Siamo nel cuore della 26ª Settimana della lingua italiana (19-25 ottobre 2026) che, come ogni anno, si svolge durante la 3ª settimana del mese di ottobre.
Organizzata dalla rete diplomatico-consolare degli Istituti Italiani di Cultura, con la collaborazione di enti istituzionali come il Ministero degli Esteri e della Cooperazione Internazionale (Maeci), il Ministero dell'Università e della Ricerca (MUR), il Ministero della Cultura (MiC), l'Accademia della Crusca, la Società Dante Alighieri, la Giornata mira a valorizzare la ricchissima storia, cultura e bellezza della lingua italiana.
Istituita nel 2001, l'iniziativa ha ottenuto l'Alto Patronato del Presidente della Repubblica e ogni anno è dedicata ad un tema diverso, che serve da filo conduttore per un ricco programma di conferenze, mostre e incontri. Il titolo della XXVI edizione è: "Lingua geniale: ideare, progettare, creare con l'italiano".
Tale tema ha l'obiettivo di valorizzare il legame strategico tra cultura e crescita economica dell'Italia, di cui l'italiano e l'Italofonia sono uno strumento privilegiato. L'italiano, lingua "geniale", erede di una lunga e ricca storia e tradizione, esporta nel mondo il meglio del proprio saper fare, costituito da tecnologia, scienza, ingegneria, design, moda, gastronomia, letteratura, arte e storia, contribuendo così a plasmare un'immagine dinamica e proiettata in avanti del nostro Paese.
La lingua più amata e studiata
L'idea della Settimana della lingua italiana nel mondo nasce dalla necessità di valorizzare il patrimonio linguistico italiano in un'epoca di crescente globalizzazione. Nel 2001, l'Accademia della Crusca ha proposto questa iniziativa per rispondere ad un fenomeno interessante: mentre la lingua italiana non è tra le più parlate come lingua madre (circa 65 milioni di madrelingua), è la 4ª lingua più studiata al mondo, con oltre 2 milioni di studenti registrati in corsi formali. È la lingua che il mondo sceglie non per doverla parlare, ma per il piacere di pronunciarla.
La concentrazione maggiore di madrelingua italofoni è in Italia, Svizzera, San Marino e alcune aree della Slovenia e Croazia. Più di 18 milioni di persone in tutto il mondo lo parlano come seconda lingua. I Paesi in cui viene maggiormente studiato sono Malta, Serbia, Australia e Albania, mentre in Giappone l'italiano si colloca all'ottavo posto tra le lingue più scelte.
C'è un orgoglio profondo in questo primato silenzioso. L'italiano non conquista con la forza dei numeri. Lo fa con la seduzione della cultura. È la lingua di Dante e di Leonardo, ma anche quella scritta sui menù dei ristoranti di Sydney, sulle etichette della moda a Parigi, sui titoli dei film che hanno fatto la storia del cinema.
Non serve tradurre "pizza", "ciao", "bravo" o "bene": sono entrate a far parte del vocabolario quotidiano di decine di lingue straniere così come sono, in italiano, perché nessun'altra parola riesce a restituire la stessa musicalità, lo stesso calore.
Anche lo scrittore Thomas Mann la chiamava la Lingua degli Angeli e indubbiamente sugli stranieri esercita fascino e magnetismo. Mentre chi studia inglese lo fa quasi sempre per lavoro, chi sceglie l'italiano lo fa per la cucina, per l'arte, per un viaggio sognato a lungo o, semplicemente, per poter leggere un'opera lirica senza bisogno di sottotitoli. È la lingua che si studia col cuore prima che con l'agenda.
La storia di questo fascino non è recente. Già nel '500 l'italiano era la lingua della musica, delle corti europee e delle arti: i grandi compositori scrivevano "allegro", "andante", "forte" e "piano", indicandoli in italiano. Ancora oggi, in un teatro di Vienna o di Tokyo, un direttore d'orchestra userà quelle stesse parole. Nel 1583 nasceva a Firenze l'Accademia della Crusca. È la più antica accademia linguistica del mondo ancora attiva, a testimonianza di quanto gli italiani abbiano avuto a cuore, fin da subito, la cura e la diffusione della propria lingua.
L'italiano parla dritto al cuore per tanti motivi. Linguistici, prima di tutto. Pensiamo al nostro accento e al suono morbido delle parole dedicate all'amore. Ti amo, ti voglio bene, amore... È una lingua che a ogni parola associa sonorità che sembrano quasi cantate. Come dolci melodie che arrivano a colpire i tasti più profondi della nostra anima.
