Prima ancora di diventare medico, Andrea Landi ha imparato cosa significa essere paziente. Aveva tre anni quando, nel 1960, il diabete entrò nella sua vita. C'erano le siringhe di vetro, i controlli attraverso le urine e una medicina molto diversa da quella che avrebbe poi conosciuto da adulto. Sono trascorsi sessantasei anni e, nel mezzo, Landi è diventato oculista, ha lavorato per oltre trent'anni all'ospedale di Alba e ha continuato a vivere contemporaneamente da entrambe le parti di quella scrivania che normalmente separa chi cura da chi viene curato.
È da questa lunga esperienza che nasce La strada che non avevo scelto. Da paziente a medico: biglietto di sola andata, il libro pubblicato da Edizioni Setteponti e in uscita il 28 agosto.
Il diabete ne costituisce il filo conduttore, ma non esaurisce il racconto. Dentro ci sono l'infanzia, la famiglia, gli studi, la professione, gli incontri e anche la trasformazione radicale della diabetologia vissuta nell'arco di una sola esistenza: dalle vecchie siringhe ai moderni sistemi di monitoraggio continuo della glicemia.
“Sono 66 anni che vivo questa storia. A un certo punto ho sentito che era arrivato il momento non soltanto di ricordarla, ma di restituirla agli altri”.
Ed è proprio mentre il libro prendeva forma che Landi ha capito come quel racconto potesse smettere di appartenergli completamente. Alcuni testi condivisi in gruppi frequentati da persone con diabete e familiari hanno cominciato a generare risposte, lettere, messaggi e altre storie.
Una discussione è nata persino dal modo di chiamare la malattia. Qualcuno l'aveva definita “il bastardo”. Landi ha chiesto agli altri quale nome avrebbero scelto e sono arrivate risposte molto diverse: “zavorra”, “compagno”, semplicemente “lui”. Parole che raccontano rapporti differenti con una presenza quotidiana e che hanno contribuito a spostare il baricentro stesso del progetto.
“Mi sono reso conto che la storia da personale stava diventando un patrimonio condiviso. Ormai non è più una mia storia: è diventata la nostra storia”.
Da paziente a medico, anche ad Alba
Per Landi questo doppio sguardo ha attraversato anche gli oltre trent'anni trascorsi professionalmente ad Alba. Nato a Forte dei Marmi nel 1957, laureato in Medicina e Chirurgia e specializzato all'Università di Pisa, è arrivato all'ospedale albese come oculista portando con sé qualcosa che nessun percorso universitario avrebbe potuto insegnargli fino in fondo: la conoscenza diretta della vulnerabilità del paziente.
“Essendo stato per tutta la vita dall'altra parte della scrivania, diventando medico ho avuto uno sguardo più complessivo. Credo di aver sviluppato una sensibilità diversa nel rapporto con le persone proprio perché vivevo entrambe le condizioni”.
Tra i ricordi rimasti più nitidi ce n'è uno dei primi anni ad Alba. È Natale, Landi è l'ultimo arrivato e tocca a lui essere di guardia. In ospedale arriva un uomo con una grave lesione a un occhio. Chiama il proprio superiore e, durante l'intervento, si ritrova ad appoggiare per un momento le mani sulla testa del paziente.
L'uomo gli chiede di non toglierle.
“Mi disse: ‘Dottore, la sento così umana, per piacere mi tenga queste mani sulla testa tutto l'intervento’. È un episodio che non ho mai dimenticato”.
Non è tanto un aneddoto edificante quanto una scena capace di spiegare cosa Landi intenda quando parla dell'esperienza della malattia come parte della propria formazione medica: prima di trovarsi accanto a quel lettino aveva conosciuto personalmente la necessità di affidarsi a qualcun altro.
Anche la scelta della medicina affonda le proprie radici molto indietro. Nella sua formazione Landi attribuisce un ruolo importante all'incontro, avvenuto quando aveva circa dodici anni, con Rita Levi-Montalcini e la sua famiglia.
“Rita Levi-Montalcini è stata un'ossatura per me, un grande punto di riferimento. Non nego che mi abbia aiutato molto a seguire questa strada”.
Il titolo del libro, allora, acquista un significato meno immediato di quello suggerito dalla sola malattia. La strada non scelta è quella cominciata da bambino con una diagnosi, ma lungo quella stessa strada si sono progressivamente incontrate la medicina, la professione e una particolare maniera di stare davanti ai pazienti.
Il 10% del ricavato torna alla comunità diabetica
Il passaggio dalla storia individuale a quella collettiva non rimarrà soltanto nelle pagine. Intorno al libro è nato infatti “La strada continua”, progetto sociale sostenuto da ANIAD, AGD Italia, Diabete Italia e FAND: il 10% del ricavato complessivo delle copie vendute sarà destinato a iniziative condivise con le quattro associazioni.
La gestione delle risorse sarà affidata a una commissione composta dai presidenti delle associazioni o da loro delegati, mentre Landi e l'editore resteranno promotori dell'iniziativa. Come riferimento scientifico è stato individuato Emanuele Fraticelli, responsabile della SSD Endocrinologia, Diabetologia e Malattie Metaboliche dell'ASL CN2. Tra le ipotesi ci sono il sostegno alla formazione e alla ricerca e l'attivazione di borse di studio.
È forse questo il punto nel quale il percorso raccontato da Landi trova la sua prosecuzione più naturale. Una malattia arrivata quando aveva tre anni non viene trasformata retrospettivamente in qualcosa che sia stato “necessario” o provvidenziale. Rimane una strada non scelta. Dopo sessantasei anni, però, Landi ha deciso che ciò che ha imparato percorrendola può essere messo a disposizione degli altri.
E il libro, prima ancora di arrivare nelle mani dei lettori, sembra aver già cominciato a fare proprio questo.