Il dirigente dell'Itis Mario Delpozzo Ivan Re racconta l'istituto oggi. Immaginandosi in dialogo con un genitore ripercorre in modo concreto e trasparente le tappe dello sviluppo della scuola negli ultimi anni, del lavoro svolto, delle scelte compiute e della visione che ha accompagnato il percorso.
Una conversazione nella quale mettere sul tavolo le domande che un padre o una madre potrebbero porsi entrando oggi all'Istituto “Mario Delpozzo”: che scuola è diventata? Quali cambiamenti ha attraversato? Perché sono state fatte determinate scelte? Quanto conta l'innovazione? Che ruolo hanno oggi tecnologia, STEM e intelligenza artificiale? E come si inserisce il nuovo Liceo del Made in Italy con curvatura in Scienze Gestionali nella storia dell'istituto?
Attraverso le perplessità, i dubbi e le domande del genitore esce la storia dell'istituto e di chi lo anima.
Un genitore incontra il dirigente Ivan Re: il legame personale con la scuola, dieci anni di cambiamenti, innovazione didattica, STEM, intelligenza artificiale e la nuova esperienza del Liceo Made in Italy delle Scienze Gestionali
Quando si è genitori, prima o poi ci si chiede quale scuola stiamo costruendo per il futuro dei nostri ragazzi. Per questo ho deciso di incontrare Ivan Re, dirigente dell’Istituto “Mario Delpozzo” di Cuneo.
Prima dell’intervista ho cercato informazioni sulla scuola e ne è emerso il profilo di un istituto con una forte tradizione tecnica, ma anche molto attento all’innovazione ed al rapporto con il territorio. In questo percorso si inserisce anche il nuovo Liceo del Made in Italy con curvatura in Scienze Gestionali.
Inoltre mi ha colpito trovare il Delpozzo raccontato anche da testate nazionali specializzate nel mondo della scuola.
Da qui le domande: quanto conta il legame personale del dirigente con il Delpozzo? Quale idea ha guidato le scelte di questi anni? E come si inserisce il nuovo liceo nella storia della scuola? Da qui è iniziata la nostra conversazione.
Preside Re, lei è arrivato alla guida del Delpozzo quasi per caso oppure questa scuola aveva già un significato particolare per lei?
«Quando nel 2016 sono diventato dirigente dell’ITIS “Mario Delpozzo”, per me si è avverato un sogno. A quattordici anni ero stato studente di questa scuola e tornarci da dirigente, tanti anni dopo, è stato molto emozionante.
Una delle prime cose che feci fu andare a cercare la mia vecchia aula: un gesto semplice, ma che mi fece sentire subito quanto fosse forte il mio legame con il Delpozzo.
Non è stata quindi una destinazione casuale. Quando ho partecipato al concorso da dirigente, speravo un giorno di poter tornare qui e mettere la mia esperienza al servizio di una scuola alla quale ero rimasto legato.
Ho sempre sentito una responsabilità particolare verso il Delpozzo, per la sua storia e per il ruolo che ha avuto e continua ad avere per Cuneo e il suo tessuto produttivo. Una storia legata anche alla lungimiranza dell’allora sindaco Mario Delpozzo, che volle fortemente un Istituto Tecnico in città.
Il mio obiettivo è stato contribuire a far crescere questa storia, interpretando i cambiamenti della società, della tecnologia e del mondo del lavoro.»
Quanto conta per lei l’innovazione e che ruolo hanno tecnologia, STEM e intelligenza artificiale?
«Molto. Il legame con il Delpozzo mi ha spinto a investire sull’innovazione e sulla qualità dell’apprendimento, ma innovare non significa semplicemente introdurre nuove tecnologie. Robot, laboratori, STEM e intelligenza artificiale hanno valore solo se aiutano gli studenti a capire meglio, sperimentare, risolvere problemi e sviluppare autonomia e pensiero critico.
La tecnologia è quindi un mezzo, non il fine. Anche l’IA deve essere utilizzata in modo consapevole: non per sostituire il ragionamento, ma per allenarlo. È proprio questa impostazione, che integra discipline scientifiche, tecnologia e apprendimento, ad aver attirato anche l’attenzione di riviste come Orizzonte Scuola.»
Come nasce il Liceo del Made in Italy - Scienze Gestionali e come si inserisce nell’identità del Delpozzo?
«Nasce dal confronto con territorio, imprese e associazioni di categoria, per offrire competenze gestionali, linguistiche, tecnologiche e comunicative coerenti con il tessuto produttivo della provincia.
Ho creduto molto nel progetto, ma la scuola è una comunità: il percorso è stato approvato dal Collegio dei docenti, dal Consiglio d’Istituto e poi dalla Regione Piemonte. Il nuovo liceo non sostituisce gli indirizzi tecnici, ma li affianca: sono percorsi diversi che possono integrarsi e arricchirsi reciprocamente.»
