Politica - 22 agosto 2026, 06:12

L’INTERVISTA  Calderoni (Pd): “Le elezioni provinciali non diventino le primarie surrettizie del centrodestra”

Conversazione a tutto campo con il consigliere regionale dem saluzzese: dalla prossima governance della Provincia alle questioni politico-amministrative di Cuneo senza tralasciare i casi Fondazione Crc e Roccavione, il futuro della Regione post-Cirio, la legge elettorale e le prospettive del centrosinistra

Abbiamo ragione di ritenere – e una serie di segnali ce lo stanno confermando – che per la politica della Granda si stia prospettando un “autunno caldo”.

Nello stile di Sergio Zavoli, grande e insuperabile maestro di giornalismo, crediamo che lo strumento dell’intervista, oggi purtroppo poco utilizzato, sia quello più efficace per favorire un sano dibattito.

L’intervistato viene messo nelle condizioni di poter esprimere le sue opinioni ma al tempo stesso deve accettare di ricevere domande che preferirebbe (forse) non gli venissero poste.

Non osiamo paragonarci nemmeno lontanamente a Zavoli, ma lo stile ci piace e intendiamo provare, nel nostro piccolo, a riproporlo.

Apriamo la serie di conversazioni con Mauro Calderoni, consigliere regionale di opposizione, ex sindaco di Saluzzo, già segretario provinciale del Partito Democratico, ritenuto l’ “uomo forte” del Pd nel Cuneese.

Calderoni, il primo appuntamento alla ripresa dell’ attività politica dopo la pausa feriale sono le elezioni provinciali. Un’elezione di secondo grado che rappresenta comunque un test significativo in vista delle elezioni amministrative della prossima primavera che riguarderanno Cuneo, Savigliano e Mondovì e altri importanti Comuni. Sembra che la ventilata lista unitaria non piaccia  a Fratelli d’Italia e nemmeno al Patto Civico. Che ne dicono Pd e centrosinistra?

“Il primo appuntamento dopo la pausa estiva sarà la conta, tra famiglie e imprese, delle vittime di questa lunga estate calda, fatta di carburanti e costi energetici schizzati alle stelle nella sostanziale incapacità del Governo di approntare contromisure efficaci. Poi, per i superstiti, inizierà una lunga campagna elettorale fatta delle solite promesse trite e ritrite che però non portano il pane a tavola”.

Non svicoli…

“Non svicolo affatto. La vita reale degli italiani e dei piemontesi peggiora e difficilmente ci si potrà ancora accontentare del magico mondo raccontato da Meloni e Cirio. È un problema che riguarda anche il nostro territorio: mentre si inaugurano piccole opere e si moltiplicano gli annunci, restano aperti i nodi delle infrastrutture, dei servizi, della sanità, della mobilità e della capacità di attrarre persone e investimenti”.

Capisco il suo ruolo di oppositore in Regione, ma torniamo alle provinciali…

“Non credo siano un test elettorale, proprio perché coinvolgono soltanto gli amministratori. Sono però un test molto importante sul senso delle istituzioni. La domanda vera è se prevarrà il dato di realtà, puntando a una Provincia radicata nei territori, non ideologica e quindi capace di rappresentare tutti i Comuni, oppure se si utilizzerà questa tornata per una sterile conta interna al centrodestra, sempre più intimorito dalla nuova destra-destra, nella migliore tradizione testosteronica del patriarcato mediterraneo”.

Quindi, secondo lei, c’è voglia di arrivare alla conta?

“La Provincia non è un Parlamento in miniatura e non dovrebbe diventare un campo di battaglia tra partiti. È un ente di area vasta che deve occuparsi di strade, scuole, viabilità, ambiente, programmazione territoriale e servizi ai Comuni. Per questo ho sostenuto e continuo a sostenere l’idea di un percorso unitario e di una Casa dei Comuni realmente aperta a tutti. È esattamente il contrario della logica della prova di forza che rischia di dividere gli amministratori e indebolire l’ente”. 

