aDal 30 maggio al 2 giugno a Mondovì torna la nuova edizione di "GINY", festival del gin e del ginepro. Un evento nato nel 2024, pensato come vetrina per i produttore di gin, nella cornice di Piazza.
Nonostante, fin dall'inizio, l'evento sia stato promosso con attenzione alla sicurezza e un occhio di riguardo alla sensibilizzazione contro l'abuso di alcol in collaborazione con la Polizia locale, si riapre il dibattito sul possibile "messaggio scorretto" della manifestazione.
Nel 2024 a sollevare il tema erano stati i rappresentanti della Lega (leggi qui), oggi sul tema torna l'ex amministratore Fabrizio Biolè in una nota che riceviamo e di seguito pubblichiamo:
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Caro Luca,
ti scrivo da cittadino della Granda, da ex amministratore, e financo da volontario del soccorso, e mi permetto di darti del tu, come nelle piacevoli occasioni in cui ci si incontra personalmente.
Scrivo questa lettera aperta da papà preoccupato per alcune scelte di promozione turistica e culturale di una delle mie città di riferimento territoriale, che da qualche anno amministri.
Leggo che durante il ponte della Festa della Repubblica, Mondovì riproporrà il GINY Festival (ex Ginitaly), dedicato interamente al gin.
Obietto sommessamente su come possa stridere, nei giorni di celebrazione dei 60 anni della nostra Repubblica, l’organizzazione di una manifestazione che esalta un qualunque superalcolico, mettendo a confronto con ciò, i dettami della stessa Carta.
Precisamente all’articolo 2 – secondo il quale la stessa (e dunque per estensione chiunque la rappresenti)riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, inclusa la dignità e la salute fisica/psichica...mi permetto di dire: “compromesse dalla dipendenza”; e all’articolo 3, che impegna lo Stato a rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e l'uguaglianza, inclusa certamente la necessità di aiutare chi è in condizioni di fragilità o dipendenza.
Giny rappresenta senz’altro un caso emblematico di come un’amministrazione potrebbe sottovalutare le conseguenze di lungo periodo di certi messaggi pubblici.
Non sono un esperto ma mi risulta che il gin sia un superalcolico con gradazione alcolica tipicamente tra i 37,5° e i 50°.
Celebrare un prodotto di questo tipo con un festival diffuso in Piazza Maggiore, tra degustazioni, stand, musica e attrattiva generalista potrebbe significare normalizzare e rendere “cool” il consumo di bevande ad alta gradazione, soprattutto agli occhi dei più giovani.
Sottolineando che Mondovì e il Monregalese, zona in cui abito da qualche tempo, non sfuggono al fenomeno del binge drinking tra adolescenti e giovani adulti, un evento che trasforma il centro storico in una grande “fiera del gin” non rischia forse di inviare il messaggio che l’alcol, specie quello forte, sia sinonimo di divertimento, socialità e modernità?
I ragazzi vedono manifesti, post sui social, stand colorati e influencer: il rischio di emulazione è concreto, soprattutto quando la comunicazione tende a enfatizzare l’aspetto ludico e “sostenibile” del prodotto, sminuendone la pericolosità.
A differenza di birra o vino, il gin si consuma spesso in cocktail che mascherano l’alcol ma ne mantengono quasi tutta la potenza.
Promuovere un festival monografico su un distillato così forte non significa forse anche ignorare le evidenze mediche e statistiche sul danno epatico, neurologico e comportamentale legato al consumo di superalcolici, specialmente tra chi ha un organismo ancora in sviluppo?
Permettimi un paio di incisi statistici:
COSTI SANITARI/STRADALI
Alcune stime autorevoli indicano che l’alcol è responsabile di una quota vicina al 30% delle morti stradali globali. Parliamo di una incidenza di 300.000 decessi sulle strade per alcool nel mondo.
Da tenere in conto che (anche solo) il rischio di incidente aumenta in modo esponenziale con il tasso alcolemico: già a 0,5 g/l è fino a 5 volte superiore, mentre a 1,5 g/l può arrivare a oltre 100 volte.