Dopo dieci anni alla guida del Delpozzo, di cosa è maggiormente soddisfatto?
«Preferisco parlare dei risultati della scuola. Il mio compito è stato indicare una direzione, trovare risorse e creare opportunità, ma i risultati sono frutto del lavoro di docenti, personale, studenti e famiglie.
Mi rende particolarmente soddisfatto vedere che innovazione, nuovi progetti e collaborazioni con il territorio sono diventati parte della vita dell’istituto, traducendosi in maggiori opportunità per gli studenti.»
Si sente un dirigente “solo al comando”?
«No. So che la responsabilità finale delle decisioni è del dirigente, ma ho sempre cercato di costruire le scelte attraverso il confronto. Posso essere determinato quando arriva il momento di decidere, ma dietro una decisione ci sono spesso molte riunioni, telefonate e discussioni.
Negli anni ho costruito attorno a me una squadra ampia. Qualcuno l’ha chiamata, con ironia, il mio “cerchio magico”, ma sarebbe un cerchio davvero affollato. Penso ai vicepresidi, ma anche a molti altri insegnanti che mi hanno aiutato a leggere i problemi, costruire progetti e accompagnare la scuola.
Non nascondo che non sono mancati momenti complessi, passaggi difficili e situazioni in cui il peso delle responsabilità si è fatto sentire in modo più forte. In quei momenti alcune persone mi sono state accanto con discrezione, con un consiglio, con una presenza o semplicemente con la disponibilità a condividere una parte della fatica. Non farò nomi, perché non serve. So che, leggendo queste parole, si riconosceranno. A loro va la mia gratitudine più sincera. Sono state parte di questo percorso non soltanto nei momenti di soddisfazione, ma soprattutto in quelli in cui era più importante non sentirsi soli. E questo, per me, ha avuto un valore enorme.
Quindi no, non mi sento solo al comando: mi assumo la responsabilità delle decisioni, ma so quanto contino le persone con cui scelgo di confrontarmi.»
In questi anni ha mai ricevuto critiche?
«Certamente. Sarebbe strano guidare una scuola per tanti anni, prendere decisioni e non riceverne. I cambiamenti generano spesso perplessità.
Cerco sempre di spiegare le ragioni delle scelte, ma so che in una realtà che cambia rapidamente non sempre è possibile aprire lunghi dibattiti prima di decidere. Il compito del dirigente è ascoltare, valutare e poi assumersi la responsabilità della scelta.
Posso aver commesso errori: chi decide molto ha anche più possibilità di sbagliare. È naturale desiderare che le proprie idee siano condivise, ma non devo dimostrare di avere ragione. Se una strada può essere migliorata, bisogna saperla correggere. Anche le critiche, quando sono motivate e costruttive, possono aiutare.»
Quanto sono state importanti le famiglie in questo percorso?
«Moltissimo. Una famiglia affida alla scuola quanto ha di più importante: i propri figli. In questi anni abbiamo ricevuto sostegno, collaborazione e apprezzamento per il lavoro svolto e per le opportunità offerte ai ragazzi. Anche quando emergono sensibilità diverse, credo sia fondamentale mantenere aperto il dialogo e spiegare sempre le ragioni educative delle scelte.»
Se potesse tornare a quel giorno del 2016, quando entrò al Delpozzo da dirigente e andò a cercare la sua vecchia aula, cosa direbbe a se stesso?
«Gli direi di conservare quella stessa emozione. In questi anni molte cose sono cambiate, ma una deve restare costante: mettere gli studenti al centro. Essere stato studente di questa scuola mi fa sentire ancora di più questa responsabilità. Essere dirigente del Delpozzo era un sogno nel 2016 e, sotto molti aspetti, continua ad esserlo.»
E come immagina il Delpozzo fra altri dieci anni?
«Mi auguro una scuola capace di evolvere e di dialogare sempre più con università, imprese, istituzioni e famiglie, restando però centrata sulla persona. Una scuola in cui la tecnologia sia al servizio dell’intelligenza e in cui i giovani possano scoprire le proprie capacità e costruire il proprio futuro.»
Alla fine dell’incontro, da genitore, mi rimane soprattutto una sensazione: quella di aver conosciuto meglio non soltanto il dirigente, ma anche il rapporto profondo che lo lega a questa scuola.
L’immagine che più mi resta è quella di un ragazzo che, a quattordici anni, entra per la prima volta al Delpozzo e che molti anni dopo vi ritorna da dirigente. E che, nel suo primo giorno, sente il bisogno di andare a cercare la propria vecchia aula.
Forse è proprio da lì che si comprende meglio tutto il resto.
Dal banco alla dirigenza, appunto. Un sogno diventato responsabilità e che, dieci anni dopo, continua.