Una lingua che si presta bene al cantato, come si prestavano le rime e le strofe dei grandi poeti italiani, che sembravano cantilene, canti narrativi, dove la bellezza era sempre grande protagonista. È come se ogni poesia fosse una serenata da fare all'amata. L'amata che non si accorgeva del povero poeta e del suo amore profondo, come Beatrice con Dante o Silvia con Leopardi. O l'amata che condivideva sentimenti e struggimento per un'unione magari impossibile.
Le parole in italiano hanno un suono melodico. Lo hanno sempre avuto. Anche quando l'italiano non esisteva ancora. O meglio, non esisteva l'italiano che conosciamo oggi. Il merito è del fatto che l'italiano è stato di fatto inventato da poeti e scrittori, che sapevamo come rendere bella ogni frase.
Ed ecco che, allora, l'italiano letterario e l'italiano parlato sono rimasti gli idiomi di una lingua capace anche di raccontarci altre grandi storie d'amore. I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni ne sono un esempio tanto è vero che sin dall'inizio si viene rapiti da parole che sono una carezza per le nostre orecchie.
Dietro ogni studente che apre per la prima volta un libro di grammatica italiana c'è quasi sempre un'immagine: una piazza baciata dal Sole, il profumo del caffè al bancone, una nonna che racconta una ricetta tramandata da generazioni. Imparare l'italiano, per chi viene da lontano, significa avvicinarsi a un modo di vivere prima ancora che a un modo di parlare.
Forse è questo il vero motivo per cui, ogni anno, migliaia di persone in più decidono di sedersi tra i banchi di un corso serale, di aprire una app sul telefono, di sfogliare un dizionario: non lo fanno per necessità, lo fanno per desiderio.
E allora, quando in una strada di Londra o di New York si sente qualcuno pronunciare un «Grazie» o un «Che buono» con l'accento incerto di chi sta ancora imparando, c'è qualcosa di commovente in quel gesto: è un pezzo d'Italia che continua a viaggiare, di bocca in bocca, portato non da eserciti o da imperi, ma dalla bellezza. Ed è proprio questo il primato di cui andare fieri, non essere la lingua più parlata al mondo, ma restare, da secoli, la lingua più amata.
L'invasione degli anglicismi (inglesismi...)
Un italiano è un vero italiano per due ragioni. La prima: l'italiano ama le belle arti e la cultura. La seconda, ancora più importante: l'italiano sa parlare italiano. Invece in Italia si fa di tutto per NON parlare italiano, distruggendo così la lingua e la cultura italiane (che sono quello che tiene insieme un Paese).
Il sommo Dante diceva: «[...] fatti non foste a viver come bruti ma per seguire virtute e canoscenza»; ma se solo avesse potuto leggere tutti gli inglesismi entrati nei nostri dizionari, forse si sarebbe corretto con: «[...] fatti non foste a non saper l'italiano, ma ci riuscite egregiamente».
L'inglese è formidabile, ma è un'altra lingua. Renato Carosone è stato uno dei primi ad irridere il processo di americanizzazione che si stava diffondendo nell'Italia del dopoguerra, attraverso gli anglicismi infatti la canzone "Tu vuò fa' l'americano", che sembrava una canzonetta sarcastica, una provocazione cantata, si è rivelata profetica e a tanti anni di distanza è diventata realtà.
Sia per i tanti vocaboli inglesi e angloamericani che ormai abbondano nelle nostre conversazioni sia per le pubblicazioni scientifiche sempre più frequentemente richieste in inglese, la lingua italiana rischia di essere considerata in futuro un dialetto e poi, man mano, a morire.
A lanciare l'allarme è stato Paolo D'Achille, presidente dell'Accademia della Crusca. Il monito è chiaro: «Dobbiamo tutti essere consapevoli del fatto che, perché si possa parlare di un italiano del futuro, bisogna fare qualcosa al più presto». Ma c'è una speranza, dice il linguista: «Siamo ancora in tempo per impedirlo». Come? «Bisogna ritrovare capacità creativa e tornare a inventare».
È necessario pure depurare linguaggio e scrittura dalle parole straniere, sul modello dello "sciacquare i panni in Arno", un modo di dire introdotto da Alessandro Manzoni, che lo usò per indicare la sua volontà di ripulire il testo del romanzo "I promessi sposi" con un lessico letterario della lingua toscana, «Incomparabilmente più bella, più ricca [...] di tutte le altre» e considerata la lingua italiana per antonomasia.
