Gentilissimo Direttore,
ho letto sul Suo giornale che domenica 3 ottobre nelle campagne di Novello, durante una battuta di caccia al cinghiale, un proiettile sparato da un cacciatore ha attraversato una vigna, una strada provinciale, un giardino, ha perforato il vetro di un salotto (la casa era abitata da due anziani coniugi), il pannello posteriore di un televisore e qui si è fermato.
Le considerazioni da farsi sarebbero molteplici a cominciare dal livello di responsabilità, oltre che di abilità nell’uso di armi, di molti appassionati venatori ma mi limito ad evidenziare il fatto che, sempre più spesso, i cacciatori sparano o cacciano stando pericolosamente vicino alle case ed ai terreni limitrofi.
Ho un vecchio rustico in montagna ed, essendo in pensione, vado quasi tutti i giorni a portare il cane a fare una passeggiata nel bosco, di poche giornate, che circonda l’abitazione e coltivo un piccolo orticello. Non entro nel merito di quest’ultimo nel segnalare i continui furti, ad opera di ignoti, di pomodori, melanzane ed insalata ma al fatto che sovente incontro persone armate di doppietta che frugano negli anfratti alla ricerca di selvaggina. La preoccupazione di finire, io stesso ed ancor più il mio cane, impallinati in quanto scambiati per una preda, mi ha consigliato di mettere fine a questo, fino a poco tempo fa, piacevole e salutare spasso.
La spiacevole esperienza vissuta dai coniugi di Novello mi ha spinto a documentarmi un po’ sulle norme in materia di caccia e mi sono reso conto che l’attuale legge statale sulla caccia, la n. 157/92, all’art. 21 “Divieti” sembra fatta apposta per far bisticciare la gente concedendo al cacciatore diritti e poteri che a un uomo armato non si dovrebbero concedere, considerata la gittata delle moderne armi da caccia. In particolare il comma E dell’art. 21 dispone che “è vietato l’esercizio venatorio nelle aie e nelle corti o altre pertinenze di fabbricati rurali; nelle zone comprese nel raggio di cento metri da immobili, fabbricati e stabili adibiti ad abitazione o a posto di lavoro e a distanza inferiore a cinquanta metri da vie di comunicazione ferroviaria e da strade carrozzabili, eccettuate le strade poderali e interpoderali”.
Dare la possibilità di poter cacciare a soli 100 mt. da abitazioni e fabbricati consente a chi usa un’arma, seppur per finalità venatorie, di provocare danno o mettere in forte insicurezza persone che o stanno svolgendo un’attività, ad esempio quella agricola, o di trascorrere serenamente un pomeriggio in casa o ospiti in un’azienda agrituristica. Se è pur vero che la citata legge permette di sparare solo con le spalle rivolte agli immobili, è altrettanto vero (e quanto accaduto a Novello ne è una conferma) le circostanze della individuazione della selvaggina sono così tante e diverse che può capitare, nel momento concitato dello sparo, che i pallini vadano nella direzione non voluta, soprattutto se il proiettile è a rosata.
E’ quanto mai urgente un intervento legislativo che modifichi, aumentandola notevolmente, l’attuale distanza, almeno a 300 metri dai fabbricati e dai terreni limitrofi agli stessi. Meglio ancora sarebbe, come avviene in tutti i Paesi Europei, salvo la Grecia, che la caccia nei terreni privati non possa avvenire senza il consenso dei proprietari perché va tutelato il diritto alla privacy ed alla sicurezza delle persone in casa propria e nei luoghi di lavoro.
Gianfranco Falco





