Politica - 22 febbraio 2026, 14:37

Cuneo torna a dibattere della zona stazione, Marro: "Una città sicura non è quella senza conflitti, ma quella rende visibili le persone"

La consigliera regionale di Avs interviene dopo le proposte di portare la Polizia Locale nei locali vuoti della stazione e di riaprire il sottopasso che la collega a corso Giolitti.

Riceviamo e pubblichiamo.

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La zona stazione di Cuneo riemerge ciclicamente da anni nel dibattito pubblico e istituzionale, spesso con toni accesi.

Recentemente ha fatto discutere la proposta di Vincenzo Pellegrino di destinare i locali della stazione, vuoti da tempo, a sede della Polizia locale.

Nel prossimo Consiglio comunale si discuterà un ordine del giorno presentato dagli “Indipendenti” per la riapertura del sottopasso che collega la stazione a corso Giolitti. Nei mesi scorsi era arrivato un intervento esterno, del sindaco di Roccavione, contestato dal Comitato di Quartiere Cuneo Centro, che aveva strumentalizzato il tema dell’insicurezza per ottenere legittimazione al partito a cui stava aderendo.

Nessuno nega che la sicurezza sia un tema sensibile oggi. Ma dispiace quando il racconto di un'area cittadina si ferma all’immagine stereotipata e non tiene conto del lavoro fatto in questi anni: l’impegno dell’amministrazione, del comitato di quartiere, delle forze dell’ordine, della Polizia locale, dei servizi e delle realtà associative che hanno operato in modo coordinato. Ridurre tutto a una narrazione di insicurezza permanente non restituisce la complessità né i passi avanti compiuti. Non aiutano nemmeno le scelte editoriali dei media locali che accostano foto di repertorio di FFO in azione nel « quadrilatero » non appena si parla di irregolarità, avvenute altrove.

Perché pensare di riempire un palazzo storico che fa da porta della città con uffici della Polizia Locale che tra l’altro ha già un proprio presidio proprio lì davanti? La sfida, oggi, non è solo occupare o “mettere sicurezza” la stazione in modo simbolico, ma continuare a rendere quell’area viva, attraversata, abitata. Perché una stazione può essere solo apparentemente sicura, oppure realmente vissuta. Ed è una differenza sostanziale.

Mi permetto di inserirmi nel dibattito perché son stata per anni impegnata (e direi anche ossessionata) dalle dinamiche che si susseguivano nel «quadrilatero». E questo interesse persiste.

E ho visto molti soggetti lavorare e impegnarsi per provare a cambiarlo: il Comitato di quartiere, che ascolta le preoccupazioni di chi vive e lavora qui, raccoglie segnalazioni sul senso di insicurezza, la frustrazione di sentirsi sole e soli di fronte a fenomeni complessi. Che negli anni ha ospitato rassegne culturali e artistiche di livello, un mercato contadino , intrattenimento nei locali sfitti, ha dato vita insieme a cooperative sociali e CSAC al « cerchio » delle famiglie del quartiere.

C’è stata l’azione dell’associazione Zaratan che tramite il percorso “Ritessere Fiducia”, appoggiato dall’amministrazione e Findazione CRC - insieme a molti enti e persone che l’hanno vissuto - ha provato a rimettere persone nello spazio pubblico, riaccendere relazioni, creare occasioni di incontro, perché una città non si mette in sicurezza solo con i divieti, ma anche con la vita.

In zona stazione in questi anni si è passati da una fase cupa di “difficoltà” alla “risposta”, fino alla “rigenerazione”. La risposta c’è stata, ed è giusto riconoscerlo: più attenzione istituzionale, più presidi, più capacità di intervenire su fenomeni criminali veri, come lo spaccio, che non si combatte con le opinioni ma con il lavoro serio delle forze dell’ordine e con una strategia coordinata. Che ci ha messo tempo, ma è arrivata.

E non ci si sta fermando lì, a contenere i problemi: la città deve capire che cosa vuole far diventare quell’area. Ed è su questo che si misura la differenza tra una città che rincorre e una città che costruisce.

Il Movicentro, per anni, è stato raccontato come un vuoto: un luogo di passaggio che non diventava mai davvero un luogo. Oggi quel vuoto si sta riempiendo. Sarebbe ingiusto non riconoscere il lavoro portato avanti in questo senso dall’amministrazione: completare, far vivere, mettere a sistema. Il Movi Lounge Bar oggi non è “solo” un bar: è una presenza continuativa che ti accoglie con sorrisi, una sedia al caldo, un calcio-balilla vissuto. È un presidio sociale prima ancora che commerciale.

Una presenza stabile cambia la percezione e cambia i comportamenti: riduce i vuoti, aumenta i flussi positivi, coltiva rispetto.

In questo senso, la proposta di riaprire il sottopasso che collega la stazione a corso Giolitti faciliterebbe il passaggio e sarebbe un riconoscimento del tempo ed energie che si sono messe per attuare un cambiamento, spesso con fatica e senza clamore.

Sempre nella stessa area stanno nascendo e consolidandosi spazi e comunità che costruiscono socialità intenzionale.

Penso al Circolo Arcipelago frutto di una scelta non solo di volerci essere, ma di farlo in un luogo preciso. Aprire proprio lì, in un’area che per anni è stata raccontata quasi esclusivamente per i suoi problemi, significa spostare il baricentro del discorso. Portare cultura, incontri, musica e confronto dove prima si vedeva solo criticità è un modo tangibile per dire che quello spazio può esser attrattivo.

E penso anche a chi, in corso Giolitti, ha deciso di restare e di attivarsi: commercianti, residenti, nuove associazioni che hanno provato a tenere insieme pezzi diversi della stessa strada. Non si tratta di retorica della resilienza, ma di un dato di realtà: una via cambia quando torna a essere attraversata per scelta, non solo per necessità.

Sicurezza reale e sicurezza percepita non coincidono, ma entrambe incidono sulla qualità della vita. La paura non va né cavalcata né sminuita: va presa sul serio, letta, tradotta in politiche. Questo significa tenere insieme livelli diversi. Dove ci sono reati servono indagini e interventi puntuali. Dove c’è fragilità sociale servono servizi, ascolto, presenza quotidiana. Dove si è allentato il legame tra le persone, serve creare occasioni perché quel legame si ricostruisca.

Se ci limitiamo a togliere – allontanare, chiudere, vietare – spesso otteniamo solo uno spostamento del problema. Se invece affianchiamo al controllo la capacità di generare funzioni, attività, relazioni, allora iniziamo a incidere sulle cause. È un lavoro più lento, meno spettacolare, ma più solido.

Una città sicura, alla fine, non è quella senza conflitti. È quella che riduce le distanze, che rende visibili le persone, che non lascia interi pezzi di territorio in una zona grigia.

Se guardiamo a ciò che sta accadendo oggi, vediamo che il quadrilatero sta provando a fare proprio questo: non solo contenere, ma orientare. Non solo reagire, ma dare forma a un’idea di città.

Giulia Marro, consigliera regionale del Piemonte, gruppo consiliare Avs-Sinistra Italiana Europa Verde Possibile Reti Civiche