Come avvenne la risciacquatura dei panni in Arno
Nella prima stesura del romanzo Fermo e Lucia (1823), pubblicata postuma e letta solo da qualche amico, lo scrittore utilizzò, per sua stessa ammissione, «Un composto indigesto di frasi un po' lombarde, un po' toscane, un po' francesi, un po' anche latine; di frasi che non appartengono a nessuna di queste categorie, ma sono cavate per analogia o per estensione o dell'una o dell'altra di esse».
La prima edizione a stampa ufficiale de' I promessi sposi del 1827, o ventisettana, venne rivisitata nella prospettiva di eliminare i lombardismi e i francesismi. Il dizionario Cherubini milanese-italiano e il dizionario della Crusca (1806) furono i validi strumenti di cui lo scrittore meneghino si avvalse per creare una lingua colta improntata al lessico letterario della lingua toscana, «incomparabilmente più bella, più ricca [...] di tutte le altre».
La seconda edizione de' I promessi sposi del 1840 risentì della risciacquatura dei panni in Arno. Manzoni adattò la lingua all'uso vivo fiorentino delle classi sociali colte che sostituì in parte la letteratura e la grammatica. Manzoni lo poté apprezzare durante la sua permanenza a Firenze, ma si giovò soprattutto delle collaborazioni di alcuni letterati come il Cioni, il Niccolini.
In una lettera dell'8 febbraio 1836 indirizzata a Gaetano Cioni, Manzoni ringraziava il destinatario dell'invio del Vocabolario, dal momento che lo scrittore era «Povero e digiuno di lingua toscana». Manzoni informava Cioni del lavoro a cui si era dedicato (la risciacquatura dei panni in Arno), lavoro che pensava potesse occupargli meno tempo, ma che divenne poi un'attività estenuante («Nel lavorare mi vien fatto, contro quel che dice il proverbio, d'un nottolino una trave»). Manzoni chiedeva poi anche una traduzione «Esatta e sicura in toscano vivente dell'articolo Messe dell'ultima recentissima edizione del Vocabolario dell'Accademia francese». Chiedendo perdono per questi aiuti, Manzoni sottolineava che erano contributi al servizio della lingua italiana e dell'Italia.
Nell'estate del 1839 Manzoni iniziò ad avvalersi anche dell'aiuto di Emilia Luti. Chi era costei? Era l'istitutrice della nipote Rina d'Azeglio, figlia di Massimo d'Azeglio, che si trattenne più tardi per un anno in casa Manzoni. Fu Manzoni stesso a chiedere a d'Azeglio, quando seppe che ritornava dalla Toscana con una donna fiorentina: «Ei, ei, Massimo, vorrai bene prestarmela, eh, la tua fi[o]rentina». A raccontarlo è Stefano Stampa, figliastro di Manzoni: «E fu in questo modo che la signora Luti incominciò a frequentare casa Manzoni. In seguito, poi, [...] vi entrò ad abitarla e vi stette alcuni anni con l'unico scopo di correggere fiorentinamente I promessi sposi. Legittimando la sua presenza con quella delle figlie Manzoni che in quel momento, se ben mi rammento, non erano ancoa tutte maritate; facendo loro da dama di compagnia».
La Luti ebbe, quindi, la funzione di consulente linguistica del Manzoni, come conferma anche il lavoro di postilla di una copia del Vocabolario milanese-italiano (redatto da Francesco Cherubini) compiuta insieme a Manzoni.
In una lettera ad Alfonso Della Valle di Casanova del 30 marzo 1871, Manzoni difese ancora la scelta della risciacquatura dei panni in Arno e sostenne che il merito del cambiamento linguistico del romanzo era da attribuirsi a quegli intellettuali che avevano sostenuto la noia di suggerirgli le correzioni lessicali. A lui, invece, non era «costata altra fatica, che di mettere in carta, di mano in mano che [...] venivano suggerite» le nuove parole.
Quando uscirono alla fine del 1842 le prime edizioni a stampa de' I promessi sposi (la quarantana), Manzoni scrisse la seguente dedica autografa: «Madamigella Emilia Luti gradisca questi cenci da Lei risciacquati in Arno, che Le offre, con affettuosa riconoscenza, l'autore». La risciacquatura dei panni in Arno sarebbe quindi avvenuta, grazie al contributo fondamentale di una donna: Emilia Luti.