Appoggerete comunque Robaldo alla presidenza o state pensando ad un candidato alternativo?

“Personalmente auspico una presidenza aperta a tutti i territori e a tutte le istanze politico-culturali che vogliano lavorare insieme per una Granda che comincia a mostrare segni di stanchezza. Il tema, quindi, non è il nome di Robaldo o di qualcun altro. Il tema è che idea di Provincia abbiamo”.

Se non ci fossero state frizioni con il presidente Robaldo il centrosinistra non si sarebbe smarcato, cosa che invece è avvenuta. Perché?

“In passato ho sostenuto Robaldo proprio perché pensavo potesse essere una figura di sintesi tra culture amministrative e politiche diverse. Oggi quella condizione va ricostruita. Non basta chiedere un sostegno trasversale: bisogna dimostrare di volerlo realizzare quel modello di governance”.

E allora? 

“La Provincia ha bisogno di una presidenza che sappia parlare con tutti, con le zone rurali e le vallate, con i Comuni grandi e con quelli piccoli. E soprattutto che metta al centro le questioni concrete: infrastrutture, viabilità, edilizia scolastica, trasporti, ambiente e servizi. In questi anni abbiamo assistito ad una crescente rincorsa ad occupare caselle, mentre avremmo bisogno di una maggiore attenzione alla comunità”.

Intende dire che Robaldo non lo ha fatto? Che è mancata questa attenzione?

“Prima il progetto, poi le persone e infine le caselle. Se ci saranno queste condizioni, ripeto, ha senso ragionare su una soluzione unitaria. Se invece le elezioni provinciali  diventano le primarie surrettizie del centrodestra, se le faccia chi ci tiene”. 

A Cuneo la situazione in vista delle prossime elezioni amministrative sembra complicarsi. Centro per Cuneo sta implodendo ma anche il Pd pare non troppo in salute. Che succederà? Sperate ancora in un Manassero bis oppure, come si sente vociferare, la vostra candidata da contrapporre ad Enrico Collidà sarà l’assessora Sara Tomatis?

“La situazione del capoluogo mi sembra piuttosto lineare: c’è una maggioranza solida, forse ancora più solida di qualche mese fa, proprio a causa della sortita di un esiguo numero di consiglieri e di una “strategia della tensione” messa in atto in modo piuttosto grossolano. Il Pd, che come ben sappiamo non gode della sua stima, in questo quadro, ha dimostrato equilibrio e di saper essere un perno solido e affidabile della coalizione, senza cadere nelle provocazioni, né esterne né, soprattutto, interne. E questo è un patrimonio politico importante”.

Il compito di un giornalista non è quello di ottenere il gradimento dei politici ma di svolgere il suo lavoro con la maggior onestà intellettuale possibile.  Ma non divaghiamo. Mi dica piuttosto della sindaca Manassero…

“Riguardo all’ipotesi di un Manassero bis non posso essere certo io a rispondere, se non dire che mi pare evidente che toccherà a lei dare il contributo determinante per la continuità di un progetto amministrativo che merita di proseguire, pur rinnovandosi”. 

La candidatura a sindaco di Collidà impensierisce il Pd?

“Mi pare abbia scelto un’altra collocazione e un altro progetto quindi non credo che oggi sia un tema che riguardi il centrosinistra cuneese. Noi siamo e saremo al lavoro per una proposta credibile per Cuneo, senza inseguire ogni indiscrezione, spesso priva di seguito popolare”.

Caso Fondazione Crc. Dopo varie prese di posizione è sceso in pista anche il sindacato annunciando un esposto al Mef. Il Pd finora ha taciuto. Perché?

“Il Pd ha parlato per primo di Fondazioni e lo ha fatto oltre un anno fa, quando gran parte della politica provinciale preferiva non affrontare l’argomento.

