"La sicurezza era presidiata, ma non me ne occupavo direttamente io". È uno dei passaggi emersi nell’udienza del processo per la morte del 34enne Dabo Mahamadou, operaio originario del Mali, deceduto il 7 luglio 2023 dopo essere rimasto schiacciato da un camion nel piazzale della Fissolo Trasporti, ditta per cui lavorava.
Una morte orribile quella dell’operaio, che rimase schiacciato tra i carrelli di un camion a rimorchio dopo il rifornimento alla pompa di carburante. L’autista del mezzo, negativo all’alcoltest, un Iveco con semirimorchio, è ora imputato di omicidio colposo assieme al titolare della ditta e ai suoi due figli.
Davanti al giudice sono stati sentiti due dei quattro imputati imputati, fratello e sorella, rispettivamente responsabili della gestione operativa dell’azienda e della parte amministrativa.
La donna ha spiegato di essersi occupata della gestione del personale, delle buste paga, dei rapporti con il consulente del lavoro, delle visite mediche e dell’organizzazione dei corsi di formazione e sicurezza. "Firmavo la documentazione relativa alla sicurezza e provvedevo ai pagamenti dei corsi e delle visite mediche", ha riferito. La gestione concreta delle attività operative e dei rapporti con gli autisti, però, era affidata al fratello.
"Gli autisti facevano riferimento a lui", ha spiegato, aggiungendo di aver compreso soltanto dopo l’incidente di non avere una piena percezione di ciò che accadeva quotidianamente sul piano operativo. "Mi sono resa conto di non avere il polso della situazione. L’aspetto della sicurezza era comunque presidiato, ma non me ne occupavo io".
La donna ha inoltre ricordato l’assunzione della vittima, presentata tramite conoscenze comuni e già in possesso del patentino per il muletto. Nel curriculum risultavano anche precedenti esperienze come meccanico.
Sentito poi il fratello, che ha confermato la ripartizione dei compiti all’interno dell’azienda: "Io seguivo il flusso dei mezzi e gli autisti, mentre mia sorella si occupava della parte amministrativa e burocratica".
L’imputato ha illustrato le misure adottate per le attività manutentive, spiegando che nel 2021 erano stati effettuati lavori di ampliamento e realizzate tre fosse a norma destinate agli interventi meccanici. Ha inoltre elencato le precauzioni previste durante i lavori sui mezzi: cunei di stazionamento, sistemi di segnalazione e barriere mobili per indicare la presenza di attività in corso sul piazzale.
Secondo quanto riferito, il camion coinvolto nell’incidente era stato segnalato per un guasto il giorno precedente e non vi era alcuna necessità di rimetterlo in circolazione nell’immediato. "Quel camion doveva ripartire il lunedì successivo. Non c’era nessuna urgenza o fretta di ripararlo", ha affermato.
Soffermandosi sulla dinamica dell’incidente, l’imputato ha ribadito che sul camion era già stato individuato il componente da sostituire e che il pezzo necessario per la riparazione si trovava vicino alla fossa di manutenzione. Secondo la ricostruzione proposta dalla difesa, il lavoratore si sarebbe avvicinato al mezzo una prima volta per verificare che il ricambio predisposto fosse effettivamente quello corretto e, in quell’occasione avrebbe utilizzato una torcia magnetica a Led, fissandola sotto il camion per controllare meglio il componente interessato dall’intervento. Successivamente sarebbe tornato una seconda volta sotto il semirimorchio per recuperare la torcia rimasta agganciata al mezzo. "L’idea che mi sono fatto lavorando al suo fianco è che sia tornato indietro per riprendere quella torcia", ha spiegato l’imputato.
La difesa sostiene che quell’attività non rientrasse nelle operazioni che il lavoratore avrebbe dovuto svolgere nel piazzale aziendale. Secondo quanto emerso in aula, le procedure interne prevedevano infatti che gli interventi effettuati all’esterno delle fosse di manutenzione fossero limitati ad attività eseguibili all’esterno della sagoma del camion, come controlli visivi, verifiche degli pneumatici, sostituzione di lampadine o altre operazioni che consentissero all’operatore di rimanere sempre visibile agli autisti.
L’accesso sotto il mezzo, invece, sarebbe stato consentito esclusivamente nelle aree attrezzate e dedicate agli interventi meccanici. Per questo, secondo la tesi difensiva, il lavoratore si sarebbe trovato in una posizione che non avrebbe dovuto occupare al momento della ripartenza del camion.
A chiudere l’istruttoria è stato l’ingegnere meccanico ed esperto in sicurezza sul lavoro Maurizio Fenocchio. Dopo aver esaminato la documentazione e gli esiti del sopralluogo, il consulente ha descritto l’officina come "ben organizzata", composta da un capannone più recente con due fosse e da uno più datato, anch’esso dotato di un’area dedicata agli interventi manutentivi. Dall’analisi dei filmati e della documentazione acquisita durante le indagini, il consulente è giunto a una conclusione netta: "Se la procedura aziendale fosse stata eseguita, l’incidente non si sarebbe verificato".
La prossima udienza, il 22 settembre.