In questi giorni si sta infiammando il dibattito tra le forze politiche sulla nuova legge elettorale che il governo spera di riuscire a vedere approvata prima della chiusura estiva delle Camere.
Le posizioni tra maggioranza e opposizione sono tuttavia talmente distanti che è difficile pensare che si possa arrivare ad una soluzione anche solo parzialmente condivisa.
Il sistema elettorale – è bene ricordarlo - non è solo un fatto tecnico-giuriudico, perché ha conseguenze che incidono in maniera pesante sul diritto del cittadino-elettore e, dunque, sui meccanismi stessi della democrazia rappresentativa.
La normativa attuale, con liste bloccate alle elezioni politiche nazionali, ha di fatto consegnato alle oligarchie dei partiti il potere di stabilire chi mandare in Parlamento.
Il parlamentare non è più espressione del territorio – o almeno lo è in misura decisamente minore rispetto al passato – perché la sua sorte è in mano al segretario politico di turno.
È lui infatti che, insieme al suo cerchio magico, ha il potere di stilare le liste che premiano i “fedelissimi” collocandoli in posizione alta e relegare gli altri al ruolo di comprimari.
Queste ultime candidature un tempo erano definite “di servizio”, vale a dire senza alcuna chance di elezione.
Se volessimo usare un’iperbole – non troppo lontana dalla verità – potremmo considerare che, oggi come oggi, si tratta di “nomine” più che di elezione.
Eppure fa comodo a tutti e poco importa se l’astensionismo aumenta e l’opinione pubblica, nella sua stragrande maggioranza, percepisce la politica come un qualcosa di estraneo se non di ostile.
Il ritorno alle preferenze non rappresenta certo la panacea di tutti i mali, costituisce comunque un elemento da prendere seriamente in considerazione.
A chi obietta che possono essere fonte di corruttela, è facile replicare che anche il sistema attuale presta il fianco a critiche di queste tenore.
Sia da destra che da sinistra si concorda che il sistema attualmente in vigore ha favorito l’abbassamento del livello della classe parlamentare, però nessuno ha mosso un dito per porvi rimedio.
Un tempo, nemmeno troppo lontano, il deputato e il senatore, erano espressione del territorio. Oggi non più.
Sia gli uni che gli altri, infatti, sanno che la loro carriera dipende da chi compone le liste per cui sono più attenti alle manovre dei Palazzi romani che alle esigenze dell’area territoriale da cui provengono.
I detrattori del ritorno alle preferenze sostengono che c’è il rischio di “cartelli” e del mercato dei voti, che andrebbe a vantaggio di chi può permettersi di spendere per affrontare la campagna elettorale.
Partendo dal presupposto che un sistema elettorale perfetto non esiste, non si può non convenire che peggio di quello attuale è difficile immaginarlo.
I difensori dell’attuale sistema potrebbero avere ragione se nei partiti vi fosse partecipazione, vitalità dialettica, formazione culturale, in altre parole democrazia interna, come avveniva in passato nelle sezioni di partito (pur coi loro limiti).
Ma chi conosce la realtà sa che oggi così non è, per cui la logica della casta o del clan prevale, con le conseguenze che sono davanti agli occhi di tutti.
Ben venga dunque il ritorno alle preferenze purchè siano “plurime”.
Se mai si arrivasse a riassegnare un ruolo rilevante al territorio nella scelta dei candidati, si tratterebbe di un primo, timido passo per provare a curare la disaffezione alle urne.
L’unica possibile alternativa alle preferenze – se si vuole evitare una nuova “legge truffa” – sono collegi uninominali di ridotte dimensioni in cui il candidato è espressione del suo territorio e dunque facilmente riconoscibile.