La questione non è mai stata quella di mettere in discussione il ruolo straordinario che la Fondazione Crc ha avuto e continua ad avere per il territorio. Al contrario: proprio perché parliamo di un patrimonio fondamentale della nostra comunità, penso sia necessario discutere pubblicamente di come viene governato e di quale debba essere il suo ruolo nel futuro della Granda”.

Qual è, a suo avviso, il tema cruciale?

“Il punto è evitare che quello che per anni abbiamo chiamato “modello Cuneo” si trasformi in una sorta di sistema autoreferenziale nel quale soggetti diversi finiscono per muoversi lungo le stesse traiettorie, senza che si senta più il bisogno di spiegare le scelte alla comunità”.

Lo stesso ragionamento vale per l’ingresso nel capitale de La Stampa. Rafforzare il peso del Cuneese nei luoghi dove si formano le opinioni può essere un obiettivo condivisibile. Ma non credo che Confindustria e Fondazione Crc debbano necessariamente andare a braccetto, perché hanno natura, missioni e responsabilità diverse. E soprattutto non confonderei il far sapere con il saper fare”.

La direttrice di Confindustria, Giuliana Cirio, ha definito l’informazione una “infrastruttura della competitività del territorio”. Lei che ne pensa?

“L’informazione è certamente un’infrastruttura immateriale importante, ma la competitività di un territorio si costruisce innanzitutto con le infrastrutture materiali e con i servizi: ferrovie, strade, autostrade, trasporto pubblico, energia, banda ultralarga, aree produttive e logistiche attrezzate. E poi sanità, scuola, formazione, servizi per le famiglie e qualità della vita.

Un’impresa decide di investire anche in funzione della possibilità di trovare persone che vogliano vivere in un certo luogo. Se vogliamo attrarre lavoratori qualificati e giovani famiglie, dobbiamo rendere il territorio attrattivo per loro, non soltanto più visibile sui giornali”.

In quest’ottica quale ruolo dovrebbe avere la Fondazione Crc?

“Credo che il confronto sulle Fondazioni debba essere aperto e libero da pregiudizi. Abbiamo bisogno di una Fondazione Crc sempre più forte perché sempre più autorevole, trasparente e legata agli interessi generali della comunità”.

Voltiamo pagina. La vicenda di Roccavione con le dimissioni di Matteo Giordano da presidente del circolo dem, che ha scelto di restare in maggioranza con un sindaco “vannacciano” ha destato comprensibile scalpore anche oltre i confini provinciali… Qual è il suo pensiero?

“Matteo è un caro ragazzo a cui voglio bene e credo che sia stato condizionato soprattutto dall’amore per la sua comunità e dall’idea di servirla. Proprio questo, però, gli ha impedito di cogliere fino in fondo la natura del percorso politico intrapreso dal suo sindaco”.

Una leggerezza dovuta alla giovane età e all’inesperienza politica?

“I segnali, a mio avviso, c’erano già stati: dalla lite con la Pro Loco agli attacchi alla sindaca di Cuneo, fino al passaggio in FI, poi in FdI ed infine all’approdo a Futuro Nazionale. Credo che nella comunità di Roccavione più d’uno stia cominciando a capire che il sindaco sta utilizzando il ruolo amministrativo anche per costruire un percorso di promozione politica personale”.

In fondo Giordano ha preferito il ruolo amministrativo a quello politico nel partito. Vuole dargli torto?

“Mi dispiace che non sia stato Matteo a guidare questo processo di presa di coscienza, ma so bene che la politica è un’attività complicata. Non è facile esporsi, soprattutto nei piccoli Comuni: la gente parla di te, ti giudica, spesso ti critica anche per scelte che non dipendono da te. Può essere pesante.

Quello che mi sento di dire è che la fedeltà a una comunità non può diventare fedeltà a una persona. Amministrare significa assumersi responsabilità e, quando necessario, anche avere la forza di dire di no a chi ci ha chiesto di stare insieme”.

Lei è consigliere regionale di opposizione. Crede che  Cirio, come si sente dire ormai da mesi, lascerà la guida della Regione per candidarsi al Parlamento?

