Rimuovere tutte le panchine lungo corso Giolitti.
E' la richiesta - seguita ad una raccolta firme - fatta all'amministrazione comunale di Cuneo, assieme ad altri interventi che, per l'associazione Nuovo Corso Giolitti, può essere utile a fermare il riesploso degrado della via che collega corso Nizza alla stazione ferroviaria.
Un'estrema ratio, l'ha definita il presidente Antonio Moschella.
"Se venissero risolti in modo efficace i problemi di stazionamento prolungato, bivacco, consumo di alcol e attività illecite che oggi si concentrano attorno alle panchine, verrebbe meno la ragione stessa della loro rimozione.
Il problema, infatti, non sono le panchine, ma l’uso improprio che ne impedisce la normale fruizione da parte di tutti.
L’obiettivo dell’Associazione non è eliminare gli spazi di socialità, ma restituirli ai cittadini in condizioni di sicurezza e civile convivenza".
Sul tema ha scritto anche Elvio Russi, già primario del reparto di Radioterapia dell'ospedale di Cuneo e residente proprio in corso Giolitti.
E' tra i firmatari della petizione. Un gesto che ha fatto con dolore, come lui stesso ha sottolineato in un suo intervento, che pubblichiamo.
"Togliere un arredo urbano utile e bello è una scelta che considero dolorosa e, in parte, una sconfitta.
Ma bisogna spiegare con chiarezza come siamo arrivati fin qui.
Il meccanismo è semplice.
Aprono attività che vendono alcolici a prezzi molto bassi. Davanti a queste attività ci sono panchine pubbliche. Le panchine finiscono così per diventare, di fatto, un dehors gratuito abusivo: vi si fermano per ore clienti e gruppi di persone, senza che esista un gestore responsabile di quello spazio, senza costi per l’occupazione del suolo e senza gli obblighi che invece gravano su un bar o un ristorante regolare.
Da qui parte il circuito vizioso.
Il commerciante che rispetta le regole paga il dehors, paga i costi dell’attività, rispetta orari e prescrizioni e deve rispondere di ciò che accade nei propri spazi.
Chi invece beneficia indirettamente dello spazio pubblico può praticare prezzi più bassi e lasciare alla collettività una parte dei costi: rumore, pulizia, disturbo, necessità di controlli e problemi per i residenti.
Il risultato è facilmente comprensibile: chi lavora rispettando tutte le regole si trova svantaggiato. Alcuni commercianti rinunciano, si trasferiscono o semplicemente decidono che in quella zona non conviene più investire.
Quando le attività migliori se ne vanno, la qualità commerciale della strada si abbassa.
Quando la qualità commerciale si abbassa, aumenta il degrado.
Quando aumenta il degrado, diminuiscono ulteriormente gli investimenti e aumentano le situazioni difficili da controllare.
È questo il circuito che bisogna interrompere.
Le panchine non sono la causa. Sono diventate, in alcuni punti, uno degli strumenti attraverso cui questo circuito si alimenta.
Cittadini come me non sono arrivati alla richiesta di rimuoverle senza dolore ed aver cercato altre strade.
Negli anni l’amministrazione ci ha ricevuti molte volte. Ci ha ascoltati. Abbiamo portato problemi, segnalazioni e proposte.
Questo va riconosciuto senza esitazioni: onore al merito. Non possiamo certamente dire che il Comune ci abbia chiuso la porta in faccia. Ma c’è un punto oltre il quale l’ascolto, se non è seguito da decisioni, rischia di perdere significato.
Essere ricevuti dieci volte e vedere il problema sostanzialmente immutato, alla fine, produce lo stesso risultato di non essere stati ricevuti affatto. Anzi, talvolta rimane una sensazione ancora peggiore: quella di essere ascoltati con pazienza come si ascolta un bambino che continua a lamentarsi, mentre gli adulti hanno già deciso che, in fondo, il problema non è poi così importante.
E invece il problema esiste e le soluzioni proponibili pure e sono, a mio avviso, tre:
1) La prima è garantire controlli continui e sufficienti. Ma servono uomini, risorse e una presenza costante che probabilmente nessuna amministrazione può assicurare ovunque e in ogni momento.
2) La seconda è intervenire sulle cause: non chiediamo al Comune di inventare norme fantasiose. Chiediamo di studiare seriamente ciò che altre amministrazioni hanno già fatto per affrontare problemi analoghi e di verificare cosa possa essere applicato anche a Cuneo: orari di vendita più rigorosi e seriamente controllabili. Limitazioni efficaci alla vendita di alcolici in determinate fasce. Requisiti adeguati per i locali. Metrature, caratteristiche degli spazi, servizi igienici direttamente gestiti dagli esercizi e non scaricati sui condomìni circostanti. Controlli coordinati con gli orari e con le zone maggiormente problematiche. Gli strumenti giuridici corretti devono individuarli gli uffici e l’amministrazione.
Io faccio il cittadino, non il legislatore. Ma proprio per questo non vorrei sentirmi rispondere semplicemente che “non si può fare”, se altrove problemi simili sono stati affrontati con ordinanze, regolamenti e strumenti amministrativi. Si cerchino quelle esperienze. Si verifichi cosa è legittimo. Si scelga ciò che è applicabile a Cuneo.
Poi l’amministrazione si assuma la responsabilità politica della decisione.
3) Se non si può garantire la prima soluzione e non si vuole, o non si riesce, ad applicare efficacemente la seconda, resta purtroppo la terza: togliere alcune panchine nei punti più critici.
Perché ascoltare è importante, ma amministrare significa scegliere. E anche non scegliere, lasciando che tutto continui come prima, è una scelta politica. Forse la più facile. Certamente non la migliore per corso Giolitti.