“È stato davvero molto importante per me, presentare nella sala Viglione del Consiglio regionale, un ordine del giorno per promuovere la diffusione del neologismo Atéfano, che letteralmente significa “colui che è privato del proprio figlio”, o per analogia linguistica “un orfano di figlio”.
A dirlo è il vicepresidente del Consiglio della Regione Piemonte Franco Graglia, che si è impegnato a dare voce alle famiglie che hanno vissuto questa terribile tragedia e chiedono di poter “essere riconosciute” nel loro stato di dolore davanti agli altri e soprattutto davanti alle istituzioni.
“Ognuno - ha puntualizzato Graglia - ha le sue sensibilità e io ritengo fondamentale dare un nome alle persone che vivono questa tragedia per renderle visibili, con l’obiettivo finale di garantire loro delle tutele”.
Una parola può fare la differenza, perché è in quella singola parola che si racchiudono sofferenze, emozioni, paure. Alla presentazione in Consiglio regionale a Torno, era presente anche Angelo Vaccarezza dell’Ufficio di presidenza della Regione Liguria, istituzione che per prima ha accolto la proposta dell'associazione “Rachele Franchelli - Uno Sguardo Senza Confini APS” per colmare un vuoto linguistico e sociale profondissimo.
Mentre in italiano esistono parole precise per definire chi perde un coniuge (vedovo) o chi perde i genitori (orfano), non ne esiste ancora una per definire un genitore che perde un figlio. Questo ordine del giorno, del quale Franco Graglia è il primo firmatario, è stato condiviso da tutte le forze politiche, con l’auspicio che sempre più istituzioni facciano propria questa sensibilità.
“Compito delle istituzioni - ha ricordato il vicepresidente del Consiglio del Piemonte - è anche quello di ascoltare le persone e promuovere iniziative che incidono in maniera concreta sulla vita quotidiana. E ne ho avuto la certezza ascoltando le storie di dolore di due genitori che da anni chiedono di poter contare su una attenzione che fino ad ora è mancata”.
Molta commozione hanno suscitato le parole di mamma Silvia, di Albenga, che ha visto volar via la sua Rachele a soli 16 per un tumore e le considerazioni di Franco Zanet, ex dirigente scolastico della provincia di Cuneo, per la perdita del suo unico figlio giovane e dal futuro promettente che ha raccontato il suo dolore nel libro: Noi che non abbiamo nome”. Sono stati loro a confermare “di essere sulla strada giusta, di aver fatto il primo importante passo di un cammino lungo ma importante”. Mamma Silvia ha lanciato un appello: “Mai prima d’ora avevamo trovato appoggio nelle istituzioni e per questo sostegno io vi ringrazio. È molto importante per noi. Adesso però non lasciateci soli”. “Saremo sempre al vostro fianco - le ha risposto visibilmente commosso il vicepresidente Franco Graglia -, finché non avremo vinto questa vostra battaglia che adesso sento anche mia”.
L’iter per individuare questa nuova parola, è stato seguito anche dalla Accademia della Crusca e a sostenere passo passo l’iter è stato Gastone, fratello di Rachele.
Il neologismo “atéfano” è nato per crasi delle parole greche: “à-” (prefisso privativo), “té-” da “téknon” (“figlio”), parola che esprime affetto e legame, e “-fano”, da “orphanòs” (“privo”, “mancante”, “orfano”).