Il 31 ottobre, da sempre, è la notte della paura. La prima cosa che viene in mente è: «Halloween è un'americanata, di cosa dovremmo avere paura?».
Aspettate a star tranquilli. Anche il Paradiso ha i suoi lati oscuri e anche gli Angeli si trasformano in Demoni... Nel Roero prendono forma racconti di Streghe, o per meglio dire, Masche, o per dirla tutta, donne, abitanti di paesi che di santo hanno solo i sampietrini.
Proprio quelle di cui si narra nel libro di Wilma Basolo, Marina Panero ed Ivo Chiolerio "Nel mondo delle Masche", con storie nascoste, a tratti misteriose, di una terra multiforme, dai mille volti, che miscela sacralità e magia, leggenda e verità.
E per unire cultura e un po' di brividi, siamo andati a Pocapaglia, famosa per le vicende della Masca Micilina. Secondo la leggenda, il suo fantasma non sa darsi pace e si aggirerebbe ancora oggi nelle vie del paese, dove i secoli hanno lasciato un segno profondo.
Tra sortilegi e malefici, formule di magia bianca e nera, ecco i racconti che abbiamo scoperto. Pronti a farvi venire i capelli dritti?
Il Sabba delle Masche
Il ballo notturno al terzo plenilunio è sicuramente una delle pratiche più conosciute nel mondo delle Masche. Ricordato in molti racconti (relativi alle Masche Micilina e Malamassa) prevedeva il ritrovo al terzo plenilunio, di solito in luogo elevato, "saltando, correndo gesticolando, gettando fischi ed urli assordanti, volando a cavallo di scope, irti i capelli, truci gli occhi, aguzzi i denti delle bocche orribili, lunghe le lingue forcute, squamosa la pelle, unghiute le mani e i piedi. Alla larga!".
Nella singolare storia di Giacu Furfè, originario di Corneliano, il sito chiamato "Rocca dell'Eremita", è considerato il teatro dei "Sabba delle Masche", dove si teneva il falò del terzo plenilunio. L'uomo voleva espiare i suoi peccati, diventando aderente della confraternita dei Batù e, secondo i consigli del Santo Eremita della grotta di Lemonte, doveva trascorrere quaranta giorni e quaranta notti di digiuno sul sagrato della chiesa vecchia di Corneliano, avendo cura di scavare un solco, riempito poi di acqua benedetta, per tenere lontana la Masca Malamassa.
Prima di iniziare la lunga penitenza Giacu Furfé decise però di partecipare almeno una volta alla festa delle Masche sulle rocche di Pocapaglia. Ballò tutta la notte la manfrina con la Masca Malamassa, la più giovane di tutte, anche se aveva cento anni, più cento passati sotto le radici della quercia grande ed altri cento passati sotto il porcile del Castellano.
Allo spuntar dell'alba la Masca suggerì a Giacu Furfè di portarsi il vino bianco al posto dell'acqua per il periodo del digiuno, così il tempo sarebbe passato più velocemente; promise altresì di riempirgli il barilotto tutte le notti, a patto che non riempisse il solco con l'acqua benedetta come indicato dall'Eremita.
Giacu Furfè seguì i consigli e trascorse cantando in allegria la quarantena, ma al termine della prova, salì, come previsto, in cima al campanile per impetrare il perdono, ma ubriaco fradicio, cadde a testa in giù.
L'arte oscura della Masca Micilina
La Masca Micilina (Michelina) nacque a Barolo, andò in sposa ad un contadino e fu costretta a trasferirsi a Pocapaglia. Aveva un aspetto strano e spaventoso: piccola e deforme, faccia scura piena di rughe, pochi capelli, naso adunco, sdentata, occhi guerci e un'andatura lenta e strascicata. Insomma, molto vicino alla comune immagine di strega.
