata per il settore vitivinicolo. Lo abbiamo incontrato per fare il punto sullo stato di salute del vino piemontese e sulle prospettive dei prossimi mesi.
Che momento sta vivendo il settore?
“È un'analisi difficile da fare. Tempo fa avevo parlato di tempesta perfetta. Il problema è che non riusciamo a uscirne, anzi, ogni volta si aggiunge un nuovo elemento di criticità. Siamo passati dalla tempesta all'occhio dell'uragano”.
Da dove nasce questa situazione?
“Tutto è iniziato con la guerra tra Russia e Ucraina. L'Est Europa e la Russia erano mercati molto importanti per il vino italiano. Tra embargo e difficoltà economiche una parte significativa di quel mercato è scomparsa e al momento non si vedono segnali concreti di ripresa”.
Poi sono arrivati i dazi statunitensi. Quanto stanno pesando?
“Lo scorso anno l'impatto era stato limitato perché molti importatori avevano acquistato grandi quantità di vino prima dell'entrata in vigore dei dazi. Oggi gli effetti si vedono e per alcune denominazioni le perdite sul mercato americano sono molto consistenti”.
Anche l'Europa sta rallentando?
“Sì. Non parliamo soltanto dell'Italia. Anche mercati tradizionalmente forti come Germania e Svizzera stanno registrando una contrazione dei consumi. È un fenomeno diffuso”.
Secondo lei qual è la causa principale di questo calo?
“Il vino arriva al consumatore finale a un prezzo troppo elevato. Questo si somma a una situazione economica che rende più difficile spendere. È stata una miscela esplosiva”.
C'è però anche un cambiamento culturale nei consumi?
“Assolutamente sì. Quarant'anni fa si consumavano circa cento litri pro capite all'anno. Oggi siamo attorno a ventinove. Una volta il vino era considerato un alimento, oggi è un valore aggiunto al pasto. Non si beve più quotidianamente a casa come accadeva in passato”.
Che cosa è cambiato concretamente nelle abitudini delle persone?
“Il consumo si è spostato verso i momenti conviviali. Si beve all'aperitivo, al ristorante, quando si esce con gli amici. È praticamente scomparso il consumo domestico quotidiano dei due bicchieri di vino a pranzo o a cena”.
In molti sostengono che ci siano troppi vigneti. È davvero così?
“No. I vigneti in Italia e in Piemonte sono in diminuzione da anni. Il problema non è l'eccesso di superfici vitate, ma il fatto che il consumo è calato molto più rapidamente di quanto ci aspettassimo. Se nel frattempo fossero continuate a crescere le esportazioni, probabilmente avremmo assorbito questo calo interno. Invece oggi anche l'export rallenta”.
Quali margini di intervento avete sul mercato interno?
“Molto pochi. Noi produttori non possiamo controllare i ricarichi che vengono applicati lungo la filiera. Se una bottiglia arriva sullo scaffale a quaranta euro è una scelta commerciale che non dipende dal produttore. Ma se quella bottiglia non viene venduta, alla fine ne risente tutta la filiera, fino al viticoltore”.
Dove state cercando nuove opportunità?
“Continuiamo a lavorare sui mercati emergenti. Piemonte Land of Wine ha già programmato attività nelle Filippine, in Vietnam e in Thailandia. Inoltre il prossimo autunno saremo per la prima volta a San Paolo del Brasile. Non saranno mercati in grado di assorbire grandi volumi nell'immediato, ma bisogna iniziare a costruire nuove opportunità”.
La vendemmia che si avvicina offre almeno qualche segnale positivo?
“Per il momento sì. Le prospettive produttive sono buone e questo è certamente un elemento incoraggiante. Adesso bisogna continuare a crederci e non perdere fiducia”.
Qual è il messaggio che si sente di rivolgere al mondo del vino?
“I contadini hanno sempre superato momenti difficili, crisi e carestie. Supereremo anche questa fase. È però il momento di stringere i denti. Il mondo dei consorzi, delle associazioni di categoria e della politica sta iniziando a comprendere che il problema esiste davvero. Adesso serve lavorare insieme per affrontarlo”.