In Europa, analogamente, l’alcol contribuirebbe, secondo alcuni studi, ad 1 morte su 3 per lesioni/infortuni (incidenti stradali, cadute, violenza).
In tutti i corsi di guida sicura è poi specificato che l’alcol è uno dei tre principali killer stradali insieme a velocità e distrazione.
In Italia, dei circa 180.000 incidenti stradali annuali con lesioni (con un carico di più di 3.000 morti), la percentuale di sinistri con almeno un conducente in stato di ebbrezza è tra l’8 e il 9 per cento, dati che in proporzione riguarderebbero anche la nostra regione e la Granda.
Peraltro i report locali delle due ASL provinciali confermano il ruolo rilevante del consumo alcolico nei sinistri notturni e del fine settimana.
Da tenere in conto che i dati sull’alcol sono spesso sottostimati perché non tutti gli incidenti prevedono test alcolemici sistematici, e che il rischio è molto più alto con superalcolici e binge drinking, e tra conducenti giovani (organismo in sviluppo e minor tolleranza).
Queste statistiche rafforzano l’importanza di prevenzione, soprattutto per eventi che “normalizzano” il consumo di superalcolici in contesti pubblici.
COSTI ECONOMICI
Secondo dati statistici ufficiali, i costi diretti delle dipendenze ammontano annualmente in Italia circa 7,8 miliardi di euro all’anno. Di questi circa 1,1 miliardi di euro di costi diretti imputabili all’alcool.
Da stime OMS, che includono tutti i costi sanitari, sociali, incidenti, produttività persa e patologie correlate, arriveremmo a 22-25 miliardi di euro all’anno per l’alcol da solo.
A livello cuneese possiamo dunque estrapolare malamente un costo totale onnicomprensivo di 200 milioni, tenendo conto che sono spesso sottostimati perché non includono sempre tutte le patologie correlate a lungo termine – come neoplasie, malattie cardiovascolari, demenza - o i costi familiari e sociali intangibili.
Ciò che è certo è che l’alcol genera costi dilazionati, tra sanità, incidenti, produttività e giustizia, di gran lunga superiori al gettito fiscale dalla vendita di bevande alcoliche.
CONCLUDENDO:
Un Comune (e una Provincia) ha nero su bianco il dovere di tutelare la salute pubblica. Meno quello di sponsorizzare (direttamente o indirettamente) un superalcolico.
Quale messaggio arriva ai genitori, agli insegnanti, alle associazioni sportive e ai giovani quando l’ente pubblico piazza al centro della città un evento il cui cuore commerciale e comunicativo è proprio una bevanda ad alto contenuto alcolico?
Si tratta, secondo me, di un esempio ambiguo, se non contraddittorio, rispetto a campagne di prevenzione sull’alcolismo e sulla guida in stato di ebbrezza che la stessa amministrazione sicuramente sostiene in altre occasioni.
Non si tratta di proibizionismo o di vietare il gin, ci mancherebbe…, ma forse di chiedersi se sia opportuno che un Comune investa immagine, risorse organizzative, viabilità e comunicazione per trasformare un superalcolico in attrazione turistica principale.
Esistono mille modi per valorizzare il territorio, le eccellenze enogastronomiche locali e il turismo senza puntare proprio su un prodotto che, per sua natura, richiede moderazione estrema.
Le ricadute economiche immediate di un festival possono essere positive, ma i costi sociali (sanità, sicurezza, educazione) sono dilazionati nel tempo e spesso pagati dalla collettività.
Mi permetto quindi di chiedere una riflessione più profonda per le prossime edizioni: è davvero questa l’immagine che vuoi/vogliamo dare?
Ti invito, Luca, per quel che può valere, a valutare con maggiore attenzione queste criticità e a considerare formule alternative che promuovano il territorio senza veicolare messaggi potenzialmente dannosi, soprattutto verso le nuove generazioni.
Grazie e buon lavoro.
Fabrizio Biolé