“Che Cirio voglia lasciare il Piemonte è del tutto evidente, come ci dimostra anche l’ultima recente polemica con il ministro Zangrillo sul cosiddetto partito delle sagre. La domanda vera è un’altra: glielo lasceranno fare e, soprattutto, che Piemonte lascerà?”

Lei che ne dice?

“Penso che la nostra Regione sia ormai sfiancata. La campagna elettorale permanente a cui il presidente l’ha sottoposta ha nascosto i problemi sotto fiumi di ottimismo e centinaia di inaugurazioni, ma non ne ha affrontato davvero nessuno in modo strutturale.

Dopo otto anni di governo, la storiella secondo cui la responsabilità di tutto è di Chiamparino, della Bresso, di Cavour e prima ancora dei Savoia, ha oggettivamente stufato anche gli elettori di centrodestra. Non si può governare per otto anni e continuare a raccontare che le colpe sono sempre di chi c’era prima”.

Il quadro che dipinge è desolante. Davvero in Regione in questi due anni non si è fatto nulla e quel che si è realizzato è stato fatto tutto male?

“Sanità, infrastrutture, trasporti, aree interne, formazione, industria, rafforzamento degli enti locali: il Piemonte ha bisogno di una strategia e di una capacità di programmazione che oggi non vedo. Anche recentemente abbiamo denunciato come la Regione continui a procedere per annunci e misure episodiche, mentre mancano una visione e una strategia complessive.

E allora la questione non è tanto chi sarà il prossimo presidente. È che Piemonte gli verrà consegnato”.

Se Cirio lascerà Torino per Roma, Pd e centrosinistra sono pronti a contendere il governo del Piemonte al centrodestra?

“Il centrosinistra è pronto. Il Pd è radicato in ogni provincia piemontese, ha incrementato iscritti e iniziative e soprattutto continua ad avere una presenza amministrativa molto significativa nei territori.

Lo stesso vale per Avs. Noto con grande piacere il crescente dibattito all’interno della galassia centrista e il tentativo, che penso si concretizzerà a breve, di coagulare addetti ai lavori, militanti ed elettori moderati intorno a un nuovo soggetto federale di respiro nazionale”.

Sarà come dice ma tutto questo fermento si coglie poco nell’opinione pubblica…

“Non basta sommare sigle. La vera sfida è costruire un’alternativa di governo, non semplicemente un cartello elettorale. E l’alternativa deve nascere dai problemi reali del Piemonte: una sanità che torni ad essere un servizio pubblico accessibile, infrastrutture che finalmente vengano realizzate, trasporti che colleghino davvero e tutto il territorio, politiche industriali, sostegno al lavoro, servizi nelle aree interne e una nuova stagione di investimenti”.

Il Pd, per restare nella nostra provincia, in ambito amministrativo, ha dimostrato una certa qual capacità di aggregazione, non così invece sul piano politico. Come mai?

“Il centrosinistra deve tornare a parlare alle persone che lavorano, producono, studiano e vivono in Piemonte. È una cosa che abbiamo fatto bene in molti Comuni e dobbiamo riuscire a trasferire quella capacità di governo a livello regionale. Del resto, la nostra alternativa alla destra parte proprio dalla mobilitazione di quelle forze democratiche e civiche che amministrano bene tanti Comuni piemontesi”. 

Chi potrebbe essere il candidato del centrosinistra in Regione? Un esponente di partito oppure un soggetto attinto dalla cosiddetta “società civile”.

“Non partecipo al toto-nomi. In politica, per essere seri, non ci si candida a nulla e nemmeno, in maniera un po’ ruffiana, si offre una disponibilità: si viene candidati. Abbiamo donne e uomini con esperienza, radicamento e capacità di leadership che possono attivare non solo i militanti, ma anche un elettorato ormai deluso da otto anni di promesse non mantenute. Non credo neppure alla contrapposizione artificiale tra “politico” e “società civile”. Un buon candidato deve essere una persona capace di rappresentare un progetto politico, avere credibilità personale e conoscere il Piemonte reale. E soprattutto deve avere un profilo adatto a parlare anche a chi non vota Pd o centrosinistra, senza per questo diventare una figura indistinta o priva di identità”.