Ma non è l'aspetto che le conferì la nomea di "Masca", bensì la serie di disagi che provocò agli abitanti del paese. Sembra infatti che un giorno toccò la schiena di una bambina e il giorno seguente le iniziò a crescere la gobba. E anche che un giorno un giovane la incrociò e cadde scappando per lo spavento: una volta rialzato aveva un piede rivolto avanti e uno indietro.
A questo si aggiunge la capacità della donna di non farsi trovare, situazione che portò il marito a diffondere la voce di non aver sposato una donna, ma una Masca. Diffusa la voce, arrivò un inquisitore del Tribunale di Savigliano, che condannò Micilina.
Questa venne bruciata in un poggio a Pocapaglia (oggi chiamato Bric d'la Masca), dove è ancora possibile trovare alcune macchie scure (molti credono sia sangue, ma in realtà è ferro ossidato).
Il Bric Mileui (Auçabech)
Non lungi dal Bric della Masca Micilina, sul ciglio della solitaria valle di Marie, il Bric Mileui è teatro di molte leggende, per la sua suggestiva conformazione geomorfologia. La tradizione leggendaria attribuisce l'opera ad esseri giganteschi e mostruosi stanziati nell'area in tempi antichissimi.
Le malefiche creature terrorizzavano il paese, ma su di esse ebbe ragione San Secondo, "che tutti li uccise a punizione di loro scelleratezze, e sovverse il villaggio ch'era nido di cotal gente perversa; appunto per questo – si aggiunge a conferma – nella chiesetta che tuttora rimane, e che fu eretta a ricordo del fatto, San Secondo è dipinto con la spada in mano".
Il nome del bric può essere collegato anche alla presenza di numerose cavità che ricordano tanti occhi, collegate a cunicoli sotterranei parzialmente esplorati all'inizio dell'Ottocento; secondo le leggende locali questi sono molto estesi e collegherebbero la località a Santa Vittoria passando per il sepolto villaggio di Millocchi.
I cunicoli sotterranei del bric Mileui vennero usati come nascondiglio dai briganti e come rifugio in tempo di guerra. Il più famoso bandito della zona fu sicuramente un certo Delpero, conosciuto come "l'incubo delle Langhe e del Roero" per la sua efferatezza; agiva insieme ad una banda di malfattori e terrorizzava gli abitanti della zona. Arrestato, venne condannato a morte ed impiccato a Bra il 31 luglio 1858.
L'antico castello
Si erge nel punto più elevato del concentrico, a quota 381 metri sul livello del mare. La prima citazione sui documenti risale al 1197. Lungo il XII secolo si afferma (sul borgo e sul castello) il potere dei "de Paucapalea".
Il castello viene ricostruito dai Falletti (che dal 1304 erano entrati gradualmente nel possesso del feudo) verso la metà del XIV secolo. Di questa ricostruzione restano tracce verso nord-ovest, oltre ad un rudere di torre (in parte crollata in conseguenza del terremoto del 1887) nella quale fu rinchiuso nel marzo 1342 Tommaso II, marchese di Saluzzo.
Nel 1384 il castello è più volte citato in relazione alle contese che opposero i Falletti ad Antonio Porro, feudatario di Santa Vittoria. Nel 1387 feudo e castello figurano nell'elenco dei beni dotali di Valentina Visconti. Nel 1534 castello e borgo vengono devastati dalle truppe francesi.
Ricostruito nella seconda metà del '500, forse dai Cravetta (detentori di una piccola quota di feudo), incorporò parti del precedente edificio. Successivamente il castello si arricchì del magnifico portale con trofei di guerra scolpiti nella pietra, che la tradizione attribuiva erroneamente al Sansovino e che, pare, ispirò Filippo Juvarra per la creazione degli stipiti interni del Palazzo Madama di Torino.
Nel 1706 viene devastato dalle truppe francesi del La Feuillade. Una lapide esterna al porticato ricorda la residenza di Umberto di Savoia, Principe di Piemonte, durante la guerra contro la Francia (1939-1940)