Qualche speranza c’è di ritrovarli, anche se da più di sessant’anni, nessuno è disceso nei sotterranei della chiesa di San Giovanni che le fonti storiche indicano come luogo di sepoltura dei marchesi di Saluzzo, a partire da Federico I nel 1336 fino a Ludovico II nel 1504.
Il primo passo del progetto di riesumazione, presentato dall’Istituto di Paleopatologia dell’Università di Pisa, è imminente dopo il finanziamento di 5 mila euro della Fondazione Cr Saluzzo. Entro fine anno, uno strumento molto usato nell’indagine archeologica, il georadar, esplorerà metro per metro con gli ultrasuoni il pavimento della chiesa per rilevare, come un’ecografia, eventuali aree sepolcrali sottostanti.
Lo studio è stato messo a fuoco, sabato in un convegno dal titolo “Alla ricerca dei Marchesi di Saluzzo” che ha calamitato vasto interesse ed è stato organizzato dal Fai di Cuneo e Saluzzo (con Marco Fraire e Roberto Audisio) nel salone del chiostro di san Giovanni.
Ospite d’eccezione Gino Fornaciari fondatore della Paleopatologia in Italia, direttore dell’istituto nell’Ateneo pisano, scienziato “detective”, studioso di archeologia e antropologia che ha lavorato alla riesumazione dei resti scheletrici e mummie di sovrani e condottieri delle più grandi dinastie del Medioevo, dagli Aragonesi a Napoli ai Granduchi di Toscana, oltre a Cangrande della Scala, il musicista Luigi Boccherini, Papa Gregorio VII, Sant’Antonio da Padova, S. Zita da Lucca, Ferrante I Re di Napoli e Giovanni delle Bande nere pochi mesi fa.
L’incontro Fai ha creato sinergia con l’importante progetto di ricerca, promosso dalla Diocesi saluzzese e già avviato verso la fase di progettazioni del restauro in San Giovanni e nella cappella funeraria dei marchesi di Saluzzo (la Fondazione Cr Saluzzo ha finanziato questa parte con 12 mila euro).
Di questo ha parlato, in apertura di convegno la referente Silvia Beltramo, architetto docente del Politecnico di Torino, mettendo in luce le novità emerse sulle fasi evolutive architettoniche dell’edificio religioso.
“Mummie o resti di uomini del passato diventano veri e propri archivi biologici in grado di scrivere nuove pagine di storia sulle malattie del passato, stili di vita, cause di morte, usi e costumi di popolazioni, o indicare nuove strade alla ricerca medica. – ha spiegato il luminare pisano Fornaciari parlando della Paleopatologia, e raccontando i grandi casi esaminati nel suo istituto.
La malaria fu la causa di morte per il re Ferrante II d’Aragona, la tisi per il marchese di Pescara. Maria d'Aragona (1503-1568), marchesa del Vasto in Puglia, importante esponente del Rinascimento italiano e nota fra i contemporanei per la sua bellezza, probabilmente morì di sifilide, già diffusa nel XVI come mostrava l’ulcera nel braccio sinistro del suo corpo mummificato, coperta da una fasciatura di lino e foglie di edera, dove i test immunologici hanno trovato l’agente patogeno: il Treponema pallidum.
A distanza di 500 anni, il paleopatologo e la sua équipe, di cui fa parte il medico saluzzese, Raffele Gaeta consigliere di maggioranza, ha stabilito la causa del decesso di Ferrante I di Aragona, re di Napoli che morì nel 1494 all'età di 65 anni, per un adenocarciroma del colon. La causa fu probabilmente una dieta ricca di carni rosse.
Sempre il " luminare detective" ha assolto, alcuni mesi fa, il chirurgo ebreo Abramo Ariè dall’accusa storica di aver causato la morte del valoroso condottiero Giovanni Dalle Bande nere, padre di Cosimo I de’ Medici, a cui amputò la gamba colpita da un falconetto nella battaglia di Governolo. Morì di cancrena il 30 novembre del 1526 ma il chirurgo fece un ottimo lavoro, secondo il report del paleopatologo che ha corredato il racconto con alcune sequenze del film di Olmi “Il mestiere delle armi incentrato sul figura del personaggio”
Come per gli altri progetti di riesumazione anche per Saluzzo l’obiettivo è ricostruire la storia delle tumulazioni, ha spiegato Raffele Gaeta, specializzando in Anatomia Patologica a Pisa - “sondando la presenza di sepolcri e vani sotterranei in San Giovanni, misurando la struttura che si sviluppa sotto la cappella di Ludovico II e in caso di ritrovamenti riconoscere resti scheletrici di appartenenti alla famiglia Marchionale. Per questa operazione dovranno essere trasportati nel Dipartimento di Paleopatologia pisano per lo studio vero e proprio e i tests (pulizia, restauro, radiografie, misurazioni e valutazioni).
Ci sono state numerose trasformazioni architettoniche della chiesa tra il XIV e il XVI secolo che probabilmente hanno causato lo spostamento delle sepolture marchionali. E la cripta non è certamente quella di 500 anni fa, perché manomessa da numerosi interventi murari”
In attesa di un aggiornamento sullo stato sotterraneo, il medico saluzzese ha letto la suggestiva descrizioni della “necropoli” sotto San Giovanni scritta nel 1898 dello storico Lobetti – Bodoni: “Chi scrive questa memoria è sceso nelle cripte sotterranee. Passando per la stretta botola (ora cementata) in cui si calavano i feretri marchionali, situata davanti al mausoleo di Ludovico II e coperta da una lastra di marmo su cui figura scolpita l’arme gentilizia dei marchesi di Saluzzo. Un nauseabondo odore di chiuso e di terra d’umani umori grassa, colpisce subito il profano visitatore di quelle cripte. Alla prima dolorosa impressione, una seconda macabra addirittura si aggiunge. Toccato il suolo del sotterraneo, si deve camminare su stinchi e tibie e altri avanzi umani. Spentasi la famiglia marchionale, furono quelle cripte dai monaci domenicani scelte a loro sepoltura. Colme che furono esse e ben murate, vennero i feretri dei pii monaci calati giù per l’incomoda botola e allineati sotto le arcate del sotterraneo, e colà abbandonati senz’altro.. Su quei feretri s’abbatterono gli anni, i secoli - nel silenzio si consumarono i corpi e tarlaron le casse - qualche volgare profanatore, là sceso, non seppe rispettare il sonno ultimo dei dormienti, e le ossa scompose, spargendole per i sotterranei. Di diversi feretri rimase inviolata la giacitura , e si vedono scheletri neri, con la croce al collo, e i resti del cordone domenicano alla cintola.
Memoria alcuna de’ Marchesi di Saluzzo in quel triste luogo non si trova.”