Lei ha fama di essere duro ma franco. Non si smentisca con una reticenza di comodo…

“I nomi verranno quando sarà il momento. Prima dobbiamo costruire il progetto, poi scegliere chi ha le caratteristiche migliori per rappresentarlo”.

C’è una nuova legge elettorale in ballo che non piace al suo partito e al resto dell’opposizione parlamentare. Perché siete contrari e che cosa proponete?

“Siamo contrari perché un premio abnorme che consenta a una minoranza del Paese di diventare maggioranza in Parlamento non ha alcun senso ed è antidemocratico. La governabilità è un valore, ma non può essere ottenuta cancellando o comprimendo la rappresentanza. Chi prende più voti deve avere la possibilità di governare, ma non può essere attribuito a una minoranza un potere parlamentare sproporzionato rispetto al consenso ricevuto”.

Quale modello di legge elettorale proponete?

“Se si vuole garantire la governabilità, esiste il modello del doppio turno, già applicato con successo nei Comuni sopra i 15 mila abitanti. È un sistema che consente agli elettori di scegliere al primo turno e, se nessuno raggiunge la maggioranza, di decidere al secondo turno tra le alternative più forti.

C’è poi un’altra questione che considero fondamentale: la scelta degli eletti. Se gli elettori possono scegliere i propri rappresentanti nei Comuni, nelle Regioni e al Parlamento europeo, è difficile giustificare perché non lo possano fare alle politiche”.

Nemmeno l’introduzione delle preferenze vi convince?

“Preferisco i collegi uninominali alle preferenze: responsabilizzano direttamente eletto ed elettori, rendono più chiaro il rapporto con il territorio e riducono il rischio di campagne personali molto costose. La legge elettorale non dovrebbe essere fatta per favorire chi oggi governa. Deve essere fatta per funzionare anche quando chi l’ha approvata sarà all’opposizione. Una buona legge deve garantire rappresentanza, scelta degli eletti, governabilità e soprattutto alternanza”.

Ultima questione: campo largo? Primarie? Intesa con i riformisti? Sinistra orgogliosamente solitaria? Se ne fa un gran parlare ma il cittadino elettore fatica a capire…

“Fatico anch’io. E, come me, tanti dirigenti locali, regionali e anche nazionali. Abbiamo passato troppo tempo a discutere di formule, perimetri, recinti e acronimi e troppo poco a parlare di cosa vogliamo fare. La politica ritrovi il suo ruolo e ristabilisca il proprio primato: si lavori a un programma operativo, concreto e comprensibile, e su quello si costruisca una coalizione. Poi, responsabilmente, si scelga la figura migliore per raccontare il primo e rappresentare la seconda. Non penso che il problema sia stabilire oggi se si chiamerà “campo largo”, “campo progressista”, “centrosinistra”, “coalizione riformista” o in un altro modo. Il problema è capire se esiste una comunità politica capace di stare insieme su alcune grandi questioni: sanità pubblica, lavoro, impresa, infrastrutture, scuola, ambiente, diritti, servizi e qualità della vita”.

Tutto sacrosanto, ma lei sa meglio di me che prima o poi bisogna arrivare al dunque..

“Se su questo terreno troviamo una sintesi, il perimetro verrà di conseguenza. E aggiungo una cosa: non credo né alla sinistra orgogliosamente solitaria né a una coalizione costruita soltanto per battere la destra. Credo in una coalizione larga perché larga è la società che vogliamo rappresentare, ma con un’identità, un programma e una leadership riconoscibili. In fondo è una cosa molto semplice: prima diciamo agli elettori dove vogliamo portare il Paese, poi chiediamo loro di affidarci il volante. Non il contrario”.

Giampaolo Testa