Curiosità - 03 novembre 2026, 07:57

Io, Silvia, e quell'idillio di Giacomo Leopardi che mi ha dato il nome

Tra arte, poesia e mito, ecco come una donna continua ad emozionare ancora oggi

Ci sono poesie che diventano la prima pagina di una stagione della vita. E poi ce ne sono altre che finiscono per accompagnarti ancora prima di nascere. Per me è stato così.

Silvia mi piace. Intanto si celebra il 3 novembre, in ricordo di santa Silvia, madre di papa Gregorio Magno. Ma non è solo un nome "carino", nella mitologia romana Rea Silvia era una vestale (sacerdotessa, sacra e vergine, custode del culto di Vesta) che fece l'amore con il dio Marte e diede alla luce Romolo e Remo, i gemelli che secondo la leggenda fondarono Roma... ma non è fantastico?

Non a caso Giacomo Leopardi scelse questo nome per la sua poesia, e non quello della persona reale della quale si pensa fosse invaghito, ovvero la figlia del suo cocchiere Teresa Fattorini. Sì ok, prese ispirazione da Torquato Tasso, che nell'Aminta aveva raccontato l'amore non corrisposto di un pastore per una ninfa mortale, ma è bello pensare che gli piacesse il suono e il significato di Silvia.

Un nome che deriva dal latino e profuma di bosco (letteralmente), ma porta con sé anche l'idea di una natura un po' selvaggia, libera, indomata, che affiora dalla tela del pittore braidese Franco Gotta, tra un sogno e un aforisma: «C'è una Luna in cielo morbida come il tuo corpo che esce dal mare, luminosa come le parole che pronunci ogni volta» (Fabrizio Caramagna).

Ma Silvia è molto di più per Giacomo Leopardi. È un'emozione. È la giovinezza perduta, l'innocenza che non può essere che transitoria, è la speranza tradita. È il canto funebre di un amore mai nato e della vita del poeta a Recanati, una prigione di "studi leggiadri e sudate carte".

Ci sarebbe tanto da dire sulla metrica e sulle scelte lessicali di questo "grande idillio" in forma di canzone in strofe libere, ma non perdiamo tempo, leggiamolo.

 

A Silvia

Silvia, rimembri ancora

Quel tempo della tua vita mortale,

Quando beltà splendea

Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,

E tu, lieta e pensosa, il limitare

Di gioventù salivi?

Sonavan le quiete

Stanze, e le vie dintorno,

Al tuo perpetuo canto,

Allor che all'opre femminili intenta

Sedevi, assai contenta

Di quel vago avvenir che in mente avevi.

Era il maggio odoroso: e tu solevi

Così menare il giorno.

Io gli studi leggiadri

Talor lasciando e le sudate carte,

Ove il tempo mio primo

E di me si spendea la miglior parte,

D'in su i veroni del paterno ostello

Porgea gli orecchi al suon della tua voce,

Ed alla man veloce

Che percorrea la faticosa tela.

Mirava il ciel sereno,

Le vie dorate e gli orti,

E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.

Lingua mortal non dice

Quel ch'io sentiva in seno.

Che pensieri soavi,

Che speranze, che cori, o Silvia mia!

Quale allor ci apparia

La vita umana e il fato!

Quando sovviemmi di cotanta speme,

Un affetto mi preme

Acerbo e sconsolato,

E tornami a doler di mia sventura.

O natura, o natura,

Perché non rendi poi

Quel che prometti allor? perché di tanto

Inganni i figli tuoi?

Tu pria che l'erbe inaridisse il verno,

Da chiuso morbo combattuta e vinta,

Perivi, o tenerella. E non vedevi

Il fior degli anni tuoi;

Non ti molceva il core

La dolce lode or delle negre chiome,

Or degli sguardi innamorati e schivi;

Né teco le compagne ai dì festivi

Ragionavan d'amore

Anche peria fra poco

La speranza mia dolce: agli anni miei

Anche negaro i fati

La giovanezza. Ahi come,

Come passata sei,

Cara compagna dell'età mia nova,

Mia lacrimata speme!

Questo è quel mondo? questi

I diletti, l'amor, l'opre, gli eventi

Onde cotanto ragionammo insieme?

Questa la sorte dell'umane genti?

All'apparir del vero

Tu, misera, cadesti: e con la mano

La fredda morte ed una tomba ignuda

Mostravi di lontano.

Che onore. La parafrasi sarà per un'altra volta.

Silvia Gullino